Tarantismo molisano
di Mauro Gioielli – fb –
Tracce di tarantismo in alcuni canti popolari molisani
Nel 1811, l’estrema area settentrionale della Capitanata pugliese venne annessa alla Provincia di Molise, per effetto della riforma murattiana che ridisegnò i confini amministrativi del Regno delle Due Sicilie. Divennero così molisani i territori costieri da Montenero di Bisaccia a Campomarino, come anche i paesi che vanno da Larino al mare, fra cui Bonefro e Colletorto¹.
L’annessione non cancellò le impronte che la cultura etnica aveva impresso alle secolari tradizioni delle località un tempo pugliesi.
PERROTTA
Tra il 1937 e il 1940, Antonio Perrotta raccolse a Bonefro varie canzoni a ballo², due delle quali fanno esplicito riferimento alla “piccola taranta” e al tarantismo³. Ne trascrivo i versi:
Làsceli bbellà ssi duie fegliòle:
tènne a tarendèlle sótte i péde.
Oie mamme e óie tate,
a tarendèlle m’è pezzecate;
m’è pezzecate tutte cóse
a tarendèlle velenose.
Nei canti in questione, la parola tarendèlle non indica il ballo bensì il “piccolo ragno”.
In altre canzoni della medesima raccolta, si notano versi simili ad alcuni di quelli talvolta usati per eseguire le pizziche pugliesi o, in senso più ampio, le tarantelle meridionali⁴.
CIRESE
Due decenni dopo le iniziali indagini effettuate da Perrotta, Alberto Mario Cirese, sulla scorta delle ricerche condotte dal padre Eugenio, pubblicò anch’egli alcuni canti molisani⁵ in cui compaiono riferimenti alla tarantola e al ballo della tarantella.
Nel decimo capitolo, secondo volume, de “I canti popolari del Molise”, si può leggere il seguente distico d’una canzone proveniente da Colletorto⁶:
E lassali ballà ssi scarpe sciote,
ca tenne la tarantilla ndi li pede.
Nel medesimo capitolo, fra le ziaziambre (canzoncine per accompagnare le altalene di carnevale e di quaresima)⁷. s’incontrano altri versi, raccolti a Limosano, che menzionano esplicitamente la taranta:
Santa Caterina sta ’n castella,
bìia li carofani a ghiummelle.
N’ha biiàte tante e tante,
si l’ha riscuote tutti la Tarante.
La Tarante è ghiuta a fà lu pane,
chi zi vò veve l’acqua di sta funtane.
Non mancano, nell’area geografica che comprende Bonefro, Colletorto e Larino, notizie più propriamente etnocoreologiche, come quelle che alcuni informatori mi riferirono sulla tradizione della spallata⁸, una danza usata per curare la paura provocata dalla vista di serpenti (antiofidismo); più in generale, tale ballo serviva a rinfrancarsi dagli spaventi, dalle visioni allucinatorie e dagli incubi notturni⁹. Si trattava, quindi, d’una dinamica iatro-musicale attuata in una forma coreutica assimilabile al tarantismo e alle cosiddette danzimanie¹⁰. Non a caso, già nel 1621, nel “Centum historiae seu observationes et casus medici” di Epifanio Ferdinando¹¹ la spallata è menzionata fra i balli utilizzati nella cura dei tarantati.
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NOTE
- Queste località sono direttamente interessate dall’argomento trattato (cfr M. GIOIELLI, “Tracce di tarantismo in alcuni canti popolari raccolti nel basso Molise da Perrotta e Cirese”, Extra, anno XVIII, n. 1, 15 gennaio 2011, pp. 17-18).
- A. PERROTTA, “Poesia e canti popolari raccolti a Bonefro nel Molise”, Pesaro 1981. A p. 7 si legge: «La presente raccolta è l’ampliamento e il completamento di quella da me presentata in appendice alla mia tesi di laurea: Illustrazione della poesia popolare religiosa raccolta nel Molise, nell’anno accademico 1937-38 a Roma. […] Il materiale fu tutto raccolto in quel tempo e negli anni successivi 1939-40. […] Tutto quanto scriverò si riferirà sempre a quelle date». Nel secondo volume de I canti popolari del Molise di Alberto M. Cirese, la tesi di Perrotta è segnalata col titolo: Contributo alla poesia popolare del Molise (A.M. CIRESE, I canti popolari del Molise, vol. II, Rieti 1957, p. XI).
