Pietracupa, dove i vivi e i morti sono vicini di casa
di Giorgio Tecce (da gtecce.substack.com) –
Una lettera dal Molise profondo, dove il paese è vuoto e il cimitero è pieno
A Pietracupa ci arrivai per la prima volta nel mese di Maggio del 2025. La natura era in fermento, e la strada era punteggiata da un continuo susseguirsi di fiori, mentre il paesaggio, in lontananza, sembrava un mare verde, che saliva e scendeva dalle colline, muovendosi al ritmo del vento e sotto il sussurro lieve dei raggi solari. Era il tempo in cui il caldo prendeva il posto dell’inverno, e le strade diventavano di nuovo polverose, mentre i cani in amore ricominciavano ad ululare alla luna le loro litanie tzigane. Il paese era vuoto. E non poteva essere diversamente. Da lì se ne erano andati via tutti, e tutti stavano a fare i tassinari a Roma. C’erano più Pietracupesi a Roma che in qualsiasi altra parte del mondo, compreso lo stesso paese di origine. Per strada c’era solo una signora, di mezza età, che spingeva una sedia a rotelle su cui era seduta una signora molto anziana, dalle braccia rinsecchite, che se ne stava immobile col capo reclinato da un lato e la bocca aperta, come se volesse respirare tutta l’aria del posto. Poco più giù c’era il cimitero, quello si pieno di tombe, messe in fila in maniera ordinata, circondato da abeti e cipressi, alberi tipici dei cimiteri, che davano al luogo un aspetto solenne. Unica nota stonata, ma forse azzeccata, era che il cimitero fosse attaccato al centro abitato e ne costituiva, di fatto, la periferia. La cosa mi colpì a tal punto che tornando versa casa non potei non pensarci, e ci pensai a tal punto che sulla bifernina, poco sotto Castropignano, mi dovetti fermare, e di getto mi venne fuori questa poesia:
“Tutto tace addormentato nel luogo in cui i vivi e i morti sono vicini di casa, dove le scope giacciono sul ciglio delle porte, ornate dai bei portali in pietra, colme della memoria del tempo che fu, sazie delle pietre portate a vista dal vento smemorato. Una vecchia si trascina una gamba tirata a fatica dalla tomba nella quale cominciava a prepararsi il pagliericcio, aspettando tempi migliori per migrare verso nuovi mondi. Ho camminato l’Appennino, per giungere a te, attraversando terre immense di boschi e selve, tentato di cadere nell’oblio da bestie feroci, che mi venivano verso a fauci spalancate. Ho camminato con il Signore degli stagni, le rane saltellanti, il bue scodinzolante, l’oca sciancata, sotto strascichi di pioppi, illuminato solo da una stella alta all’orizzonte. Ho camminato fino a giungere alla soglia dell’ennesimo cimitero, posto al margine dell’abitato. Qui i vivi e i morti sono soliti darsi la mano, salutandosi inebriati della bellezza del creato. La vecchia zoppicante si è fermata qui, sotto l’arco dell’ingresso, tentennando sul da farsi. Poi è entrata, ha salutato tutti e si è stesa nel suo posto, attendendo l’eternità.”
Forse vi piacerà, o forse evocherà in voi l’immagine di quel luogo in cui i vivi e i morti vivono a stretto contatto.
di Giorgio Tecce (da gtecce.substack.com)
lì 3 Giugno 2026

