“La dódda”
di Paola Giaccio – fb –
Nell’Alto Molise il corredo della futura sposa aveva un nome che diceva molto
Nell’Alto Molise il corredo aveva un nome che diceva molto più di una semplice biancheria da casa: la dódda.
In alcune famiglie si cominciava molto prima, addirittura con la prima comunione.
A Capracotta, quel giorno poteva essere l’inizio della dote.
Alla bambina vestita di bianco arrivavano scatole con asciugamani, fazzolettini ricamati, pezze di stoffa che sarebbero diventate federe, qualche servizio da tavola e un primo lenzuolo bianco.
La madre lo metteva da parte e negli anni aggiungeva il resto.
La càscia, la grande cassapanca, cominciava così a riempirsi.
Quando la ragazza si fidanzava, il lavoro aumentava. E qui compare un dettaglio curioso che racconta anche quanto il corredo fosse diventato un vero affare commerciale: nell’Alto Molise arrivavano venditori specializzati con i loro campionari.
La ditta Coltorti, proveniente dalle Marche, passava due volte l’anno, prendeva alloggio in paese e andava di casa in casa mostrando stoffe e biancheria, consigliando qualità e prezzi e concedendo anche pagamenti dilazionati.
Nel campionario c’erano persino vestaglie, camicie da notte e sottovesti.
Il corredo, però, non era tutto comprato.
Una parte poteva essere tessuta in casa.
Il telaio era ancora presente nelle abitazioni e le donne preparavano stoffe e biancheria che sarebbero entrate nella dote.
Altri pezzi, soprattutto quelli più raffinati, venivano affidati alle ricamatrici.
E qui Agnone aveva le sue maestre.
Per i lavori più fini sono ricordati, tra gli altri, i nomi di Ida Rossi e Gina Lemme, oltre alle suore dell’asilo. Erano loro a realizzare pizzi, tombolo, merletti e ricami destinati ai pezzi più importanti.
A Capracotta erano ricordate altre ricamatrici, tra cui suor Concetta Galasso, di origine agnonese.
Il pezzo più importante era il primo letto.
Il lenzuolo più fine doveva essere ricamato e veniva sistemato sul letto degli sposi.
Non era semplicemente bello, era quello che sarebbe stato mostrato ai visitatori.
Dopo il primo letto veniva il secondo, ancora lavorato ma con una decorazione meno ricca, poi il terzo e gli altri.
Per capire concretamente che cosa comprendeva una dódda, nella tradizione erano presenti lenzuola matrimoniali e singole, federe, asciugamani, tovaglie, servizi da tavola da sei o da dodici persone, coperte, imbottite, copriletti e materassi.
Le lenzuola potevano essere sei, dodici o ventiquattro paia.
A questi si aggiungevano gli abiti, i cappotti, le giacche, le vestaglie, le camicie da notte, le sottovesti, le scarpe, le pantofole, le babbucce, le calze e persino le mutande cucite a mano.
Nel corredo capracottese documentato dovevano esserci quattro materassi, tutti di lana, ciascuno con la propria fodera di ricambio.
I ricami non finivano solo sulle lenzuola.
C’erano federe con angeli, federe con saluti come “Buongiorno” e “Buon riposo”, asciugamani con cifre intrecciate e persino con le parole “Lei” e “Lui”.
Le tovaglie potevano essere tessute al telaio.
La coperta del primo letto poteva essere di seta, di broccato oppure fatta a mano con lunghe strisce ricamate o all’uncinetto.
E non era tutto bianco e ordinato dentro un armadio, come potremmo immaginarlo oggi. Quando arrivava il momento di mostrare la dódda, la casa cambiava aspetto.
L’esposizione del corredo era un momento importante e potevano essere utilizzate anche più di una stanza.
La prima era la vera vetrina: davanti agli occhi dei visitatori comparivano le lenzuola, con quelle ricamate messe in primo piano, i servizi da tavola, gli asciugamani più preziosi e le federe lavorate.
Nelle altre stanze trovavano posto il resto della biancheria, le coperte, le imbottite, i copriletti, gli abiti e tutto il guardaroba della futura sposa.
E gli invitati non andavano soltanto a guardare. Valutavano.
I parenti dello sposo osservavano quantità, qualità e finezza del corredo.
Sei, dodici, ventiquattro: erano i numeri che indicavano le paia di lenzuola presenti nella dote, matrimoniali e singole, rifinite con il punto a giorno e con le federe a riporto.
Un corredo considerato troppo povero poteva attirare una frase che oggi sembra durissima: “Quella si è sposata con una valigia!”.
La dódda comprendeva anche ciò che serviva alla nuova famiglia.
Nel corredo di Capracotta potevano comparire il vestito della suocera e quello del suocero, destinati alle nozze del figlio, oltre a una camicia o a un foulard per i cognati.
La futura sposa aveva inoltre l’abito delle prime promesse e quello da indossare otto giorni dopo il matrimonio, quando la coppia tornava in chiesa per la messa cantata.
E qualcosa restava addirittura nella casa della madre. Panni, pannucci, fasce e cacciamaniéglie, cioè le camiciole per i neonati, venivano conservati per quando sarebbe arrivato il primo nipotino.
Ad Agnone e nell’Alto Molise il ricamo aveva dunque un posto speciale.
Non tutte le ragazze dovevano necessariamente eseguire personalmente i lavori più complicati: accanto al lavoro familiare esistevano vere maestre del ricamo, alle quali si affidavano i pezzi più preziosi. Il corredo poteva così diventare anche una dimostrazione della bravura di una ricamatrice.
E quando tutto era pronto, arrivava il momento di farlo uscire dalla casa.
In diversi paesi dell’Alto Molise
il corredo veniva esposto prima del matrimonio, perché parenti, conoscenti e curiosi potessero vederlo.
A Castelverrino, in un’usanza ricordata localmente, veniva esposto su sedie e tavoli.
In quella giornata, c’erano anche biscotti fatti in casa, confetti e liquori dolci.
Poi alcuni pezzi venivano scelti per essere portati nel corteo verso la casa dello sposo: tovaglie, lenzuola, asciugamani con le frange, piegati con cura e talvolta legati con nastri rosa.
I materassi potevano essere trasportati su un asino addobbato con fiocchetti colorati.
Anche il trasporto del corredo faceva parte della tradizione.
A Capracotta aveva un’immagine caratteristica: erano le donne, vestite con l’abito migliore, a portare i canestri sulla testa, coperti dai grandi fazzoletti fiorati di tìbba, una lana colorata con tinte vegetali.
Ma prima che il corredo partisse, bisognava scriverlo. Ogni capo veniva elencato in una nota preparata alla presenza dei testimoni delle due famiglie.
Quella ricevuta era chiamata doddàrio.
Non era necessariamente la madre o il padre a scriverla: il documento veniva affidato a una persona che “sapeva di lettere”, cioè qualcuno capace di scrivere in modo chiaro e leggibile.
La carta veniva poi messa in fondo al baule.
La lista serviva a ricordare con precisione che cosa era stato portato in dote.
Perché dietro quelle lenzuola, quelle coperte, quei materassi e quegli asciugamani c’era un valore economico vero.
E così il corredo poteva cominciare con un piccolo pacco di asciugamani ricevuto alla prima comunione e finire, molti anni dopo, con una casa intera racchiusa in bauli, cassapanche e ceste.
Questa era la dódda nell’Alto Molise: non soltanto ciò che una ragazza portava con sé entrando nella casa dello sposo, ma tutto ciò che per anni era stato preparato, contato, ricamato, mostrato e infine consegnato.
di Paola Giaccio – fb
lì 1 Ottobre 2026

