La democrazia che non c’è
di Rossano Pazzagli (da La Fonte dic/25) –
Quello della società in cui viviamo è un quadro preoccupante
Un mondo in cui si intrecciano crisi democratica e crisi ambientale, un periodo nel quale è sempre più evidente una torsione autoritaria, per cui il potere potenzia i sistemi repressivi e preventivi per eliminare il dissenso e disciplinare la collettività. Ma ad operare in una tale direzione non è solo il potere politico, peraltro non più espressione del popolo ma di altri poteri ben più forti e invisibili. È l’intera società che ha finito per trovarsi in una condizione di costante emergenza e paura (della pandemia, della guerra, delle migrazioni, energetica, del clima…), per cui ha bisogno di sentirsi controllata per sentirsi sicura, dove la libertà (di movimento, delle idee, del dissenso…) sembra provocare quasi fastidio, anziché essere vista come un fattore di avanzamento e di civiltà.
Non è una società normale, dove si vive bene. Non siamo più in un sistema realmente democratico e ci siamo incamminati in una china postdemocratica, giù per un pendìo nel quale formalmente esistono ancora i soggetti della democrazia – la Costituzione, i partiti, le elezioni, il Parlamento – ma nei fatti comandano gli affari, l’economia non produttiva, la speculazione. La politica è sempre più dipendente dal grande e grandissimo capitale, specialmente nella sua forma finanziaria.
A questa situazione si aggiunge un attacco strisciante alla libertà di insegnamento e di ricerca, dalla scuola all’università. Chi nega queste cose è un negazionista o un collaborazionista.In Italia tali tendenze sono accentuate e rese più visibili da un governo chiaramente di destra, erede di una cultura fascista e interprete di un populismo moderno costruito sull’ignoranza e portato avanti attraverso la manipolazione dell’informazione. Ma si tratta, purtroppo, di fenomeni leggibili anche nei governi regionali, dove l’astensionismo crescente snatura la rappresentanza, con i singoli governatori che fanno a gara a mostrarsi con la gente, salvo poi obbedire ai poteri economici e finanziari: un populismo di destra o “democratico” che sia. Una deriva italiana che sta, comunque, in un quadro più generale.
È il capitalismo nella sua versione neoliberista, che attraverso la comunicazione ha sviluppato un approccio egemonico, fino a creare un senso comune fatto di individualismo, qualunquismo, non partecipazione, fino ai sentimenti dell’impotenza e dell’ineluttabilità. È una linea che risale almeno agli anni ’80 del secolo scorso, al there is no alternative di Margaret Thatcher, a quando negli Stati Uniti c’era Ronald Reagan, mentre in Italia il craxismo preparava il berlusconismo. Ne è derivato
quello che per molti aspetti è, allo stesso tempo, un modello in crisi e un modello forte.
Ci sarebbe bisogno di cambiamento, di conflitto, di lotte, di pensiero critico… e invece siamo in presenza di governi e di maggioranze (fittizie in realtà, al massimo rappresentative di una minoranza) che con la scusa della sicurezza e dell’emergenza cercano di neutralizzare ogni tipo di battaglia sociale, adottando strategie che si traducono anche in riforme politiche che provano a scardinare l’impianto costituzionale dello Stato e della società: si vedano il “Decreto Sicurezza” del ministro Piantedosi
(n. 48/2025) e la recente legge in materia di ordinamento della giustizia e di istituzione della Corte disciplinare, che modificherebbe il titolo II e IV della parte seconda della Costituzione e che dovrà essere sottoposta a referendum confermativo nella prossima primavera.
Nell’insieme tali provvedimenti prefigurano una sorta di passaggio dallo stato sociale allo stato penale, cioè del controllo e della sorveglianza, appunto; una società nella quale il dissenso deve essere preventivamente scoraggiato e successivamente
represso. In un tempo in cui la democrazia vacilla e la Costituzione rischia di essere tradita, l’obbedienza non è più una virtù e la ribellione diventa un valore. In un tale quadro la legalità non corrisponde più necessariamente alla giustizia, e allora la
disobbedienza civile è l’atto non violento che può accorciare lo spazio tra le leggi ingiuste e la giustizia vera, cioè basata sul primato della coscienza, dell’etica e della morale, come ci hanno insegnato attraverso i secoli le esperienze isolate ma luminose di Antigone, di Henry Thoreau e di don Lorenzo Milani. Quando Thoreau, fondatore dei primi movimenti di protesta e resistenza nonviolenta, successivamente rappresentati da Gandhi e Martin Luther King, scriveva che è necessario disubbidire a leggi ingiuste, o perlomeno attuare verso di esse una sorta di “resistenza”, egli non pensava a rivolte violente o a rivoluzioni armate, ma a una non collaborazione col governo che le aveva imposte. Ad una disobbedienza, appunto.
Le democrazie sono fondate sulla possibilità di dissentire e di portare conflitto in maniera sana e nonviolenta. Il dissenso è alla base del pensiero libero perché permette la diversità delle posizioni e delle idee, mettendo al vaglio la verità e la giustizia. Di
fronte ad un governo tollerante verso i rigurgiti neofascisti e intransigente contro chi protesta per chiedere un futuro nel quale siano rispettati i diritti delle persone e dei territori, anch’essi devastati da politiche dirigiste basate sull’emergenza, come quelle
che favoriscono la speculazione energetica, deriva l’urgenza di prendere consapevolezza di una democrazia che non c’è più e di reagire al cupo orizzonte di una democrazia illiberale.
di Rossano Pazzagli (da La Fonte dic/25)
lì 11 Dicembre 2025

