Sandwip – 4.a parte
di p. Antonio Germano Das, sx. –
Diario di un viaggio nell’isola dei cicloni (3 giugno – 13 giugno 1991) in Bangladesh

SANDWIP: L’ISOLA RIEMERSA. Poche note introduttive.
Geograficamente, l’isola si colloca in pieno Oceano Indiano, anche se gli abitanti identificano ancora le acque dell’Oceano con quelle del grande fiume Megna. Si trova a Nord-Ovest di Chittagong, da cui dipende amministrativamente. È una Upozilla (=entità amministrativa creata dal presidente Ershad, deposto solo qualche anno fa e corrispondente ad un sub-distretto) con sede ad Harispur, dove c’è anche il posto di polizia. Comprende 15 Union o comuni, l’ultimo dei quali, URIR-CHAR, a Nord Ovest, è un’isoletta.
Secondo i dati fornitici dal posto di polizia, l’isola ha una superficie di 87 miglia quadre; la lunghezza massima si aggira intorno alle venti miglia e la larghezza intorno a dieci. Dati precisi sulla popolazione è quasi impossibile averli, ma il numero dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 mila abitanti.
La pesca è la prima risorsa dell’isola. Ci sono molti pescatori, tra cui gli Hindu, Jele (pescatori) di casta, i quali spesso sfidano l’Oceano, andando per questo incontro a grossi rischi. L’agricoltura è piuttosto misera. All’interno (una estensione quindi molto limitata) si possono avere 2 o 3 raccolti di riso l’anno, ma gran parte del territorio è costiero e quindi, data la salinità dell’acqua, è possibile solo un raccolto all’anno, quello che si effettua dopo la stagione delle piogge.
Una buona percentuale lavora all’estero (Medio-Oriente, USA, Europa) e le rimesse in valuta sono un buon cespite per l’economia dell’isola. La comunicazione all’interno è molto difficile, soprattutto nella stagione delle piogge. Le poche strade, con fondo solido, già dissestate, sono diventate un susseguirsi di buche dopo il ciclone. La gente si muove a piedi o in ricksaw; ci sono poche moto private o di enti. I trasporti sono effettuati con i gorugari (carri trainati da buoi). Nell’isola c’era anche la corrente elettrica, ma la rete è andata quasi completamente distrutta con il ciclone. I collegamenti con la terraferma sono effettuati da uno steamer (grosso battello), che, in condizioni normali, va e viene tre volte la settimana. Altre navette sono abbordabili, ma con grosso rischio.
CRONISTORIA DI UN GRUPPO.
Il gruppo si è costituito dopo che P. Tedesco, Fratel Gamba e Suor Filomena si erano portati sulla zona del disastro per sondare la possibilità di inserimento e di intervento in appoggio ad altre organizzazioni gi operanti sul posto. Al gruppo, su segnalazione di P. Bob, fu assegnata l’isola di Sandwip, in appoggio alla NGO (organizzazione non governativa) NIGERA KORI.
Il gruppo si costituiva come Health Team (gruppo sanitario), in quanto era formato tutto da infermiere. Esse erano: Sr. Filomena, delle Suore Luigine di Alba, Sr. Emilia, delle Blue Sisters (così sono chiamate in Bangladesh le Piccole Sorelle di Charles de Foucauld), Sr. Martha, bengalese, delle Suore Luigine e una laica, Miss Antonia, infermiera bengalese del Fatima Hospital. Tutte donne quindi che, in un paese come il Bangladesh, avrebbero avuto difficoltà a muoversi. Saputa la cosa, mi sono aggregato al gruppo che mi ha accolto volentieri.
DIARIO DELLA SPEDIZIONE – 4.a PARTE
- 6. 91.Piove senza sosta tutta la notte e ci alziamo che piove ancora. Da alcuni giorni per la zona di Chittagong la radio continua a dare il segnale di pericolo N°1, ma alcuni dicono che in effetti nella nostra zona il segnale di pericolo è il N°3. Poco dopo le 7, vediamo arrivare dalla parte di Harispur l’O. C. in ricksaw diretto a Gupta Char. I tre ricksaw che porteranno anche noi sono pronti e si parte. Una spaventosa coltre nera copre il cielo e diluvia. Per ogni ricksaw ci sono due uomini: uno davanti che tira e l’altro dietro che spinge.
