Il dovere di commemorare i defunti
di Umberto Berardo –
Il culto dei morti esiste fin dalla preistoria
Come attestato dalle incisioni rupestri rinvenute in Val Camonica e in altri siti, il culto dei morti esiste fin dalla preistoria.
Di origine orientale e poi diffusasi nella tradizione filosofica occidentale, già con Platone è presente l’idea che in ogni persona ci sia un’anima immortale e tale concezione è tra le affermazioni più forti della Bibbia già nei libri veterotestamentari e poi nel nuovo testamento con il messaggio di Gesù di Nazareth.
Il giorno successivo alla solennità di tutti i santi ovvero il 2 novembre viene istituita nella Chiesa Cattolica la commemorazione dei defunti.
La tradizione di ricordare con la preghiera i deceduti è stata rinvenuta in alcune incisioni nelle catacombe e dunque esisteva già tra i primi cristiani, ma l’idea di fissare un unico giorno per ricordare tutti i morti risale all’anno 928 d. C. grazie all’abate benedettino sant’Odilone di Cluny.
In realtà in un passaggio di ogni liturgia eucaristica esiste il cosiddetto “memento” ovvero il ricordo al Signore di tutte le anime dei defunti e tuttavia si è voluta istituire una tale ricorrenza, sia pure senza l’obbligo del precetto, per rendere viva in tale giorno la presenza spirituale di quanti hanno lasciato la vita terrena non solo attraverso il ricordo ma soprattutto nella preghiera.
Il 2 novembre è ormai consuetudine per i credenti recarsi ai cimiteri per la celebrazione eucaristica e la deposizione di fiori presso le tombe dei propri cari.
In molti paesi del Molise e anche a Duronia, dove sono nato e vivo da tantissimi anni, c’è sempre stata la tradizione di accendere in ogni stanza della casa di abitazione una candela nella notte tra il 1° e il 2 novembre perché i contadini credevano che i morti tornassero proprio in quelle ore notturne a fare visita ai vivi e gradissero stare nella luce.
In ogni caso non mi fermerò tanto sulle credenze popolari e neppure su talune affermazioni dogmatiche o su certe tradizioni e superstizioni che possono rischiare di rendere banale una tale ricorrenza che deve rappresentare invece per tutti un momento di grande spiritualità arricchito da una profonda riflessione di ricordo e di ringraziamento, dalla preghiera ma anche dalla speranza per chi crede.
La tradizione che più mi commuove nella cultura delle nostre piccole comunità è soprattutto quella di compiere atti di solidarietà e donazioni.
Che ci s’incontri con i defunti attraverso la preghiera per chi crede o semplicemente con un gesto o un pensiero di affetto per i non credenti, ritengo in ogni caso la loro commemorazione un momento di grande rilievo per mantenere un legame reale tra i vivi e i morti.
Ricordare i deceduti vuol dire essere convinti che nel fluire dell’esistenza rimangano intatti con loro i legami di fede, ma anche quelli di amore i quali accompagnano sempre ogni nostra azione che molto dipende da quanto da essi abbiamo ricevuto sul piano spirituale, etico, culturale e affettivo.
Credo poi che questa tradizione debba servire a tutti noi per riconciliarci con la condizione di esseri soggetti alla mortalità e dunque abbiamo bisogno anzitutto che la nostra vicenda umana come individui sia vista all’interno di un universo in cui anche dopo la nostra fine la vita continua e al cui scorrere noi partecipiamo con il nostro segmento esistenziale attraverso gli aspetti positivi che riusciamo a farvi confluire con quanto trasmettiamo a quelli cui abbiamo dato la vita biologica e agli altri cui ne abbiamo trasmesso un’altra di natura scientifica, etica e culturale.
Penso sia questo il concetto di vita eterna trasmessaci da Gesù Cristo e che comincia appunto già da questa esistenza terrena con quanto noi riusciamo a esprimere per gli altri in termini di amore che tuttavia non può ridursi a pura intenzione, ma ha bisogno di una testimonianza concreta in termini di condivisione.
