Il fondaco della farina
di Luca Di Toro –
Il cuore segreto di Campobasso
Nessuno ci pensa, ma in quel luogo con un nome divenuto così evocativo, per secoli è passata la storia di Campobasso. “U fùnnach”, come lo chiamano ancora oggi i vecchi del quartiere. Se ascolti bene, se chiudi gli occhi, puoi ancora sentire le voci. I mercanti che contrattano. I doganieri che pesano. I bambini che giocano. I musicisti che suonano.
Il Fondaco della Farina esiste ancora, è lì, nel cuore del borgo antico. Ma quasi nessuno ne conosce la vera storia. Nessuno sa perché si chiama così, cosa si faceva in quello slargo, quali traffici, quali ricchezze, quali vite siano passate sotto quei portoni. Eppure, per secoli, è stato il cuore pulsante dell’economia cittadina.
~ LA MEMORIA DI UN BAMBINO ~
È un scorcio del borgo a cui sono particolarmente affezionato. Perché ha visto il me bambino vivere i momenti più belli e spensierati. Tra avventure nei sotterranei, cunicoli che sbucavano a tutt’altra parte, scoperte di spade, elmi, munizioni. Un luogo che non è più quello di un tempo, ma che è ancora lì, come fosse cristallizzato.
“Quando sei solo con te stesso chi sei?
Chi sta cercando chi?
Su pendici remote si infoltiscono memorie di giorni passati lieti e cupi
Tra noi la fiducia era un presupposto
Quelle panchine mezze sgangherate tra pietre e portoni che non hanno parola
Ma narrerebbero ridendo la mia favola
Istanti muti e presenze di palpiti e tremori
Effusioni di sorrisi raggianti tra rovine e macerie
E palloni vagabondi in un parcheggio strapieno.
Solleticano l’anima quei colori della fanciullezza
Nell’alcova di un ricordo vago ma che ancora seduce le mie illusioni
Lento ma inesorabile il tempo è fuggito
In una salutare indifferenza
Meno giovane
Più schivo
Ora ritorno ad oggi ricolmo di ieri.” (Luca di Toro)
~ IL FONDACO CRISTALLIZZATO NEL TEMPO ~
LA PIAZZA DEI PESI E DELLE MISURE
Immagina di camminare per le strade di Campobasso. Sei in Via Vittorino Cannavina, una delle arterie che dal centro salgono verso il borgo antico. Il nome originale di questa strada era via Borgo, oppure Via delle Scarparie (o Corsea de’ Scarpai), come indicato nel testo Borghi, chiese e misteri a Campobasso. A un certo punto, sulla sinistra, si apre un varco. È Vico Fondaco della Farina. Basta superare la soglia di quel vicolo, e il tempo sembra fermarsi. Davanti a te si apre uno spazio sospeso, come se la città avesse dimenticato di cancellarlo. Subito si respira un’aria diversa, antica, misteriosa. E se chiudi gli occhi e ascolti bene, puoi anche sentire le voci di un tempo. I mercanti che contrattano. I doganieri che pesano. I bambini che giocano. I musicisti che suonano.
Perché questo luogo, per secoli, è stato il cuore economico di Campobasso. E la sua storia comincia molto, molto lontano.
~ IL CUORE ECONOMICO DEL REGNO ~
Sei un mercante. È il XVI secolo. Arrivi a Campobasso dopo giorni di viaggio, lungo i tratturi della transumanza. Davanti a te si apre un largo, ai piedi del colle. È il Largo della Gabella della Farina. O il Largo della Cappella della Farina. O, più semplicemente, la Contrada della Dogana Vecchia. Qui c’è il cuore pulsante dell’economia cittadina. Campobasso è una delle sette città del Regno di Napoli sede ufficiale del mercato granario. E il Fondaco è il suo centro nevralgico.
Il Fondaco della Farina è uno slargo che si apriva a poca distanza dalla chiesa di San Leonardo, all’interno delle mura del borgo antico. In questo luogo confluivano tutta la farina e i cereali prodotti dai mulini intorno alla città. Qui erano pesati e soggetti a dazio. Nei vani ipogei del Fondaco, il grano viene pesato, stoccato, tassato. I mulini idraulici, alimentati dalle acque della Foce, macinano il frumento giorno e notte. È l’unica riserva di energia meccanica della città, e tutti ne dipendono.
