Forse questi ragazzi hanno capito
di Barbara Poltrone – fb –
Non si ha più voglia di abboccare alle solite pagliacciate di certa politica
Per anni la politica ci ha servito sempre le stesse divisioni: destra contro sinistra, italiani contro immigrati, uomini contro donne, eterosessuali contro omosessuali, giovani contro anziani.
Sempre qualcuno contro qualcun altro. Sempre un nemico da indicare. Sempre una guerra tra persone che, alla fine, condividono spesso gli stessi problemi.
E intanto i problemi veri restano lì.
Ma forse qualcosa sta cambiando.
Forse questi ragazzi non hanno più voglia di abboccare alle solite pagliacciate della politica. Forse non gli interessa sapere se chi gli sta accanto è di destra o di sinistra, italiano o straniero, gay o eterosessuale.
Forse hanno capito che non è il ragazzo immigrato a rubargli il futuro, non è il pensionato a impedirgli di trovare lavoro e non è il vicino che vota diversamente da loro il responsabile delle loro difficoltà.
I dati aiutano a capire perché. Secondo l’Istat, in Italia la povertà assoluta riguarda milioni di persone e colpisce in modo particolarmente duro le famiglie numerose e quelle con minori. Tra i giovani, inoltre, il rischio di povertà o esclusione sociale resta più alto della media europea. Non è una sensazione: per molti ragazzi significa vivere in famiglie che fanno fatica a pagare l’affitto, rinunciare a un corso di formazione, rimandare l’uscita di casa o accettare lavori precari e sottopagati.
Nelle periferie il problema è spesso ancora più evidente. In molti quartieri mancano collegamenti efficienti, biblioteche, impianti sportivi, spazi culturali e servizi sociali. Un ragazzo che vive lontano dal centro può impiegare più di un’ora per raggiungere la scuola, l’università o un lavoro. Se perde un autobus o non può permettersi un abbonamento, un’opportunità può diventare semplicemente irraggiungibile.
E poi c’è la scuola. I dati sulle disuguaglianze educative mostrano che il rendimento e la possibilità di proseguire gli studi dipendono ancora molto dal reddito e dal livello di istruzione della famiglia. In alcune aree del Paese la dispersione scolastica è significativamente più alta della media nazionale. Questo significa che non tutti partono dallo stesso punto: c’è chi può contare su ripetizioni, computer, una stanza tranquilla e genitori disponibili, e chi invece deve condividere spazi, lavorare presto o affrontare da solo difficoltà enormi.
E poi leggo i commenti degli adulti: “Maranza!”, “Delinquenti!”, “Andate a lavorare!”, “Tutti in galera!”, “Sono solo immigrati!”.
Sempre le stesse frasi. Sempre le stesse etichette. Sempre la stessa ossessione di dividere il mondo tra persone perbene e persone da disprezzare.
E la cosa paradossale è che, mentre accusano questi ragazzi di non capire nulla, continuano a ripetere esattamente gli slogan e gli stereotipi che da anni alimentano le contrapposizioni.
Nessuna domanda su ciò che vivono, sulla povertà, sull’emarginazione, sulle opportunità negate. Nessuna curiosità di capire cosa stia succedendo.
Eppure le esperienze quotidiane raccontano una realtà concreta: giovani che mandano decine di curriculum senza ricevere risposta, ragazzi con contratti brevi e stipendi insufficienti, studenti costretti a rinunciare all’università perché fuori sede, figli di famiglie immigrate che incontrano ostacoli aggiuntivi anche quando sono nati e cresciuti in Italia. In molti casi, il problema non è la mancanza di volontà, ma la distanza tra ciò che viene chiesto ai giovani e le opportunità che vengono loro offerte.
Basta chiamarli “maranza” e il problema è risolto. Almeno nella propria testa.
Condannare gli atti violenti è doveroso. Ma usare quegli episodi per liquidare un’intera generazione è un’altra cosa.
La violenza va giudicata e contrastata, ma prevenire significa anche investire nei luoghi in cui i ragazzi vivono: scuole aperte oltre l’orario delle lezioni, educatori di strada, centri sportivi accessibili, trasporti funzionanti, formazione professionale e occasioni di lavoro regolare. Senza queste politiche, la sicurezza rischia di diventare soltanto una parola d’ordine, mentre le cause dell’esclusione restano intatte.
E questa, secondo me, è la parte più interessante: forse i giovani stanno iniziando a riconoscersi negli stessi problemi, mentre tanti adulti continuano a riconoscersi soltanto nelle rispettive tifoserie.
NON SERVE ESSERE UGUALI PER STARE DALLA STESSA PARTE.
Non serve avere la stessa nazionalità, lo stesso orientamento sessuale, la stessa religione o le stesse idee politiche per pretendere una vita dignitosa.
Serve riconoscere che le disuguaglianze non sono astratte. Sono l’affitto che non si riesce a pagare, il treno che non passa, la scuola senza strumenti, il lavoro senza garanzie, il quartiere senza spazi sicuri e il futuro che sembra sempre rimandato.
E se davvero questi ragazzi riuscissero a superare le divisioni che noi adulti continuiamo ad alimentare, sarebbe un cambiamento culturale enorme.
Perché forse il problema non è che questi giovani non rispettano più le vecchie regole del gioco.
Forse è che hanno cominciato a capire come funziona il gioco. E NON VOGLIONO PIÙ PARTECIPARE.
di Barbara Poltrone – fb
dì 21 Ottobre 2026

