• 21/10/2026

Navi senza nocchieri

di Umberto Berardo –

Riflessioni sulla situazione delle istituzioni della società in cui viviamo

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Non è agevole, ma provo nelle riflessioni che seguono a delineare la situazione delle istituzioni della società in cui viviamo che presentano ormai da anni una crisi profonda nella quale sembrano impantanate senza una via di uscita.

La prima credo sia l’ONU che ormai, ostaggio del diritto di veto di cinque grandi Stati, non riesce più a far rispettare nel mondo il diritto internazionale e neppure a impedire che tiranni sempre più folli e crudeli diffondano intorno a noi guerre, disuguaglianza, discriminazioni, genocidi e dunque profonda disumanità.

Questo importante organismo internazionale ha bisogno di un profondo rinnovamento partendo da regole più democratiche nelle decisioni da assumere e arrivando a una dotazione di strumenti efficaci di dissuasione all’uso della violenza perché la diplomazia preventiva, le sanzioni e le missioni di Piskiping non hanno fin qui dato i risultati sperati.

Per riaffermare la forza del diritto invece che il diritto della forza abbiamo anche la necessità di liberarci subito elettoralmente di soggetti che guardano unicamente alla loro affermazione, all’arricchimento e alla sopraffazione di chiunque si oppone alle loro assurde logiche esistenziali.

Il mondo sta precipitando verso un baratro davvero buio dove la mancanza di multilateralismo, di giustizia sociale e di una vera democrazia nella stragrande maggioranza dei Paesi mondiali  determina delle relazioni internazionali difficili e di certo non fondate sull’autodeterminazione e  la coesistenza pacifica tra i popoli, ma sulla logica del diritto della forza che viene posto in essere da autocrati che hanno come unico fine la realizzazione del loro potere e dell’imperialismo del proprio Stato anche quando tali obiettivi comportano l’aggressione ad altri, la guerra e perfino il genocidio.

Ciò che non capirò mai al riguardo è vedere che si possa scendere in piazza per difendere il diritto alla vita, alla libertà e a uno Stato solo per qualche popolo e non per tutti quelli che vengono oppressi o invasi.

La prevaricazione e la guerra vanno condannate sempre in chiunque se ne renda responsabile mantenendo il pensiero libero senza mai assoggettarlo agli opinionisti di turno o ai tentativi di esercizio delle dittature da cui siamo circondati pur se diversamente denominate!

Il sogno di un federalismo europeo immaginato nel 1941 da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, che prevedeva un’entità politica sovranazionale capace di superare il concetto ottocentesco dello Stato-nazione per raggiungere una pace duratura e uno sviluppo economico uniforme, attraversa una fase di recessione sul piano della sua definizione, ma soprattutto nella esplicitazione degli obiettivi da raggiungere.

Il populismo e ancora di più il risorgente nazionalismo non solo in Paesi come l’Ungheria ma anche in Francia, Germania e nella stessa Italia, alimentati in particolar modo dall’unanimismo richiesto nelle decisioni all’interno degli organismi dell’Unione Europea, stanno rischiando non tanto di condurre a uno stallo, ma rappresentano il pericolo di minare la stessa idea di completamento dell’unificazione del continente.

Già la brexit e ora la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni economiche contro la Russia evidenziano la debolezza economica e la fragilità geopolitica di un’Europa che non ha alcuna autonomia decisionale per la sua dipendenza esterna sul piano energetico, ma soprattutto nei sistemi di difesa affidati alla Nato e quindi agli Stati Uniti d’America i quali dimostrano chiaramente di operare sul piano economico, commerciale e politico per schiacciare ogni possibilità di futuro per l’Unione Europea.

Questa pertanto, succube di decisioni altrui, sta vivendo un periodo difficilissimo perché ha un modello energetico costosissimo, frammentato e costruito ancora sulla dipendenza dalle importazioni, un’erosione fortissima della sua competitività industriale per l’assenza della capacità d’innovare e di convertire i modelli produttivi, un’eccessiva dipendenza dagli alleati occidentali, la centralizzazione del potere sulla Commissione e dunque la mancanza di una vera democrazia nei suoi organi istituzionali e infine l’incapacità di formulare una politica estera autonoma, coerente con i principi costitutivi e ancora al passo coi tempi.

Le sfide cui rispondere sono i conflitti ai propri confini senza un sistema autonomo ed efficiente di difesa comune, l’incapacità di gestire e regolamentare i flussi d’immigrati e rifugiati, le disuguaglianze, la crescita vertiginosa del debito pubblico negli Stati membri, la logica della privatizzazione dei servizi al cittadino e la delocalizzazione di molte aziende.

In un mondo dominato da Stati Uniti d’America, Cina e Russia l’Unione Europea non riesce a costruire una sua collocazione indipendente sul piano geopolitico.

