Campobasso e la sua storia
di Luca Di Toro –
Il grande inganno di Delicata Civerra
~ IL GRANDE INGANNO DI DELICATA CIVERRA – LA VERA STORIA DEL RACCONTO PATRIO E L’INVENZIONE MELODRAMMATICA ~
“Campobasso li 6 Maggio 1870. Veneratissimo Sig.r Conte. Incoraggiato dalla benignità con che Ella accolse i Volumi I° e III° delle Biografie e Ritratti degli Uomini Illustri della Provincia di Molise da me inviatile in omaggio non ha guari, Le invio ora un esemplare della Delicata Civerra, racconto patrio da me scritto nel 1847 quando i Promessi Sposi erano la mia lettura quotidiana, il che anche mi ha mosso ad offerirglielo. È una goccia che torna all’oceano donde evaporò, ed Ella l’accoglierà (perdoni il scientifico) nel mare della sua cortesia. Baciandole la vecchia mano come farebbe un discepolo al suo maestro La prego di gradire per la seconda volta gli omaggi affettuosi, e riverenti di. Vostro devotissimo ammiratore, Pasquale Albino. All’Illustrissimo Signore Conte Alessandro Manzoni Senatore del Regno Milano”.
Bastano queste poche righe, scritte da Campobasso e recapitate a Milano nel maggio 1870, per aprire una questione storica che per oltre un secolo è rimasta sepolta sotto strati di retorica e folklore. Eppure questa lettera, conservata nel Fondo Manzoniano della Biblioteca Nazionale Braidense, sotto la precisa segnatura N.Z. B. XVIII. 20/2, non era mai stata letta per quella che è realmente. La confessione autografa e inequivocabile della nascita di un’invenzione letteraria.
Campobasso ha una storia che non può continuare ad essere tramandata in modo errato o contraffatto. Ben venga il folklore, ben venga la leggenda quando dichiara apertamente la propria natura poetica e mitologica. Ma la storia documentaria deve essere rispettata, verificata e conosciuta, non inventata a tavolino per colmare vuoti o compiacere il sentimento romantico. Campobasso porta già sulla propria carne i vuoti profondi e dolorosi dei terremoti e degli incendi. Ha perduto archivi secolari, chiese insigni, torri di cinta, interi rioni storici. Quello che è miracolosamente sopravvissuto nelle carte e nelle pietre è prezioso, e appartiene intimamente alla vita di chi ci ha preceduto. Ai nostri antenati, ai lavoratori, ai padri e agli avi che hanno lottato, edificato, sofferto e governato questa terra. Restituire loro la verità nuda dei fatti non è un freddo esercizio di erudizione archivistica. È un doveroso atto di giustizia e di rispetto.
C’è un momento preciso in cui la storia di una città rischia di smarrire la propria identità, scambiando le cronache autentiche per favole melodrammatiche. A Campobasso questo passaggio ha un nome, una data e una testimonianza autografa. La presunta tragedia cinquecentesca di Delicata Civerra e Alfonso Mastrangelo.
Per generazioni la memoria popolare è stata nutrita da un racconto suggestivo e straziante. Due nobili amanti separati dall’odio feroce tra le confraternite cittadine dei Crociati e dei Trinitari. Il padre crudele che rinchiude la figlia viva in una buia e gelida torre militare. La fedele confidente Fiorella Sinibaldo che ne raccoglie i singhiozzi. Il cavaliere che torna dalle guerre d’oltremare per infilarle la fede al dito un istante prima della morte e poi farsi frate cappuccino per espiare il dolore del mondo.
Questa narrazione, tramandata acriticamente di libro in libro e trasformata in folklore turistico, crolla non appena viene sottoposta al vaglio implacabile degli strumenti della ricerca scientifica.
A dimostrarne l’inconsistenza non sono congetture moderne, ma la confessione manoscritta dello stesso autore che ideò la trama, Pasquale Albino, nel 1847 e nel 1870. L’analisi filologica del melodramma teatrale che ne diffuse la sceneggiatura visiva nel 1851, a opera di Francesco De Feo. E l’imponente mole di protocolli notarili, registri parrocchiali dei defunti, sentenze civili e apprezzi fiscali del Cinquecento e Seicento che attestano una realtà storica diametralmente opposta.