Il grano arriva dai campi del Contado, dalle masserie, dai feudi vicini. Viene portato qui, in questo largo ai piedi del colle, dove le operazioni di pesatura e stoccaggio seguono regole precise. Ogni sacco viene controllato. Ogni misura verificata. Ogni tassa riscossa.
~ LA MEZZACANNA, LA MISURA DELLA VERITÀ ~
Ma come si fa a garantire che il grano non venga frodato? Come si fa a essere sicuri che il peso sia corretto?
La risposta è incisa in quella bacchetta nella pietra. Sulla parete all’imbocco di Via Cannavina, esattamente di fronte all’ingresso del Fondaco, è murata ed è tuttora conservata la Mezzacanna, lo standard lapideo borbonico pari a 132,7 centimetri, introdotto ufficialmente con la legge del 1° gennaio 1841 per unificare i sistemi di misura nel Regno. Veniva utilizzata dai doganieri per verificare la capienza dei recipienti di pesatura e prevenire le frodi nel dazio della farina.
Chi arrivava in città, scendeva dal suo carro o da cavallo e appoggiava la sua merce su quella bacchetta incassata nel muro. Immaginate la fila lì davanti, alla vita che si svolgeva in quella zona. I carri che arrivavano, i sacchi che venivano scaricati, le voci dei mercanti che contrattavano, i doganieri che controllavano. Un viavai continuo, un brulicare di attività che animava il cuore del borgo.
La Mezzacanna e il Fondaco non erano soltanto uno snodo di dazio quotidiano, ma anche una tappa della vita civica e religiosa. Durante la solennità dell’Ottava del Corpus Domini, la processione cittadina e la sfilata dei Misteri percorrevano Via Cannavina compiendo una sosta d’obbligo proprio dinanzi alla Mezzacanna e all’ingresso del Fondaco della Farina, mostrando a tutto il popolo che in quel luogo il grano e la farina venivano misurati secondo la legge e sotto il controllo della comunità.
~ IL TEATRO SOTTO IL FONDACO ~
Ma il Fondaco della Farina non è solo un luogo di commercio. È anche un luogo di cultura. Un luogo di spettacolo. Un luogo di memoria.
Nel 1688, all’interno della piazza del Fondaco, ai civici 18 e 20, una grande stalla gentilizia fu ristrutturata e convertita nel Teatro del Genio, la prima sala teatrale di Campobasso, dotata di tre ordini di palchi. Il Teatro del Genio, chiamato anche Teatro Comunale o Vecchio Teatro, che si trovava in Piazzetta del Fondaco della Farina, nel borgo, cuore della città, era uno dei più antichi della regione. Immagina la scena: un edificio che fino a poco prima ospitava animali, ora si trasforma in un tempio della cultura. I nobili di Campobasso salgono le scale, prendono posto nei palchi, aspettano l’inizio dello spettacolo. Le candele illuminano la sala. I musicisti accordano gli strumenti. E il sipario si alza.
Qui, la sera del 23 settembre 1807, il Re Giuseppe Bonaparte, ospite a Palazzo Salottolo, si recò al Teatro del Genio nel Fondaco della Farina per assistere a una rappresentazione allestita in suo onore. Un re a Campobasso. Un re nel teatro ricavato da una stalla. Un momento di gloria per la città.
Qui, nel 1851, va in scena la prima del dramma lirico Delicata Civerra. Libretto del Prefetto De Feo, musica di Angelo Picucci. Il racconto scritto diciannove anni prima che Pasquale Albino inviasse la sua lettera ad Alessandro Manzoni, nella quale confessava: racconto patrio da me scritto nel 1847 quando I Promessi Sposi erano la mia lettura quotidiana; cosa che mi ha anche spinto ad offrirglielo. È una goccia che ritorna all’oceano da cui è evaporata, ed Ella la accoglierà nel mare della sua cortesia. Il melodramma riporta dettagli precisi, poi successivamente ancora più mutati: il vero nome del padre della ragazza, Raimondo e non Andrea; la reclusione nello scantinato di casa, e non nella torre; e la scelta del nome, la ragazza affetta da tisi, per cui chiamata Delicata. Ma di questo vi parlerò in altre occasioni.
