• 30/10/2026

Origini, cause e forme espressive del dissenso

di Umberto Berardo –

Il dissenso è uno stato d’animo o una condizione cognitiva sempre esistita negli esseri umani

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Il dissenso come libertà d’immaginare ed esprimere disaccordo e quindi opposizione nei confronti di un’idea ma anche su affermazioni o decisioni di entità di natura culturale, religiosa, politica e sociale è uno stato d’animo o una condizione cognitiva sempre esistita negli esseri umani.

Fino alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 la critica al pensiero dominante è stata sempre repressa o al più tollerata al punto che molti hanno pagato con la persecuzione e perfino con la morte l’opposizione ad ogni forma d’imposizione ideologica e la richiesta di un pluralismo delle idee con scelte democratiche nelle diverse istituzioni.

Il diritto alla libertà di espressione, già presente nel pensiero illuminista, si sviluppa all’interno del liberalismo in particolare con il filosofo ed economista John Stuart Mill per avere invece in Europa limitazioni davvero pesanti durante il periodo nazi-fascista.

Dal secondo dopoguerra l’Italia ha avuto una lunga serie di manifestazioni di dissenso attraverso le diverse forme di opposizione parlamentare, gli scioperi e le proteste allargate dei cittadini.

Queste ultime hanno portato al Movimento Studentesco del 1968, al G8 di Genova del 2001, al Movimento Ambientalista contro la crisi dei rifiuti e dell’economia del 2008 fino ad altri più recenti contro le disuguaglianze, la guerra e le forme di genocidio presenti in alcuni pesanti teatri di conflitto armato.

In molte circostanze si è arrivati alla violenza da parte dei dissenzienti ma anche da parte di istituzioni repressive e chiuse al confronto.

Talvolta essa ha riguardato piccoli gruppi d’infiltrati mentre in alcuni episodi si è allargata alla maggioranza degli aderenti ai movimenti di protesta.

Da giovane sono stato membro attivo del Movimento Internazionale di Riconciliazione come del Movimento Studentesco del 1968 e ho partecipato nel 1970 a una delle azioni di opposizione alla guerra in Vietnam organizzata addirittura nella Basilica di San Pietro a Roma.

Ogni brutalità aggressiva è stata sempre lontana dalle mie idee e dal mio stile di vita e dunque credo debba essere cancellata dai rapporti umani i quali devono essere fondati in ogni circostanza sul confronto rispettoso, sulla difesa popolare non violenta e sulla diplomazia.

Definito doverosamente ciò in premessa, vorrei tuttavia specificare che quanti come me sono scesi in piazza tante volte e continuano a farlo sono ispirati da ideali di opposizione a una società ingiusta e ineguale per inseguire il sogno della giustizia sociale con proposte concrete di trasformazione della realtà presente.

In passato non ho mai condiviso le relazioni che alcuni analisti improvvisati hanno provato a stabilire tra Movimento Studentesco e fenomeno delle Brigate Rosse e, con tutto il rispetto per il suo spessore culturale, sono stato tra quelli che ha giudicato troppo tranchant e perentorio il giudizio di Pier Paolo Pasolini sui fatti di Valle Giulia a Roma il 1° marzo del 1968 espresso nella sua famosa lirica pubblicata in “Le ceneri di Gramsci” il 16 giugno 1968 perché il giusto richiamo agli studenti di rispettare l’umanità dei poliziotti e di rinunciare al potere e ai suoi privilegi scegliendo il servizio alla comunità sembrava quasi sottovalutare il grande idealismo che muoveva la necessità del cambiamento in tanti giovani che come me non erano certo tutti di estrazione borghese.

Nessuno poi credo possa e debba dimenticare la gravità in Italia degli eventi terroristici della strategia della tensione con stragi e depistaggi che vanno dal 1969 al 1974 e che hanno visto coinvolti movimenti della destra eversiva, membri delle istituzioni ma pure dei servizi segreti stranieri nel tentativo di destabilizzare gli equilibri politici raggiunti e di bloccare il processo democratico nel nostro Paese.

Il problema della violenza nella manifestazione del dissenso è riapparso in primo piano quando in Francia e da noi in Italia è tornata il 17 e 18 ottobre la protesta contro le politiche del governo.

In diverse città italiane tra cui Bologna, Torino e Milano sono scesi in piazza gli studenti mentre nell’Italia meridionale lo hanno fatto autotrasportatori, agricoltori e pescatori contro il carovita determinato soprattutto dal costo dei prodotti energetici e in difesa del welfare, del diritto allo studio, alla salute e alla casa messi in difficoltà da un bilancio dello Stato che fa prevalere su queste necessità una voce di spesa incomprensibile all’opinione pubblica come quella sul riarmo prevista da chi vorrebbe fare della guerra ancora uno strumento per la soluzione dei problemi piuttosto che aprire la strada a un mondo della non violenza.