E se è vero che la Campobasso del 1587 non era affatto divisa in due sole fazioni belligeranti, ma pullulava di confraternite, corporazioni d’arti e compagnie laicali indipendenti, tra cui la potente Confraternita del Battente, autonoma e sovrana rispetto ai Crociati, in questo studio mi concentro chirurgicamente sulla decostruzione del mito di Delicata Civerra, rimandando all’appendice e agli atti collegati l’analisi monumentale delle confraternite e dei luoghi fiscali come riportato da Michelangelo Ziccardi La sequenza cronologica ristabilisce l’esatta paternità dell’invenzione, nel 1841 Michelangelo Ziccardi aveva riportato la memoria documentaria della giovane Civerra consumata dalla tisi e segregata per debiti nella casa ai Monticelli, dove prese quella storia? Quei dati? Il nome? Sei anni dopo, nel 1847, Pasquale Albino attinse a quella pagina di Ziccardi per innestarvi la trama romanzata a imitazione del Manzoni, trasformando una vicenda patrizia e patrimoniale piena di contraddizioni e già romanzata, nel mito sentimentale di Delicata.
Ziccardi era di 25 anni più anziano di Pasquale Albino. Quando nel 1841 Ziccardi diede alle stampe a Napoli la prima edizione de I Cappuccini in Campobasso o la Pace, Albino era un giovane studente quattordicenne. Perché Albino si intesta tutta la paternità del romanzo?
~ LA LETTERA CHE RISCRIVE LA VERITÀ (MILANO 1870) ~
Il documento che smonta alla radice l’impalcatura del mito è custodito presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, all’interno del prestigioso Fondo Manzoniano.
La scheda inventariale ufficiale. Collocazione XVIII. 20. Segnatura MANZ. B. XVIII. 20 / 1-2. Numero 20. Oggetto, lettere autografe di Pasquale Albino dirette a Alessandro Manzoni, un foglio doppio, un foglio e una busta. La prima lettera è datata Campobasso, 1° novembre 1869, e accompagnava l’invio del I e III volume delle Biografie e ritratti degli autori e Uomini Illustri della Provincia di Molise, con promessa dei successivi due. La seconda lettera è datata Campobasso, 6 maggio 1870, e accompagnava l’invio di un esemplare della Delicata Civerra, da lui definito racconto patrio scritto nel 1847.
Il testo autografo di Pasquale Albino, conservato nella cartella Braidense recante collocazione N.Z. B. XVIII. 20/2, su carta intestata e recante busta viaggiata con francobollo e timbro postale d’epoca, fornisce due prove dirimenti. La definizione formale di “racconto patrio”. Albino non scrive a Manzoni annunciando il ritrovamento o la trascrizione di una cronaca manoscritta del Cinquecento. Dichiara testualmente di inviargli un’opera di pura fantasia narrativa, composta nel 1847 come diletto letterario giovanile quando “i Promessi Sposi erano la mia lettura quotidiana”. E la metafora rivelatrice dell’oceano. L’espressione “È una goccia che torna all’oceano donde evaporò” è la formale ammissione di un calco strutturale, ribadita dalla chiusa in cui Albino scrive “Baciandole la vecchia mano come farebbe un discepolo al suo maestro”. Non era uno storico che informava uno studioso. Era un allievo letterario che rendeva omaggio al padre del romanzo storico. L’intero schema drammaturgico, i due giovani amanti divisi dalle contese civili, l’autorità paterna inflessibile, la reclusione forzata, il voto e l’intervento pacificatore del religioso cappuccino, è stato ricalcato a tavolino sulle figure di Renzo e Lucia per dotare Campobasso del proprio romanzo patriottico d’ambientazione storica.
~ IL DRAMMA MANZONIANO ANDÒ IN SCENA DICIANNOVE ANNI PRIMA (1851) ~
L’operetta manoscritta di Albino del 1847, data alle stampe per la prima volta a Campobasso dalla Tipografia Colitti nel 1869, non fu l’unico veicolo del mito. A imprimere indelebilmente la leggenda nella memoria ottica ed emotiva della cittadinanza fu la sua trasposizione melodrammatica.
