Sepino da capire
di Franco Valente – fb
“L’edifico contiguo al “macellum” dicono che fosse la sede di una magistratura, ma io credo che sia stato un termopolio”
DICONO CHE FOSSE LA SEDE DI UNA MAGISTRATURA, MA IO CREDO CHE SIA STATO UN TERMOPOLIO.
Oggi si chiamerebbe friggitoria.
Particolarmente complicato è capire a cosa servisse l’edifico contiguo al “macellum” dalle parti del Foro di Sepino e che, egualmente, si affaccia sul decumano mantenendosi anch’esso leggermente più alto rispetto al piano della strada.
Gli archeologi non sono stati in grado di dirci a cosa servisse. Anche perché dopo gli scavi archeologici compiuti con una certa superficialità, intorno al 1955 furono effettuati restauri architettonici che ne hanno modificato i connotati.
Tuttavia, con un po’ di buona volontà, riusciamo a capire almeno come fosse l’impianto originale, ma non la sua funzione.
Si tratta di un salone quasi quadrato (m. 8,70×9) . Forse al centro vi era una piccola vasca attorno alla quale si sviluppava un ampio spazio lastricato in marmo. Come pure rivestito di marmo era il bancone, alto poco meno di un metro, che si sviluppa su tutta la parete di fondo per una profondità di una sessantina di centimetri.
Chi ha studiato Sepino azzarda l’ipotesi che sia stato la sede di una corporazione o che sia l’aula di una magistratura.
Gli archeologi sostengono che vi fosse sistemata una serie di statue di divinità o di personaggi importanti. Non so dove abbiano visto una sistemazione analoga. Confesso la mia ignoranza in merito.
Può esserci un’altra ipotesi?
Novanta centimetri è l’altezza dei moderni tavoli dei nostri ristoranti.
Certamente è meritevole di considerazione la continuità strutturale e planimetrica tra il macellum e questo salone. Mi viene il sospetto che il titolare del complesso sia un antesignano di quei ristoratori delle nostre città che, con la connivenza di amministratori e vigili urbani, si allargano sugli spazi pubblici per ottenere vantaggi commerciali.
Sicuramente è strano che il porticato, che si sviluppava su ambedue i fronti del decumano e per l’intera lunghezza della città da Porta Boiano a Porta Benevento, si interrompesse proprio davanti al macellum e a questo enigmatico edificio.
I ricorsi in “opera latericia” (anche se quelli più alti sono integrazioni moderne) rivelano la preoccupazione del costruttore di migliorare la struttura per ridurre i pericoli sismici, ma la continuità planimetrica dello spazio esterno fa pensare a una distribuzione architettonica in funzione di un uso commerciale di questo grande ambiente.
Nella vicina Boiano in epoca romana esisteva un vivaio (poi divenuto S. Maria ad Vivarium) per l’allevamento dei pesci alle sorgenti del Biferno.
Mi piace immaginare che ne esistesse un altro nei pressi del fiume Tammaro (l’antico Tamarus) e che in questa sala sul Decumano Maggiore si consumasse pesce fritto accompagnato da una un buon calice di vino rosso addolcito dal miele del Matese.
Forse un suggerimento ci viene dalle scoperte che gli archeologi continuano a fare a Pompei.
Vi era una gran quantità di “termopolii”.
“TERMOPOLIO (ϑερμοπώλιον, thermopolium) “
“La parola è originariamente greca e sta a indicare la rivendita di bevande calde, delle quali i Greci e i Romani erano ghiotti, ma naturalmente nel termopolio si vendevano anche bevande fredde e altri generi. Esso richiama il moderno bar.
Noi conosciamo il termopolio principalmente da Pompei e da Ostia. L’esempio più vistoso e istruttivo ci è offerto dal termopolio pompeiano di Via dell’Abbondanza, la cui notorietà è dovuta alla maniera come esso è stato scavato e sistemato. All’esterno l’esistenza del termopolio è annunziata da un vistoso dipinto – trasversale alla strada a causa del muro che forma in quel punto un angolo – rappresentante vasi di varia forma e capacità. La pianta del termopolio in parola è quella delle botteghe pompeiane in generale, caratterizzate da un largo vano d’ingresso e da un banco in muratura disposto ad angolo retto, che ha un lato rivolto alla strada, adiacente alla soglia. Nello spessore del banco sono murati quattro dolî di terracotta che servivano per contenere cibi e bevande. All’estremità è un fornello con sopra una caldaia di bronzo, la quale, ermeticamente chiusa, conteneva ancora del liquido al momento della scoperta. Un gran numero di anfore sono state trovate nell’interno. Sul bancone sono stati oggi ricollocati gli oggetti trovati in parte sul bancone stesso, in parte a terra. Sono per lo più vasi di terracotta, di vetro, di bronzo: notevoli due gutti a forma rispettivamente di volpe e di gallo, e una lucerna fallica che, sospesa all’architrave al disopra del banco, serviva per proteggere la bottega dal malocchio”.
(Emilio MAGALDI dell’Enciclopedia TRECCANI)
di Franco Valente – fb
29 Maggio 2025