Intanto l’informazione, invece che porre l’obiettivo sulle manifestazioni e sui temi da esse sollevate, ha letteralmente deviato l’attenzione di tanti cittadini su alcuni atteggiamenti di violenza gratuita esercitati soprattutto a Milano contro vetrine di prodotti del lusso da parte di qualche centinaio di ragazzi in prevalenza minorenni che oltretutto sono sembrati completamente estranei al contesto dei cortei organizzati dai giovani universitari.

Occorre intanto fare un po’ di chiarezza.

La dinamica dei presidi al Sud è stata del tutto pacifica mentre alcuni cortei nelle città del nord hanno visto degli episodi teppistici di aggressioni, danneggiamenti e saccheggi con circa 1,3 milioni di danni.

Oltre che parlare della violenza e occuparsi di propaganda, sarebbe allora quanto mai necessario da parte di diversi mass media analizzare le rivendicazioni di studenti e lavoratori nel merito delle critiche all’operato del governo e in relazione alle richieste da essi avanzate.

Occorre ancora essere consapevoli che dalla caduta delle Torri Gemelle negli Stati Uniti d’America è in corso un tentativo neppure troppo velato di ridurre il diritto al dissenso in tutta Europa e non solo nell’Ungheria di Viktor Orban.

In Italia ciò sta avvenendo con il ridimensionamento del dibattito in Parlamento attraverso i voti di fiducia e i decreti legge su sicurezza e ordine pubblico utilizzati in modo molto discutibile e riduttivo.

Dopo gli eventi di Milano il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ottavo Decreto Sicurezza con sempre nuovi reati tra cui quello di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche che la Meloni e qualche organo d’informazione hanno presentato come una novità, ma che invece è già previsto nell’art. 419 del codice penale con una pena nettamente superiore a quella delle recenti disposizioni.

Nello stesso nuovo provvedimento sono previsti l’arresto in flagranza differita esteso anche a minori, sanzioni per i genitori fino ai divieti di raduno per determinate persone da parte del questore.

Viene presunta per chi ha compiuto 14 anni una capacità d’intendere e di volere, superabile solo con prova contraria, mentre oggi essa viene accertata giustamente solo dal giudice.

Per la nuova manifestazione a Milano indetta per il 24 ottobre 2026 il Consiglio dei Ministri ha deciso d’inviare ben cinquecento militari con compiti di sorveglianza e pattugliamento, ma per i quali Mattarella si è opposto a possibili funzioni di polizia giudiziaria.

L’Associazione Nazionale Magistrati è immediatamente intervenuta contestando la linea del governo di affrontare problemi sociali complessi attraverso una stretta penale assai discutibile.

Sabato 24 ottobre sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone e non sono mancate tensioni tra manifestanti e polizia a Bologna, Torino, Roma, Milano e Firenze dove ci sono stati 4292 manifestanti identificati e 371 fermati tra cui 110 minorenni e 69 stranieri.

 Il trentenne Youssef Siher è stato indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo ed eversione e trattenuto in carcere a San Vittore per pericolo di fuga e rischio di reiterazione del reato poiché ritenuto ideatore di una pagina Instagram istigante all’odio e autore di una pagina social resa pubblica dopo gli incidenti e le devastazioni di Milano.

Successivamente è stato scarcerato dalla giudice per le indagini preliminari che non ha rilevato nelle sue dichiarazioni alcun invito alla violenza e ha rigettato la richiesta di convalida del  fermo per il trentenne di origini marocchine come l’applicazione della misura cautelare della Procura antiterrorismo.

Non so se dietro gli episodi di violenza minorile a Milano ci siano stati ispiratori nascosti e nemici dell’ordine sociale o addirittura dei sistemi democratici come taluni hanno supposto.

Intanto, a parte il numero dei fermati, null’altro c’è stato detto ad esempio sull’estrazione sociale dei minori, sul rispetto dell’obbligo scolastico e sul loro ambiente di vita.

C’è chi senza alcun dato accertato ipotizza perfino un asse tra movimenti della sinistra e islamismo radicale.

Sono convinto che nella partecipazione dei giovani alla votazione per la difesa della Costituzione Italiana, alla difesa dei diritti del popolo palestinese fino alla richiesta di politiche per arrestare il carovita e difendere il welfare sia difficile pensare a regie esterne per un movimento che appare ancora molto spontaneista.