Nel 1851 fu rappresentata a Campobasso l’opera lirica intitolata Dilicata Civerra. Melodramma in due atti, con libretto composto da Francesco De Feo e partitura musicale del maestro Angelo Picucci, stampata a Napoli presso la Tipografia di Vincenzo Barone nel medesimo anno.
Il contesto scenico fu il Teatro del Genio, allestito all’interno dell’antico Fondaco della Farina di via Cannavina, l’ex scuderia e rimessa gentilizia dei Gonzaga e dei Carafa, centro nevralgico della dogana e del mercato frumentario. È su quelle assi di legno che il pubblico campobassano vide per la prima volta incarnarsi la tragedia.
L’invenzione dei personaggi teatrali di spalla. Fu Francesco De Feo a introdurre la figura fittizia di Fiorella Sinibaldo, ruolo canonico della confidente della prima donna, e a dare il nome di Alfonso, Fonzo, Mastrangelo all’amante conteso.
La prigionia domestica e non nella torre. Il libretto del 1851 smentisce clamorosamente la leggenda novecentesca della reclusione militare. Nel testo scenico originale non esiste alcuna cella di rocca. Atto I, Scena V, la didascalia prescrive chiaramente “Raimondo trascina Dilicata nello interno della casa”. Atto I, Scena VI, il parroco Don Nunzio descrive l’accaduto a Fiorella con i versi “Di rabbia e d’ira pieno / Nel sotterraneo la infelice ei tragge… Mal viva in quella / Prigion sta Dilicata”. Atto I, Scena VII, l’ambientazione scenica specifica “Sotterraneo lurido ed oscuro. Dilicata sta sola, seduta sur una scranna, immobile, atteggiata di forte dolore”.
La scena del delirio allucinatorio. Nell’Atto I, Scene VIII-IX, il padre Raimondo spinge la figlia alla disperazione facendole credere che Alfonso si sia promesso a un’altra donna, “Acceso ha l’animo / D’altra bellezza… Le nozze a stringere / Fra poco andrà”. Dilicata cade in preda a un vero e proprio delirio d’allucinazione. La didascalia indica “fa gesti tali, che mostra aver quasi perduto il senno. Poi si alza, e delira sempre”, credendo di scorgere l’amato all’altare con una rivale, per poi stramazzare svenuta al suolo, provocando il rimorso paterno, “Con crudo furor / L’ho spinta a morir!”.
Il travolgente trionfo di pubblico registrato al Teatro del Genio fissò nella mente degli spettatori un’immagine teatrale che, decennio dopo decennio, venne scambiata per cronaca del Cinquecento.
~ LE ROMANZATE DEL ROMANZO ~
I massimi storici e archivisti di Campobasso hanno sempre bollato questa vicenda come una pura aberrazione mitologica.
Vincenzo Eduardo Gasdía, nella Storia di Campobasso, Voll. I-IV, 1960, nella Cronaca di Campobasso, definisce categoricamente la narrazione come una delle “favole ziccardiane”, originate dalle novelle morali del medico patriota Michelangelo Ziccardi, pubblicate nel 1841 su L’Ape, e riprese “con accanimento da Pasquale Albino, il quale inventò il dramma di Delicata Civerra e lo portò anche sulle scene teatrali”. Si tratta di “pura invenzione, non di storia”. Nel Volume III, a proposito della litografia ottocentesca intitolata La Casa di Delicata, Gasdía racconta un aneddoto illuminante. Verso il 1900 due scaltri rigattieri locali riuscirono a vendere a suo padre due enormi chiavi arrugginite spacciandole per “le chiavi autentiche della prigione di Delicata”.
Uberto D’Andrea, in Campobasso dai tempi del viceregno all’eversione del feudalesimo, 1506-1806, Gavignano, 1969, pagina 99, rivolge un esplicito e severo monito metodologico. Invita formalmente gli studiosi “ad accettare con una certa prudenza le parti un po’ romanzate che rompono l’unità dei pur lodevoli studi storici compilati da Michelangelo Ziccardi”, ribadendo che la storia sentimentale di Delicata e Fonzo appartiene al genere della leggenda e non alla documentazione primaria.