~ IL GATTO CHE SFIDÒ LA MORTE ~
E poi c’è il terremoto. Il 26 luglio 1805, il terremoto di Sant’Anna devasta Campobasso. Le case crollano. Le chiese si sgretolano. Il Fondaco della Farina, allora di proprietà di Felice Cancellario, crolla. Le macerie ricoprono tutto. La città è in ginocchio. Ma tra le macerie, accade qualcosa di straordinario. Un gatto viene estratto vivo dopo diciotto giorni. Diciotto giorni senza cibo. Diciotto giorni senza acqua. Diciotto giorni sotto le macerie del Fondaco. Eppure, è vivo. Un episodio che sembra uscito da una favola, e che invece è documentato. Un simbolo di speranza in mezzo alla distruzione. Un segno che la vita, anche nei momenti più bui, trova la forza di resistere.
Chissà se quel gatto è diventato una leggenda. Chissà se i bambini di Campobasso, per generazioni, hanno sentito raccontare la storia del gatto che sopravvisse al terremoto. Chissà se qualcuno, ancora oggi, ci crede.
~ L’OMBRA DEI GONZAGA ~
E ora, la domanda che nessuno ha mai posto. Il Fondaco della Farina è adiacente a Palazzo Cannavina, l’antico palazzo dei Gonzaga. Un palazzo che fu la dimora dei feudatari di Campobasso, edificato dalla principessa Isabella di Capua agli inizi del XVI secolo, in occasione del suo matrimonio con Ferrante I Gonzaga, avvenuto il 14 agosto 1531. All’interno del palazzo è ancora visibile lo stemma nuziale dei Gonzaga e dei Di Capua. I Gonzaga governarono Campobasso per 107 anni, dal 1531 al 1638.
Ma cosa c’entra il Fondaco della Farina con i Gonzaga? La risposta, purtroppo, non è documentata. Nei registri dei Gonzaga, nelle carte dell’archivio di Guastalla, nelle memorie di Mantova, non c’è traccia di un legame diretto tra la famiglia e il Fondaco. Eppure, la vicinanza fisica tra i due luoghi è impossibile da ignorare. Il Fondaco era il cuore economico della città. Palazzo Cannavina era il cuore del potere. Chi controllava il palazzo controllava anche il Fondaco? Chi controllava il grano controllava anche la città?
Il valore strategico ed economico del Fondaco è formalmente consacrato nei documenti della Camera Baronale: negli Apprezzi feudali degli ingegneri Luigi Nauclerio (1688) e Giuseppe Stendardo (1732), e soprattutto nel solenne Rogito del notaio Capocefalo (1737) per la presa di possesso dei duchi Carafa di Jelsi, dove il complesso viene registrato tra i beni più preziosi della corte con la formula d’archivio: presa di possesso della rimessa e del Fondaco della Farina.
Però, posso garantire che il legame c’è. Ho visto personalmente i tracciati sotterranei che collegano le case del fondaco al palazzo. Conosco camminamenti ora murati. E vi dirò di più: ci sono segni inequivocabili che indicano luoghi sotterranei precisi, incisioni enigmatiche tutte da decifrare, e che forse resteranno un mistero per il disinteresse di amministrazioni e comunità.
~ LA VERITÀ DELLE FONTI ~
Ma qui bisogna essere onesti. La dicitura specifica Fondaco della Farina non compare mai nel corpus pergamenaceo medievale del Codice Diplomatico Campobassano. Né negli studi di Bruno Figliuolo. Nel Codice Diplomatico figura esclusivamente la menzione generica dei fundici nel Diploma della regina Giovanna II del 6 luglio 1419, per l’istituzione della fiera di San Pietro. Mentre negli Apprezzi del XVII e XVIII secolo, Nauclerio e Stendardo censirono i fondaci del ferro, del sale, del tabacco e della polvere da sparo, collocati fuori la porta principale.