- I canti in questione vennero pubblicati nel capitolo ‘Chenzune pe bbellà – Brìnnese’ (Canzoni per ballare – Brindisi), canto n. 4 e canto n. 7.
- Perrotta, a proposito della tarantella, scrive: «…ballavano la tarantella o solo uomini o anche uomini e donne specie se coniugi. […] E una volta una vecchia suonò per me, per qualche istante, con mano malferma, il tamburello senza crotali. […] Le donne da sole, se ne avevano voglia, ballavano la tarantella al suono del tamburello…» (A. PERROTTA, Poesia e canti popolari raccolti a Bonefro nel Molise, Pesaro 1981, p. 173).
- I canti inclusi nel volume curato da Alberto M. Cirese, che vide luce quattro anni dopo quello curato dal padre Eugenio (E. CIRESE, I canti popolari del Molise, vol. I, Rieti 1953), si devono per la quasi totalità all’opera di raccolta di quest’ultimo.
- In una nota, Cirese afferma che tale canzone «Si canta quando si balla la tarantella» (A.M. CIRESE, I canti popolari del Molise, vol. II, Rieti 1957, p. 43). La tarantella di Colletorto è ancora oggi eseguita da singoli musicisti e gruppi di musica etnica, fra cui segnalo Marcello Pastorini e i Cantori della Memoria.
- La circostanza che i versi in questione venivano canticchiati dai bimbi durante le altalene “purificatrici” di carnevale e di quaresima (si vedano, in proposito, alcuni miei articoli: M. GIOIELLI, “Le altalene di Carnevale”, Extra, anno VI, n. 3, 30 gennaio 1999, p. 14; M. GIOIELLI, ‘Nenie ludiche di purificazione. Le altalene di Carnevale”, Nuovo Molise, anno IV, 7 febbraio 1999 [articolo mio, anche se non firmato]; M. GIOIELLI, “Un rito ludico di purificazione attraverso l’aria. Le altalene di carnevale”, Nuovo Molise, anno V, 4 marzo 2000), fanno pensare al simbolismo dell’aioresis (cfr E. DE MARTINO, “La terra del rimorso”, Milano 1994, parte terza, cap. III). La cura della puntura delle tarantole attraverso la prolungata oscillazione del malato seduto su una fune appesa a delle travi è documentata anche in Dalmazia: «Una spezie di Tarantola similissima a quella di Calabria e di Puglia v’è conosciuta sotto il nome di Pauk, comune a tutti i Ragni, nell’Idioma Illirico. I contadini, che nella stagione ardente deggiono agire in campagna, sono frequentemente soggetti al morso di questo brutto insetto, come anche a quello del Ragno variegato, di corte gambe, conosciuto in Corsica sotto il nome di Malmignatto. Il rimedio, cui usano per calmare a poco a poco, e far poi cessare del tutto i dolori prodotti dal veleno del Pauk, si è il mettere gli ammalati a sedere su d’una fune non tesa, ben raccomandata da due capi alle travi, e dondolarveli per cinque o sei ore: rimedio analogo alla danza de’ Tarantolati Pugliesi» (cfr A. FORTIS, “Viaggio in Dalmazia”, vol. II, Venezia 1774, pp. 27-28).
- M. GIOIELLI, “La spallata, il ballo dimenticato”, Extra, anno XI, n. 21, 11 giugno 2004, pp. 16-17.
- M. GIOIELLI, “Danze molisane dell’Ottocento”, Utriculus, anno IX, n. 33, gennaio-marzo 2005, pp. 24-33, nota 41.
- J.F.C. HECKER, “Die Tanzwuth, eine Volkskrankheit im Mittelalter”, Berlino 1832 (ed. italiana, “La danzimania, malattia popolare nel medio-evo”, Firenze 1838).
- E. FERDINANDO, “Centum historiae seu observationes et casus medici”, Venezia 1621, p. 259.
di Mauro Gioielli – fb
lì 23 Settembre 2026