Il silenzio delle fonti coeve. Né il cronista coevo Stefano Di Maria nel 1587, né il canonico Paolo Macchiotta nel Seicento, né Giuseppe Maria Galanti nella sua monumentale Descrizione del Contado di Molise del 1781 fanno la minima menzione di Delicata Civerra, di Fonzo Mastrangelo o di fanciulle murate vive durante la pacificazione tra le fazioni cittadine.
~ LE CARTE CHE SMENTISCONO IL MITO – SCOPERTE D’ARCHIVIO ~
Confrontando il racconto letterario con i registri della Cancelleria, dell’Archivio Notarile e delle Parrocchie, ogni singolo elemento romanzesco viene polverizzato dalle pezze d’appoggio documentarie.
L’onomastica. Nel testo di Michelangelo Ziccardi del 1841, La Pace, pagina 18, la giovane è introdotta con una frase rivelatrice, “Quivi una fanciulla ne’ suoi 20 anni, contristata come le altre in amore, dopo esser di tisico lungamente languita, per uno strano avvenimento veniva a morte”. L’appellativo non nasceva affatto come nome di battesimo, ma come pietosa constatazione medica? Era la delicata di casa Civerra, una ragazza di salute cagionevole consumata dalla tisi polmonare?
Anche perché c’è da mettere in conto che presso l’Archivio di Stato di Campobasso, nel Fondo Notarile Antico, è conservato il protocollo del notaio Francesco Angelo Prunauro, Protocollo 6 per gli anni 1585-1587, carte 629 recto – 633 verso, foglio 198 recto. In data 1° dicembre 1587, nel pieno dell’anno della pace cittadina, compare formalmente una cittadina chiamata Delicata Civerra, registrata con la formula notarile inequivocabile, “Delicata Civerra da Campobasso, vedova del quondam Iacovo Caruso”. Non una verginella reclusa per amore paterno, ma una donna maritata, rimasta vedova e pienamente padrona delle proprie facoltà giuridiche, intenta a vendere censi e a stipulare transazioni immobiliari con il clero parrocchiale.
E non è l’unica attestazione. Nel registro I Defunti 1541-1711 della Parrocchia di San Giorgio, pagina 90, ottavo nome, è formalmente registrata la scomparsa di una Delicata Civerra nel marzo del 1590, spentasi per cause naturali e assistita dai conforti ecclesiastici.
Esisteva sì, una tomba di famiglia. La chiesa di San Giorgio era gestita da anni dai Civerra. Nicola di Leone Civerra, il 12 gennaio 1426, era diacono del Capitolo di San Giorgio, rogito del notaio Paolo Zasso, documentato nel Codice Diplomatico Campobassano, Tomo I, Documento 96, durante le adunanze solenni con gli economi vescovili di Bojano. Dompnus Nicolaus Civerra, il 25 gennaio 1454, era presbitero e sacrista ufficiale della chiesa di San Giorgio, titolare della custodia patrimoniale e delle rendite beneficiarie capitolari, Codice Diplomatico Campobassano, Tomo II, pergamena 104. Don Nunzio Civerra ne fu parroco e rettore titolare fino al 27 ottobre 1589, durante gli anni della pacificazione cittadina, e la sua scomparsa per cause naturali è registrata nell’Obituario parrocchiale al 27 ottobre 1589, con le parole “Nunzio Civerra, Rettore di S. Giorgio, moriva nel giorno 27 ottobre 1589” (un anno prima della morte della Delicata Civerra attestata nel registro I Defunti 1541-1711 della Parrocchia di San Giorgio, pagina 90). Il clerico Thomas Civerra fu sacerdote appartenente alla famiglia, documentato nelle sottoscrizioni degli atti capitolari e notarili della seconda metà del XVI secolo. La famiglia custodiva la chiesa, ne amministrava i beni, ne proteggeva gli arredi.