La ragione per cui il Fondaco non compare nelle carte medievali è strettamente topografica: nel Trecento, l’originaria Porta San Leonardo (definita Porta della Piazza o Porta del Borgo) sorgeva circa 100 metri più a monte, antistante la chiesa di San Leonardo. Di conseguenza, l’area del Fondaco della Farina si trovava inizialmente all’esterno della cinta fortificata (extra-moenia). Fu solo nel 1476, sotto il regno di Ferrante I d’Aragona, che la cinta muraria venne avanzata verso il piano, edificando la nuova Porta San Leonardo per racchiudere e proteggere dentro le mura la dogana, i magazzini e la piazza del grano.
Il Fondaco della Farina, quindi, è una denominazione moderna. Una denominazione che racconta una storia vera, ma che non ha radici medievali. E questa è una precisazione che dobbiamo alla verità. Perché la storia di Campobasso merita di essere raccontata per quello che è stata. Non per quello che qualcuno ha voluto far credere che fosse.
~ DAL TEATRO AL TRIBUNALE ~
Dopo il 1880, la struttura viene venduta a privati. Il Teatro del Genio, il luogo dove si esibivano i musicisti, dove si rappresentavano le opere, dove si celebravano le feste cittadine, cambia volto. Diventa sede del Tribunale per i Minorenni e della relativa Procura.
Immagina il contrasto. Le stesse mura che avevano ascoltato le arie di Picucci, le risate del pubblico, gli applausi degli spettatori, ora ascoltano le voci dei giudici, i pianti dei ragazzi, le sentenze. Da luogo di spettacolo a luogo di giustizia. Da tempio della cultura a tribunale.
Ma sul portale rettangolare settecentesco, ancora oggi, si conservano la lastra di marmo con quattro borchie laterali e i fori dei perni che sostenevano l’antica dicitura TEATRO. La scritta rimase leggibile fino al principio del 1973. Un pezzo di storia che resiste, silenzioso, sotto gli occhi di tutti. Chi passa di lì, chi entra nel Tribunale per i Minorenni, forse non sa che sta camminando su un pezzo di storia. Ma la pietra non dimentica.
~ I PROPRIETARI E LE FAMIGLIE DEL QUARTIERE ~
Nel corso del Settecento e dell’Ottocento, attorno alla piazza del Fondaco gravitavano i palazzi e i beni di importanti famiglie cittadine. Nel Rogito Capocefalo del 1737, negli atti ufficiali di immissione in possesso feudale redatti per il passaggio del feudo, è registrata con formula solenne la presa di possesso della rimessa e del Fondaco della Farina, a conferma che il Fondaco costituiva un bene patrimoniale di primissimo ordine per la Camera Baronale.
~ EPILOGO: LA MEMORIA CHE RESISTE ~
Il Fondaco della Farina. Un luogo che non esiste più come un tempo. Ma che è ancora lì, con le sue panchine, i suoi portoni, i suoi ricordi. Per anni il mercato coperto ha sostituito l’attività del Fondaco che negli anni ’20 era diventato luogo del mercato di frutta e verdura. Mercato coperto che purtroppo ha visto la stessa fine del Fondaco, dopo anni in cui fu il luogo di ritrovo della Campobasso del dopoguerra.
Eppure, chi come me ha vissuto i suoi anni d’infanzia più belli al Fondaco, vede ancora quel luogo con suggestione ed emozione. Metà del mio cuore è ancora lì, tra quelle panchine mezze sgangherate, tra quei portoni che non hanno parola ma che narrerebbero ridendo la mia favola. Tra i brividi di un passato che ancora emoziona.
Perché Campobasso è la città che vive nei ricordi di chi l’ha amata. E quella città, oggi, ha ancora molto da raccontare.
Nota dell’autore:
Quanto riportato nei report nasce da una ricerca appassionata, non da una perizia tecnica. I riferimenti a luoghi, a oggetti, manufatti, numeri e relazioni, sono verificati con attenzione, ma a volte potrebbero non corrispondere fedelmente alla realtà. L’obiettivo è divulgare una storia poco nota e affascinante, non redigere un inventario. Ogni riferimento è frutto della passione per la ricerca, non di un censimento tecnico.
Di Luca Di Toro
lì 21 Settembre 2026