Il primo tratto di strada un tempo era asfaltato con un sistema tecnico molto robusto: sotto ci sono i mattoni, sopra un sostrato di koa (breccia di mattoni) cementato e legato assieme con il ferro e sopra infine l’asfalto. Ma la strada ora appare scardinata. L’asfalto è del tutto scomparso; qua e là emergono spuntoni di ferro da cui bisogna guardarsi e, in complesso, la strada è tutto un susseguirsi di fosse, che, essendo ripiene di acqua, non lasciano individuare quanto profonde siano. Intanto l’acqua precipita giù senza tregua. Passando per i centri abitati, la gente ci guarda divertita, conciati come siamo e perché stranieri. Ad un tratto la strada è interrotta da una grossa buca. I ricksaw scendono nell’acqua uno alla volta mentre tutti gli altri spingono.
Si passa dinanzi al centro di distribuzione del materiale di relief di Nigera Kori: nonostante la pioggia battente, c’è sempre calca e ognuno aspetta pazientemente il suo turno. Finisce il tratto di strada per così dire paka (fondo stradale solido) e le ruote del ricksaw affondano nel fango. Si avanza comunque, intanto perché i ricksaw, per così dire, sono a due motori e poi perché, in superficie c’è uno strato di sabbia che impedisce al fango di aderire alle ruote. Ci troviamo a raccontare scene che hanno dell’incredibile e che, se non si vedono, diventa difficile perfino immaginarle. Ai due lati della strada sono ancora troppo palesi i segni della distruzione. In particolare, il lato destro della strada, per un lungo tratto, doveva essere occupato da un bananeto: tutto appare come se di lì fosse passato uno di quei grossi caterpillar che abbia di proposito scardinato tutto.
Finalmente, dopo ore percorse in questo modo e nel tentativo inutile di proteggersi dalla pioggia che cambia continuamente direzione secondo le bizze del vento, si intravede la fascia costiera: sembra davvero una trincea di guerra dopo la battaglia. Fanno spicco le tende militari e di altro colore, donate come rifugio provvisorio. Questo è Gupta Char. Emergono anche alcuni edifici senza porte e finestre, che rendono ancora più spettrale il quadro. Appaiono all’orizzonte anche due navette. La prima che si vede è arenata sulla spiaggia: evidentemente sbattuta lì dalla furia del ciclone. L’altra è ancorata al largo e dovrebbe essere quella che prenderà noi a bordo. Scendiamo dai ricksaw mentre continua a battere insistente la pioggia.
Muoversi a piedi nel fango non è così agevole. Si avanza lentamente per non rotolare a terra. La comitiva non è affatto depressa dalla situazione e, rincontrandoci, ci si sorride e quel sorriso sembra sottintendere la frase: “Ma siamo proprio matti!”. Le due bengalesi sono bagnate fradice, ma hanno l’ombrello dentro la borsa. Dietro di noi c’è anche l’O. C., che con la sua aria un po’ spavalda sembra dire: coraggio, non temete, ci sono io! Ma avremo modo di constatare presto come cambierà questa sua baldanza di galletto. Sono lì pronte le barche che ci porteranno a nolo verso la nave. Ma prima bisogna assicurarsi che la nave parta. Così un uomo dell’O. C. sale in barca e si dirige verso la nave. Tutti siamo fermi sull’argine in attesa della risposta. Io mi inoltro nella spiaggia. Da lontano le onde dell’Oceano sembrano di poca entità, ma mano che ci si avvicina le proporzioni cambiano. La barca che si è spinta al largo, infatti, viene sballottata e la si vede in balia delle onde. Non riesce a raggiungere la nave e viene sospinta lontano, mentre i barcaioli cercano faticosamente di riguadagnare la riva. Nel frattempo sulla nave è stata issata la bandiera rossa, segnale di pericolo ed evidentemente non salperà. Ci guardiamo in faccia: pazienza! Ma una cosa è certa, da questa parte non ritorneremo più, anche se dovessimo rimanere nell’isola.
Come era stato semplice raggiungere Sandwip, altrettanto difficile sembra ora lasciarla. . È un gioco della Provvidenza anche questo e noi l’accettiamo dalle sue mani con buon animo. In nessuna parte del mondo penso appaia più evidente l’impotenza dell’uomo come in questo momento per noi nell’isola di Sanwip in questo giorno di luna mancante in cui sembra che tutte le cataratte del cielo si siano aperte.
“Benedite, acque tutte che siete sopra i cieli, il Signore! Benedite, potenze tutte, il Signore!”. Si riprende così la via del ritorno. I ricksaw sono lì che ci aspettano, i rickawala sono ancora più felici, perché il loro guadagno viene così arrotondato. Ripercorriamo a ritroso la strada da cui siam venuti, con i ricksaw che sprofondano sempre più nel fango. Per il resto, tutto è uguale a prima. La differenza è che, nel venire, la mente era già oltre l’isola ed ora ritorna a Sandwip, questo pezzo di terra isolato nello sterminato Oceano Indiano.