Come sancito dalla Matricola Silvestri del 1662, inventario diocesano redatto dal notaio e cancelliere Silvestri, i Civerra mantenevano il diritto ereditario di giuspatronato sull’Altare di San Tommaso, con facoltà di nomina del cappellano e percezione delle rendite delle messe, sotto il cui pavimento sorgeva la tomba comune della casata, con annessa sepoltura gentilizia pavimentale. Durante le ispezioni archeologiche condotte negli anni Trenta del Novecento nel sepolcreto sotterraneo di San Giorgio, venne rinvenuta la cassa lapidea gentilizia con le insegne e i nomi della famiglia Civerra.
A Ziccardi ed Albino, il nome giunse proprio attraverso queste fonti ecclesiastiche e notarili. Un nome affascinante e gentile che si prestava mirabilmente alla trasfigurazione poetica in un’eroina romantica, malata e “delicata”, modellata sulle pagine manzoniane.
Il padre. La divulgazione superficiale del Novecento ha spesso attribuito al padre il nome di Andrea o Donato Civerra. Al contrario, Ziccardi, Albino, il libretto di De Feo e i documenti della curia concordano sul fatto che il capofamiglia storico era Raimondo Civerra, autorevole possidente del quartiere di San Giorgio.
La reclusione. La causa della segregazione della giovane non risiede nell’odio fazioso tra Crociati e Trinitari, ma in una vertenza di diritto civile, un sequestro conservativo cautelare della dote. Raimondo Civerra aveva accumulato ingenti scoperti finanziari per carichi di grano acquistati da mercanti trinitari. Per impedire che i creditori aggredissero legalmente il patrimonio vincolato alla dote muliebre della figlia, impose alla giovane la permanenza coatta all’interno delle proprietà familiari, giovandosi dell’immunità giurisdizionale garantita dal fratello Don Nunzio Civerra, curato della parrocchia di San Giorgio.
La topografia reale. La narrazione romantica ambienta la prigionia nella Torre Terzano. Ziccardi stesso smentisce l’uso delle torri militari, attestando che Padre Geronimo da Sorbo operava “in una casa a’ monticelli, ch’è quella palazzina in su gli archi”. L’edificio sorgeva lungo la Salita San Bartolomeo, contrada Monticelli, in aderenza alla Turris Communis, la Torre dell’Universitas venduta nel 1737. La contiguità fisica tra la palazzina civile dei Civerra e la torre pubblica ha indotto i narratori ottocenteschi a confondere l’abitazione patrizia con una prigione di guerra.
L’inesistenza di Fonzo Mastrangelo e Fiorella Sinibaldo. Alfonso, Fonzo, Mastrangelo non compare in nessuno dei capitoli della pace del 1587 rogati dai notai Amerigo Scalea e Vincenzo Paradiso, né tra i ruoli dei confratelli o le matricole universitarie. L’unica attestazione del cognome Mastrangelo negli atti giudiziari molisani ricorre in fascicoli di brigantaggio dell’Ottocento. Fiorella Sinibaldo è totalmente assente dai registri di battesimo, matrimonio e morte. La sua figura fu creata a tavolino nel 1851 da Francesco De Feo per adempiere all’obbligo melodrammatico della confidente che dialoga con la protagonista?
~ CONCLUSIONE E ANTICIPAZIONE DEL PROSSIMO REPORT ~
La letteratura ha il diritto sovrano di inventare. Il melodramma ha il compito di commuovere e accendere le passioni. Ma la storia documentaria risponde a una legge superiore, quella della verità verificabile attraverso le fonti.
La leggenda di Delicata Civerra appartiene a pieno titolo alla storia della letteratura risorgimentale e al repertorio del teatro dell’Ottocento. La dignità della famiglia Civerra, con i suoi sacerdoti, i suoi altari gentilizi, i suoi possedimenti e le sue vertenze legali, appartiene invece alla vera storia materiale di Campobasso.
Io vi ho riportato i fatti…
Ma lascio a voi i giudizi e le conclusioni.