Auspico che chi di dovere faccia chiarezza anche su tali aspetti perché talora anche il dubbio, se non diventa certezza, può fungere da strumento di repressione.

Chi ricorre ad atteggiamenti di teppismo in ogni caso non si rende conto che fornisce a chi esercita il potere l’alibi per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai reali problemi sociali.

Azioni di brutalità, sopraffazione o peggio ancora di teppismo di sicuro sono sempre inaccettabili da parte di chiunque le esercita; bisogna certo contrastarle, ma nessuno può o deve pensare di utilizzarle per impedire l’esercizio della libertà di pensiero e del dissenso garantiti dagli articoli 21 e 17 della Costituzione Italiana e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1950.

Come ormai sempre più sottolineano molti, occorre anche essere consapevoli che la violenza vista a Milano e in altre città è sicuramente deprecabile, ma non è certo comparabile con quella che mettono in pratica i tanti leaders politici della Terra che terrorizzano e uccidono milioni di persone o con l’altra che i tecnocrati, ormai sempre più incontrollabili, diffondono a piene mani sui social network o nelle televisioni mentre nessuno più, se non proprio i giovani, chiede di porre fine a tale disumanità gravissima e diseducante che qualcuno tenta anche di giustificare.

Senza gli strabismi di chi dà più rilievo a quella sulle cose piuttosto che all’altra più grave sulla vita delle persone analizziamo allora con onestà intellettuale la violenza ovunque si annida e cerchiamo di eliminarla dalle comunità in cui viviamo.

Non possiamo e non dobbiamo neppure utilizzare gli errori di alcuni per criminalizzare propagandisticamente le ragioni ineccepibili della protesta di migliaia di persone alle prese con l’insostenibilità del carovita e delle disuguaglianze.

La risposta ai giovani, che difficilmente hanno una tribuna negli organi d’informazione per esprimere le loro idee e vengono sfidati da taluni politici irresponsabili come “maranza”, termine che ha nella sua valenza di uso un substrato subdolamente dispregiativo e razzistico, non può essere, come quella prevista dal governo Meloni, unicamente di carattere pan penalista immaginando solo deterrenza o sanzioni.

Invece delle condanne chi protesta si aspetta risposte alle domande sulle condizioni di difficoltà in cui si vive da parte di una politica che sembra talmente assente da non riuscire più a definire un progetto almeno decente sul piano economico, culturale e sociale per il Paese.

L’aggressività gratuita va dunque anzitutto analizzata e compresa per cercare di prevenirla individuandone le cause con strumenti di carattere culturale nella famiglia e nelle scuole, ma anche con provvedimenti politici che diano risposte e speranza di futuro ai giovani e ai lavoratori che, anche nei casi sopra descritti, sono scesi in piazza a manifestare per chiedere e suggerire risposte ai tanti problemi di questa società.

Credo che la violenza a volte possa dipendere anche dalla mancanza di valori e punti di riferimento sociali come alcune istituzioni oggi in profonda crisi le quali non producono più indicazioni razionali di comportamento abbandonando tanti giovani a un nichilismo sempre più diffuso.

Di sicuro le manifestazioni di dissenso finiscono per essere dimenticate se non si strutturano in qualcosa di organizzato capace di delineare gli strumenti per raggiungere i risultati voluti.

La violenza è certamente di natura antropologica.

Purtroppo è molto diffusa in tutti gli ambiti delle comunità a partire dalla famiglia e si supera non certo solo con la repressione ma con l’educazione, con la socializzazione e con la cultura.

Il disagio economico e sociale al contrario ha la sua causa scatenante nella disuguaglianza e nell’incapacità manifesta del potere politico di dare risposte e dignità di vita alle persone che al contrario vengono talora discriminate in maniera disumana facendo leva sull’estrazione sociale o etnica, sui ruoli esercitati o sul merito.

Una società nonviolenta allora non può che essere costruita sull’equità.

Ci siamo liberati dalla follia assurda e apparentemente incontrollabile delle Brigate Rosse e del terrorismo neofascista senza leggi speciali e riusciremo a farlo anche con quella istituzionale, degli infiltrati nelle manifestazioni pacifiche o con l’altra delle baby gang se saremo capaci di assumere in merito decisioni razionali. intelligenti e ispirate a un concetto di legalità in grado di garantire la libertà ma anche di realizzare una democrazia rappresentativa reale e una giustizia sociale effettiva attuando pienamente la Costituzione Italiana.

Spero solo vivamente che l’idealismo autentico di quanti sognano una tale società non si lasci ingabbiare da chi utilizza ogni cosa e quindi anche le ideologie per il proprio tornaconto.   

di Umberto Berardo

 

dì 30 Ottobre 2026