Concludiamo questa stupenda giornata con la celebrazione eucaristica. Oggi è la festa di S. Barnaba; il Vangelo ci riporta le parole di Gesù ai suoi discepoli: “Non portate con voi né oro né argento…” E la Parola di Gesù in questa situazione rimane il punto di riferimento più fermo, in questa malta di fango. Abbiamo tanti motivi per ringraziarlo, perché, nonostante le peripezie, attraverso cui siamo passati e soprattutto le precarie condizioni igieniche, in cui siamo venuti a trovarci, nessuno di noi ha mai avuto un malessere. Nella celebrazione chiediamo al Signore di renderci propizio il viaggio di ritorno che speriamo di effettuare domani.
- 6. 91.Anche quest’oggi ci si alza con la speranza di poter partire. Per radio non vengono segnalati pericoli e ci sono ampie schiarite nel cielo. Celebriamo l’Eucarestia. Il testo del Vangelo di Matteo ci presenta Gesù che è la completezza della Legge e dei Profeti. I due Testamenti sono l’unico Testamento di Dio Padre, sancito nel Sangue di suo Figlio Gesù Cristo per opera dello Spirito Santo.
Verso le sette riprende a diluviare. Con Sr. Filomena faccio un salto a Rahamatpur nella sede della Caritas per avere notizie certe sulla venuta dello steamer. Flavian manda uno dei suoi uomini e ci dice di aspettare fino alle nove per avere una risposta. Mentre siamo lì in attesa, c’è gente fuori che continua ad importunare per avere aiuto: dappertutto è così, in tutti gli uffici delle N. G. O. e in quelli governativi. Torna l’uomo con la notizia che lo steamer arriverà verso mezzogiorno. Risaliamo in fretta in ricksaw per informare il resto del gruppo rimasto in casa, prendere le nostre cose e ritornare all’ufficio della Caritas in attesa che arrivi lo steamer. È mezzogiorno e ci dicono che che lo steamer è arrivato. Si va verso Harispur dove c’è il posto d’imbarco. Intanto il tempo si è messo al bello e non piove più. Con noi ci sono Flavian ed un altro impiegato della Caritas, un certo Roton, un hindu; anch’essi viaggeranno con noi.
Arrivati sul posto d’imbarco, ci accorgiamo però che non c’è lo steamer che ci era stato annunziato e neppure si vede all’orizzonte. In compenso, vediamo che è lì all’ancora una ship della Navy, che, ci vien detto, parte nel pomeriggio. Si vedono infatti in giro dei marinai che devono essere imbarcati. Ci dicono che la nave partirà quando un’altra navetta, che è andata a prelevare altri marinai ad Urir-Char, sarà di ritorno. Quando? Non si sa con precisione.
Intanto, mentre mi avvio verso Sr. Filomena per dirle se è il caso di abbordare qualcuno della Navy e chiedergli di prenderci a bordo, mi accorgo che lei ci ha pensato prima di me ed era già pronta per effettuare la richiesta. Proprio in quel momento, infatti, arriva in ricksaw un tale, che, dall’apparenza, sembra il capitano della nave: barba e una serie di galloni sulla giacca blue della divisa. Sr. Filomena lo affronta e senza reticenze gli chiede se prende a bordo noi cinque e i due della Caritas. Il capitano risponde benevolmente e dice che quanto prima ci farà conoscere la risposta: ovviamente, dovrà consultarsi con qualche altro. Ad ogni modo tutto sembra far sperare bene.
Ci predisponiamo ad aspettare come fanno tutti gli altri. Fino a quando? Nessuno sa dirlo neppure per approssimazione. Ma questo per noi non è importante, quello che ora conta per noi è di poter salire su qualche nave che ci porti a destinazione. Adesso il sole, che da diversi giorni non si vedeva più, splende nel cielo e scotta e ci asciuga i panni umidi che abbiamo addosso. Io mi apparto un pochettino dalla folla per leggermi qualche brano della Seconda Lettera ai Corinzi. Mi colpisce particolarmente la finale del cap. IV: “E Dio che disse: Rifulga la luce nelle tenebre! Rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza del volto di Cristo”.
Con questa luce nel cuore mi avvicino al gruppo e Sr. Filomena mi mostra una lettera di P. Bob arrivata all’indirizzo di Nigera Kori per noi. La lettera è molto bella ed un attestato di fraternità arrivato in un momento in cui ci sembra di essere in balia degli eventi e ci ricorda che Dio ci conduce per mano. L’attesa dura fin dopo le quattro. Finalmente vediamo che la gente della Navy si muove e ci muoviamo anche noi con loro. Avevo appena finito di leggere il versetto di Isaia, riportato nella II ai Corinzi all’inizio del cap. VI: “Al momento favorevole ti ho esaudito”.