Nel prossimo report analizzerò nel dettaglio la seconda parte della mia indagine. Gli errori le confusioni nel testo di Ziccardi. La caduta del falso bipolarismo tra CROCIATI E TRINITARI, la potente realtà della Confraternita del BATTENTE, custode dei privilegi del 1073-1241 e del CANTO attestato nell’atto di costituzione della confraternita del S.S. ROSARIO. Successivamente analizzerò il significato dei CAMPANELLINI S. ANT. AB.
~ RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E D’ARCHIVIO ~
Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, Fondo Manzoniano, Cartella MANZ. B. XVIII. 20 / 1-2, lettera autografa di Pasquale Albino ad Alessandro Manzoni, Campobasso, 6 maggio 1870, segnatura N.Z. B. XVIII. 20/2.
Archivio di Stato di Campobasso, Fondo Notarile Antico, Notaio Francesco Angelo Prunauro, Protocollo 6, anni 1585-1587, carte 629 recto – 633 verso, foglio 198 recto, rogito del 1° dicembre 1587.
Archivio Storico Diocesano di Campobasso-Bojano, Parrocchia di San Giorgio, Libro dei Defunti 1541-1711, pagina 90, ottavo nominativo, decesso di Delicata Civerra, marzo 1590; Obituario Parrocchiale, decesso del rettore Don Nunzio Civerra, 27 ottobre 1589.
Archivio Parrocchiale di San Giorgio, Matricola Silvestri, inventario dei beni e benefici ecclesiastici, anni 1662-1663, giuspatronato Civerra sull’Altare di San Tommaso con sepolcreto gentilizio pavimentale.
Codice Diplomatico Campobassano, Tomo I, Documento 96, anno 1426, Nicola di Leone Civerra diacono di San Giorgio; Tomo II, pergamena n. 104, anno 1454, Dompnus Nicolaus Civerra presbitero e sacrista.
De Feo, Francesco, libretto, e Picucci, Angelo, musica, Dilicata Civerra. Melodramma in due atti, Napoli, Tipografia di Vincenzo Barone, 1851, rappresentato al Teatro del Genio di Campobasso. Atto I, Scena V, “Raimondo trascina Dilicata nello interno della casa”; Atto I, Scena VI, “Nel sotterraneo la infelice ei tragge…”; Atto I, Scena VII, “Sotterraneo lurido ed oscuro…”; Atto I, Scene VIII-IX, “Acceso ha l’animo d’altra bellezza…”; Atto I, Scena XI, “Con crudo furor l’ho spinta a morir!”.
Albino, Pasquale, Delicata Civerra. Racconto patrio del secolo XVI, Campobasso, Tipografia Colitti, 1869, prima stesura manoscritta 1847.
Ziccardi, Michelangelo, I Cappuccini in Campobasso o la Pace, Napoli, Tipografia all’Insegna di Dante, 1841, pagina 18, “dopo esser di tisico lungamente languita… per uno strano avvenimento veniva a morte”; pagina 9, la casa a’ monticelli palazzina in su gli archi.
Gasdía, Vincenzo Eduardo, Storia di Campobasso, Voll. I-IV, Verona, Linotipia Veronese Ghidini e Fiorini, 1960-1965, ristampa anastatica Palladino Editore, 2017, Volume III, pagina 410, smentita della leggenda e aneddoto delle false chiavi della prigione.
D’Andrea, Uberto, Campobasso dai tempi del viceregno all’eversione del feudalesimo, 1506-1806, Gavignano, Scuola Tipografica Professionale, 1969, pagina 99, invito a depurare la storia dalle parti romanzate ziccardiane.
Galanti, Giuseppe Maria, Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise, Napoli, Presso la Società Letteraria e Tipografica, 1781, totale assenza di Delicata e Fonzo nella cronaca della pacificazione.
Nota dell’autore.
Quanto riportato nei report nasce da una ricerca appassionata, non da una perizia tecnica. I riferimenti a luoghi, a oggetti, a manufatti, numeri e relazioni sono verificati con attenzione, ma a volte potrebbero non corrispondere fedelmente alla realtà. L’obiettivo è divulgare una storia poco nota e affascinante, non redigere un inventario. Ogni riferimento è frutto della passione per la ricerca, non di un censimento tecnico.
di Luca Di Toro
dì 5 Novembre 2026