In un tale contesto cresce il consenso elettorale per le destre fondato artatamente sulla paura, sull’insicurezza e sulla ventilata necessità del rafforzamento del potere esecutivo per risolvere le questioni aperte penalizzando il diritto di rappresentanza e il ruolo del parlamento.

Un’affermazione di VOX in Spagna e di Marie Le Pen in Francia potrebbero significare la fine della stessa Unione Europea. 

Più che immaginare allora la corsa al riarmo seguendo logiche militariste invece di definire strumenti sempre più efficaci di difesa popolare non violenta, c’è la necessità di abbassare la dipendenza dalle importazioni nel settore energetico diversificando le fonti, sviluppare la ricerca soprattutto sulle nuove tecnologie, innovare le reti di telecomunicazioni e i sistemi produttivi rendendoli competitivi, trasformare davvero in progressiva, uniforme ed equa l’imposizione fiscale, definire un mercato del lavoro in grado di dare certezza salariale e dignità a tutti, rafforzare il welfare in particolare nei settori del diritto alla casa, ai servizi sanitari, all’istruzione e alla formazione.

Sono risoluzioni che sole possono dare al capitale umano la possibilità di essere adeguato alle sfide che abbiamo di fronte.

Per ciò che riguarda l’Italia dopo quattro anni di un governo di destra il rapporto ISTAT 2026 ci pone avanti un quadro a dir poco preoccupante.

L’economia è pressoché immobile in tutti i settori.

Mentre scriviamo assistiamo alle proteste degli operai delle acciaierie e a quelle degli autotrasportatori, degli agricoltori e dei pescatori che sono scesi in piazza per difendere il loro posto di lavoro contro l’incapacità del governo di risolvere le cause che stanno mettendo in crisi quei settori mentre le delocalizzazioni privano sempre più cittadini del diritto ad avere un’occupazione.

Tra l’altro per diversi giorni l’informazione ha avuto un silenzio incomprensibile su queste manifestazioni tenute contro il caro carburanti per rilanciare l’economia e difendere il proprio posto di lavoro.

 Anche sul ritorno n piazza degli studenti che chiedono più investimenti sulle strutture scolastiche e sul welfare piuttosto che sulle armi le emittenti televisive sembrano aver scelto di farci vedere ciò che conviene a chi governa.

Sul lavoro e il carovita è molto apprezzabile il sostegno ai lavoratori e alle famiglie dei vescovi calabresi e di quelli pugliesi che con molti sindaci sono scesi in piazza accanto ad autotrasportatori e contadini.

C’è invece chi non si rende conto che con la violenza, di cui nessuno forse vuole arrivare alle responsabilità di chi la genera, si contribuisce a cancellare le ragioni della protesta e del dissenso.

L’agricoltura vede nel nostro Paese una concorrenza esterna senza precedenti e ora anche costi energetici insostenibili.

Secondo i dati pubblicati dalla Banca d’Italia il 15 luglio 2026 il debito pubblico ha raggiunto 3.181,1 miliardi di euro con un rapporto debito/PIL del 138,6% che potrebbe portarci a superare quello della Grecia mentre la spesa per interessi è una delle voci più pesanti del bilancio pubblico italiano perché supera gli 85 miliardi di euro l’anno pari a circa il 3,9% del PIL assorbendo una quota crescente delle entrate fiscali.

Da noi tale indebitamento rischia di non autosostenersi perché non viene utilizzato per finanziare investimenti che aumentano la capacità di crescita del Paese ma prevalentemente per la spesa corrente improduttiva.

Una simile destinazione purtroppo hanno avuto in gran parte i fondi europei del PNNR destinati ad esempio in strutture assurde come i box per biciclette o nella costruzione di asili nido in Comuni vicini tra loro nei quali la quasi totalità della popolazione è rappresentata da anziani.

Per ridurre il deficit le strade sono quelle della crescita economica che sfortunatamente in Italia è attesa in crescita solo dello 0,7% sia nel 2026 che nel 2027, dell’avanzo primario, cioè una riscossione superiore alla spesa escludendo gli interessi, dell’allungamento della vita media dei titoli oppure dell’imposizione di patrimoniali, tasse straordinarie o ristrutturazioni del debito.

A parte l’imposta di bollo sul deposito titoli dello 0,20% del governo Monti e l’allungamento della vita media dei titoli di Stato, il nostro Paese, sempre secondo i dati Istat 2026, non solo non è riuscito a diminuire la spesa corrente e soprattutto quella nei privilegi, ma ha visto migliorare il suo PIL negli ultimi venti anni solo del 1,9% mentre Germania, Francia e Spagna crescevano nello stesso periodo di circa il 20%.

Tra l’altro i salari sono rimasti fermi perdendo gran parte del potere di acquisto.