Si va verso un canale, dove dei grossi barconi stanno scaricando materiale di relief. Saranno questi barconi a portarci verso la ship della Navy. Per fortuna non piove ed il mare non sembra tanto mosso. Parte il primo barcone pieno di militari. Poi saliamo anche noi e così incomincia la nostra avventura in oceano aperto. Ci accostiamo alla nave e non è certo agevole salire a bordo: si viene tirati da sopra e spinti da sotto, proprio come sacchi di patate. Particolarmente disagevole è per le Suore. Ma, nel contesto in cui siamo, tutto sembra in perfetta regola e come la cosa più naturale di questo mondo.
Appena a bordo, non si parte subito, perché la nave sta scaricando materiale di relief: sacchi di riso e di patate, destinati, sembra, a Nigera Kori. Una mezz’ora dopo il cielo si rabbuia di nuovo in maniera paurosa. Siamo condotti in coperta. Il nostro posto è una specie di salotto a poppa della nave, abbastanza confortevole. Appena dentro, incomincia il diluvio, che ci accompagnerà per tutta la traversata. Bisogna chiudere gli oblò e l’aria si fa subito asfissiante e ne risentiamo un po’ tutti. Alle 17.15 la nave finalmente salpa. Man mano che prende il largo, il dondolio aumenta. Anche se non è stato segnalato alcun pericolo, il mare è rabbioso, le onde sono spaventose e si abbattono paurosamente sul corpo della nave che sembra doversi spezzare in due da un momento all’altro. Ad un certo momento si sente il rumore di vetri che si frantumano. Evidentemente si tratta di oggetti che non erano stati assicurati bene e che perciò erano volati via andando in pezzi. Ma noi ci guardiamo in faccia con un tantino di spavento perché pensavamo al peggio.
Più distrutte di tutti sembrano Sr. Martha ed Antonia, che si sono accasciate sul tavolo con tutto il peso dei loro corpi abbastanza pesanti. Evidentemente sentono nausea, mal di testa ed hanno conato di vomito. Anche Sr. Filomena e Sr. Emilia hanno i medesimi disturbi, ma la loro reazione è dignitosa. I marinai a bordo sono gentili con noi. Uno di loro che è di Jessore, ad un certo momento, mi si avvicina e, molto circospetto, in maniera che i suoi colleghi non lo sentano, mi mostra una lettera e mi chiede se conosco P. Garello, con cui è in corrispondenza epistolare. Aveva cominciato con P. Ernesto. È musulmano e vuole farsi cristiano, anche se è consapevole che questo gli renderà la vita difficile. Mi prega di portare i saluti a P. Garello. Cosa che io gli assicuro.
Ad un certo punto la calma torna quasi per incanto. La rabbia del mare cessa. Apriamo gli oblò: torniamo a respirare aria genuina, tutti ci rianimiamo. Si intravedono le luci: sono le luci sfolgoranti delle navi ancorate al porto di Chittagong. Siamo arrivati! Deo gratias. Sono quasi le nove di sera: la traversata è durata circa quattro ore. Il punto più vicino dell’isola dicono che disti solo 12 miglia da Chittagong. Evidentemente la nave segue un’altra rotta.
Ci apprestiamo a scendere tutti felici e pieni di gratitudine al Signore, che ci ha protetti con la sua mano in questa parabola di esperienza davvero unica: non abbiamo dato niente tranne le medicine che Sr. Emilia si era portate dietro nella sua borsa; siamo stati presenti il più che abbiamo potuto e fin dove siamo potuti arrivare tra la gente, parlando con loro e vedendo dalla rovina e dal dolore riemergere la Speranza. A noi penso non potesse esserci richiesto altro.
Siamo approdati alla base navale, dove sono all’ancora due fregate della marina bengalese. Scendiamo a terra, passando attraverso di esse… Un Tempo (furgone-taxi) ci porta a destinazione: le Suore al convento delle RNDM Sisters ed io alla Bishop’s House. Son le 10 di sera: stanchi e una gran voglia di dormire. Domani, festa di S. Antonio, decidiamo di prenderci una giornata di riposo a Chittagong. Per Dhaka si ripartirà il giorno successivo.
(Continua)
VV: 1.a Parte – 2.a Parte – 3.a Parte
di p. Antonio Germano Das, sx. (antoniogermano2@gmail.com)
lì 5 Giugno 2026