Per tutti noi è difficile pensare e accettare la nostra vita e soprattutto quella dei nostri cari, cui siamo legati dall’affetto, come un segmento momentaneo sulla Terra nel fluire dell’eternità, ma quando il distacco definitivo dalle persone amate crea intorno a noi il buio e sembra eliminare ogni orizzonte per il nostro futuro allora abbiamo bisogno di due sostegni essenziali che non possono essere se non quel Dio che ci ricorda “Io sono la via, la verità e la vita. Chi crede in me non morirà in eterno” e poi la memoria della persona cara che ci lascia alla quale seguiteremo a chiedere l’amore che ci ha così abbondantemente donato come gli esempi di orientamento al bene che continueranno a guidarci nella vita.
Il cardinale Carlo Maria Martini sosteneva che ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, ma precisava che senza l’accettazione dell’idea di dover morire “non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio”.
Ciò di cui personalmente sono certo è che ciascuno di noi con il suo segmento esistenziale dà, come tutti quelli che ci hanno preceduto, un contributo al fluire dell’eternità.
Penso allora che la commemorazione del 2 novembre accomuni sicuramente credenti e laici nell’indagare le proprie radici attraverso la relazione con i propri defunti, ma anche nel ricercare una visione positiva del tempo che viviamo acquisendo senso etico e sobrietà anche con l’aiuto della grande onestà e rettitudine di quella cultura contadina da cui personalmente provengo e che continua a insegnarci che la misura del valore della vita non è in ciò che si possiede, ma in ciò che si è e che si trasmette alle nuove generazioni con le azioni indirizzate al bene.
Credo che questo abbiano fatto quanti ci hanno preceduto e perciò siamo legati a loro nel ricordo quotidiano e in particolare nel giorno del 2 novembre seppure non sono pochi quelli che si servono anche dei social network per mantenere vivo il ricordo dei propri cari.
Io stesso non ho mai cancellato il numero di telefono dalla mia rubrica sul cellulare o il profilo sui social di parenti o amici deceduti.
C’è da augurarsi che la memoria per chi ha lasciato la vita terrena non appartenga solo alla famiglia ma all’intera collettività.
È proprio per questa ragione che anche chi sceglie di cremarsi dopo la morte farebbe bene a disporre che le proprie ceneri siano poste in un piccolo loculo nel cimitero perché ogni altra scelta difficilmente può aiutare il ricordo della persona deceduta.
Tra l’altro anche l’applicazione delle normative nazionali e locali in merito all’affidamento o alla dispersione delle ceneri sul territorio difficilmente è controllabile.
La partecipazione popolare così massiccia alla commemorazione dei defunti ha allora un grande valore civile e sociale oltre che spirituale perché ci lega alle radici e salvaguarda la memoria impedendo l’oblio e l’anonimato per quanti con una personalità ricca di umanità, di amore immenso per la famiglia, di bontà infinita per gli altri, di una straordinaria cultura del lavoro hanno creato i presupposti di una società giusta e inclusiva.
La nostra storia personale e collettiva ha il suo fondamento nell’esperienza di vita e di valori che abbiamo ricevuto da quanti ci hanno trasmesso educazione, onestà, competenze ma soprattutto amore.
Nelle nostre comunità anche chi vive altrove rientra sicuramente il giorno del 2 novembre per manifestare il suo legame affettivo per chi ha amato e non è più fisicamente presente.
Al di là di ogni differenza di carattere culturale o religioso la commemorazione dei defunti diventa per tutti un momento per stabilire proprio nei cimiteri il punto d’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti, per onorare con l’affetto le persone che ci hanno lasciato con dei gesti concreti di gratitudine aperti alla continuità della vita.
Di sicuro la memoria per i nostri cari non è indolore perché siamo davanti al vuoto generato dalla loro assenza fisica.
Dietrich Bonhoeffer così esprime tale concetto: «Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona cara. È falso dire che Dio riempie il vuoto. Non lo riempie affatto, ma lo tiene aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore».
Sarebbe doveroso il 2 novembre tenere memoria non solo per i propri cari, ma soprattutto per quanti sono morti nella solitudine o vittime delle ingiustizie, della fame, di omicidi, di femminicidi o di genocidi perché ricordo e riflessione si spera possano servire a tutti noi per responsabilizzarci sulla necessità di cancellare dalla storia simili aberrazioni e atrocità inaccettabili.
di Umberto Berardo
dì 2 Novembre 2026