Il costo dell’energia e l’inflazione colpiscono ovviamente i redditi familiari più bassi e stanno portando alla povertà assoluta 5,7 milioni di persone ovvero il 10% della popolazione.

La situazione attuale sta determinando non solo il fenomeno della denatalità, ma anche quello della nuova emigrazione in particolare dei giovani con un alto livello d’istruzione.

Nell’assenza di un welfare pubblico che si riduce sempre di più, soprattutto nel settore pensionistico tanti sono costretti a far riferimento alle fondazioni Onlus, tra cui la Caritas, ma pure alle associazioni di volontariato che cercano in qualche modo di venire incontro alle necessità urgenti dei cittadini in difficoltà.

Molti analisti economici sembrano ignorare che la crisi economica in Italia colpisce l’agricoltura, l’artigianato e l’industria e che da anni ormai gli imprenditori, più che investire nella produzione, si stanno rifugiando nei servizi o nelle rendite finanziarie evitando di correre ogni rischio.

È evidente che in tal modo un Paese non potrà mai svilupparsi.

Penso non ci voglia molto per capire che, se si vuole crescere come Stato, è necessario finanziare gli investimenti nella produzione trovando le risorse in particolare nella riduzione degli sprechi e dei privilegi e poi nell’incremento delle entrate anzitutto con la lotta all’evasione e poi con una tassazione degli extra profitti di banche e società energetiche che nessun governo vuole e riesce a fare con rigore per non inimicarsi elettoralmente la propria fetta di consenso.

Anche l’annunciata manovra economica dallo spessore assai limitato e con il previsto scostamento di bilancio non può continuare a usare la leva del deficit chiedendo all’Europa più flessibilità nel patto di stabilità perché ciò ci allontana dal rientro mentre occorre pianificare strategie per migliorare la gestione delle risorse pubbliche e affrontare le sfide economiche con maggiore razionalità senza darsi obiettivi che non sono alla portata delle proprie possibilità.

L’Italia infine credo abbia bisogno di uscire dagli equivoci per assumere posizioni chiare rispetto alle logiche del riarmo e alle decisioni sempre più inaccettabili di politici come Trump, Putin Netanyahu o degli stessi leaders del BRICS.

Del Molise, la regione in cui sono nato e ho scelto di vivere, mi sono occupato diverse volte sia nei miei interventi giornalistici, ma soprattutto nei momenti in cui sono stato parte attiva nel tentativo di analisi e soluzione dei problemi aperti sul piano culturale, politico e sociale.

Dopo il tentativo di sviluppo economico degli anni settanta ad opera dell’allora presidente della giunta regionale Florindo D’Aimmo la situazione della regione ha visto un progressivo peggioramento con la chiusura di molte aziende e un indebitamento dovuto in particolare alla situazione sanitaria.

La sua popolazione sta diminuendo ogni anno non solo per il fenomeno della denatalità, ma anche per la nuova emigrazione dei giovani che lasciano questo territorio per studiare e realizzarsi professionalmente altrove.

Questo ci dice con chiarezza che tutti i governi regionali dopo il 1982 non sono stati in grado di migliorare l’economia e dunque di creare occupazione stabile; si è avuta al contrario una continua recessione che ha penalizzato lo sviluppo soprattutto nelle aree interne dove continua uno spopolamento inarrestabile.

Pensare di risolvere i problemi occupazionali con forme estremamente temporanee e precarie come ad esempio le borse lavoro, che servono solo ad alimentare il clientelismo elettorale, è semplicemente indecente. 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia che arriva ai primi mesi del 2026 ci pone avanti una situazione davvero problematica sull’economia del Molise.

A parte gli investimenti pubblici realizzati con i finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che hanno alimentato in prevalenza il settore edilizio, il quadro che emerge è quello di un’attività economica in calo dello 0,1% con un’occupazione stagnante soprattutto per i mancati investimenti nel settore produttivo.

La chiusura già di molte aziende e il rischio di un mancato rilancio dello stabilimento di Termoli da parte di Stellantis ci pone avanti una situazione difficile.

I costi energetici stanno indebolendo fortemente gli acquisti.

Sul piano infrastrutturale, se si esclude la copertura digitale del territorio, abbiamo una rete stradale non solo insufficiente perché priva della possibilità di scorrimento veloce, ma completamente abbandonata e talora impercorribile soprattutto per ciò che riguarda le arterie provinciali e comunali.

Nei servizi c’è una situazione davvero grave sul piano sanitario perché al venir meno della funzionalità di molte strutture pubbliche non corrisponde un’efficace assistenza sul piano territoriale a livello diagnostico e terapeutico.

In questo settore con un disavanzo di 160 milioni di euro il Molise è commissariato oramai da diciassette anni.

Nonostante un fondo sanitario di 2.319 euro per abitante, per il livello essenziale di assistenza la nostra regione è agli ultimi posti in Italia e ciò è chiaramente dovuto alle scelte politiche di andare verso la privatizzazione della sanità cominciando con l’affidare al privato convenzionato un terzo della spesa pubblica regionale per servizi essenziali quali neurochirurgia, cardiochirurgia o radioterapia ma ormai anche per molte altre prestazioni.

Il lavoro in cui sono stato impegnato per anni a sostenere una sanità gratuita e uguale per tutti con il “Forum per la difesa di una sanità pubblica di qualità” ha trovato difficoltà enormi nel disimpegno della politica locale e nazionale e nell’assuefazione della popolazione all’esistente.

Il risultato è che molti hanno dovuto rinunciare a curarsi per l’inefficienza o le lunghe liste di attesa nel servizio pubblico e per i costi eccessivi per le prestazioni urgenti a pagamento.

Con i medici che ormai scelgono sempre più il privato le difficoltà nelle strutture ospedaliere pubbliche aumenteranno e i piccoli paesi rischiano di rimanere con un’assistenza del tutto insufficiente.

Non porremo rimedio a tali prospettive senza uscire dal commissariamento e rifondare sul piano ospedaliero e su quello territoriale l’efficienza del servizio pubblico che solo può garantire le fasce più economicamente deboli della popolazione togliendone la gestione alle Regioni e riaffidandola allo Stato.

Abbiamo poi il grave problema dell’assistenza agli anziani per il quale non siamo stati mai capaci di far partire esperienze di assistenza pubblica domiciliare qualificata o di senior cohousing preferendo affidare ai privati la cura di chi anche nella vecchiaia non deve avere solo vigilanza ma rispetto della dignità come persona.

Le stesse carenze esistono purtroppo nelle strutture e nel sistema della rete scolastica come nel settore commerciale in cui sempre dalle scelte politiche ed economiche la vendita è stata delegata alla grande distribuzione e all’e-commerce dove la pubblicità convince che vi sia una convenienza di acquisto elevata; così assistiamo al dramma di molte piccole comunità che mancano perfino di servizi commerciali nel settore alimentare creando delle difficoltà enormi di approvvigionamento soprattutto agli anziani.

Credo che la soluzione al riguardo possa essere cercata nel sistema cooperativo, nel servizio a domicilio e nella riorganizzazione radicale di un commercio ambulante in forte crisi.

La qualità della vita in una tale situazione non raggiunge l’adeguatezza ormai neppure nel ceto medio mentre continua la povertà assoluta in tantissime persone che si rivolgono sempre più spesso alle Caritas diocesane per aiuto.

Sono personalmente convinto che il quadro sopra delineato ad ogni livello non possa essere più sostenibile e le sue cause risiedano nell’incapacità delle classi dirigenti, ma anche nell’indifferenza dell’opinione pubblica che va stimolata ad assumersi la responsabilità di una cittadinanza attiva.

Se è vero che chi governa o amministra sta incancrenendo da anni i problemi della popolazione, la soluzione che abbiamo è anzitutto quella di pretendere di tornare a scegliere come cittadini chi deve occuparsi della res publica.

Questo significa che devono smettere di propinarci leggi elettorali che continuano a togliere ai cittadini il diritto di darsi una rappresentanza reale e propria di un vero sistema democratico.

Non sono i partiti che devono decidere i candidati ma i loro iscritti attraverso elezioni primarie.

Impediamo che il totem della stabilità di governo cancelli il potere del Parlamento e che alla Repubblica parlamentare si sostituisca il cosiddetto premierato che, non potendo entrare dalla porta, si cerca in tutti i modi di far rientrare dalla finestra.

Superando le tanto declamate leggi elettorali per i Comuni o le Regioni e la spinta al premio di maggioranza a livello nazionale, che sono la negazione più grave della rappresentanza, abbiamo la necessità di tornare a una legge con il sistema proporzionale puro e a una scelta di base dei candidati per tentare di riportare nelle nostre istituzioni persone oneste, competenti e responsabili che ad esempio non ci facciano più vedere come nei giorni scorsi un’aula parlamentare con appena ventiquattro persone nella discussione sulla manovra economica o eletti che senza personalità seguono pedissequamente le indicazioni dei partiti imposte tra l’altro con i voti di fiducia.

Si tratta di un lavoro di elaborazione culturale e politica difficile ma necessario perché, parafrasando uno dei celebri versi di Dante Alighieri nel VI Canto del Purgatorio della Divina Commedia, non possiamo più permetterci di accettare navi senza nocchieri mentre attraversiamo difficoltà enormi poste in essere da sedicenti governanti che hanno perso punti importanti di riferimento portando in tal modo l’umanità verso un buio totale.

di Umberto Berardo

 

dì 21 Ottobre 2026