Il padrone dell’acqua
di Luca Di Toro – fb –
Campobasso medievale – Oltre la leggenda
Campobasso medievale – Oltre la leggenda
IL PADRONE DELL’ACQUA – SANTA MARIA DE FORAS E LA FABBRICA VERTICALE
Mentre le guide turistiche raccontano di una città di amori tormentati e processioni, le carte d’archivio e le pietre del colle rivelano una verità opposta. Per oltre quattro secoli, il vero cuore pulsante di Campobasso non fu né il castello né le torri, ma un’area umida ai margini della città, la Foce, detta anche Fota. Lì l’acqua non scorreva solo per dissetare i campi, ma per trasformare il grano in potere economico e politico. E a vegliare su quell’acqua, su quei mulini, su quel potere, c’era una badia benedettina dimenticata, Santa Maria de Foras.
Cosa c’era prima del castello. Cosa c’era prima che Campobasso diventasse Campobasso. La risposta è in un nome che quasi nessuno ricorda più.
~ SEI NOMI, UNA SOLA VERITÀ ~
Nei documenti medievali e seicenteschi, la chiesa viene indicata con sei denominazioni differenti. Sei modi per dire la stessa cosa. Sei chiavi per aprire la stessa porta. Come documentato da alcune importanti fonti.
Santa Maria de fora, o de Foris. Il nome più semplice, più immediato, la chiesa fuori le mura. A circa mille passi dall’abitato antico, lontana dal frastuono del castello, dalla politica del borgo, dalle faide delle confraternite.
Sancta Maria de Campobasso. La dizione ufficiale, quella che compare nei rogiti notarili e nelle donazioni feudali del Duecento e del Trecento. Il monastero si intitolava così, con il nome della città, come a voler rivendicare un primato, un’appartenenza.
Santa Maria in aqua viva. Il nome che racconta la sua vera ricchezza. L’acqua. La sorgente della Foce, che zampillava ininterrottamente ai piedi del colle, alimentando i mulini, irrigando i campi, dissetando la città.
Santa Maria de molinellis. Il nome che parla di lavoro, di macine, di farina. Perché lungo la condotta della sorgente sorgevano i mulini. Erano tanti, forse trenta, forse più. E tutti dipendevano da quell’acqua.
Santa Maria della Fota. Il nome popolare, quello che i contadini e i mugnai usavano familiarmente. Derivato da fota, il fosso dei mulini, il canale che portava l’acqua alle ruote.
Monasterium Sancte Marie de Campobasso. Il nome canonico, quello che ne attestava la dignità di abbazia autonoma, retta da un proprio abate benedettino.
Sei nomi. Sei storie. E tutte raccontano la stessa verità. Santa Maria de Foras non era una semplice chiesetta di campagna. Era un polo economico-produttivo di primaria importanza. Era il luogo dove si controllava l’acqua, l’energia, il grano. Era il vero motore della Campobasso medievale.
~ IL PECCATO CHE NESSUNO HA MAI RACCONTATO ~
C’è una pietra. Un architrave in pietra, conservato sul portale dell’edificio moderno. Un tempo doveva essere l’ingresso di una chiesa maestosa. Oggi è solo un frammento. Ma su quel frammento, incise nel marmo, ci sono delle parole. Parole latine, consumate dal tempo, ma ancora leggibili.
ANNO DNICE INCARNATIUNIS MCLXXVII INDICT X
ANNO XII ABBATIE DOMNI IOHIS PROVIDI ABBATIS
H VIRGINIS INTEMPLO VENERABILIS ABBATIS
HEC FIERI IUSSIT VENIAM SIBI CRIMINIS ORAN
La traduzione è questa. Nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1177, indizione X, dodicesimo anno di abbazia del signor Giovanni provvido abate, nel tempio di questa Vergine, fece fare queste cose chiedendo perdono del suo peccato.
Un abate. Un peccato. Un perdono. E una data, il 1177.
Se il 1177 è il dodicesimo anno di abbazia dell’abate Giovanni, allora la sua elezione risale al 1165. Il che significa che l’insediamento monastico era già florido e strutturato nella metà del XII secolo. Non era una fondazione recente. Era una comunità radicata, con una storia alle spalle.
Un peccato così grave da dover essere confessato nella pietra. Un peccato che nessuno ha mai osato indagare. Forse fu un peccato di superbia. Forse un peccato di avidità. Forse qualcosa di più grave. Le fonti non lo dicono. Ma il fatto che quell’iscrizione sia ancora lì, dopo quasi novecento anni, la dice lunga sulla potenza del rimorso. E sulla volontà di redenzione.
Questa epigrafe è analizzata scrupolosamente in vari testi.
~ L’ENERGIA CHE MUOVEVA TUTTO ~
Santa Maria de Foras non era solo un luogo di preghiera. Era un’azienda agricola e idraulica, il cui monopolio era l’acqua. La sorgente della Foce zampillava ininterrottamente e, incanalata in un canale comune, faceva girare le ruote di ventisette o trenta mulini. Un sistema industriale ante litteram, che macinava il grano per tutta la città. Quei mulini erano gli unici opifici idraulici di Campobasso. Chi li controllava, controllava l’unica energia meccanica disponibile per macinare il grano che riforniva i mercati del Regno.
L’acqua che scorre. Le ruote che girano. Il grano che si trasforma in farina. E il profumo del pane che arriva fino al castello.
Va però precisato, per correttezza storica, che la rete di cunicoli e gallerie ipogee scavate nella roccia non appartiene a questo distretto produttivo di pianura. Quelle gallerie sono un’infrastruttura del versante alto del Colle Monforte, la linea che collega San Salvatore, San Mercurio e Porta Fida, ed erano destinate al rifornimento della guarnigione e al trasporto del grano abbattuto. I mulini della Fota, invece, funzionavano esclusivamente attraverso canalizzazioni e forme idrauliche di superficie.
Ma l’acqua non serviva solo per i mulini. Serviva anche per la canapa. I documenti citano i termini candabina, cannavina, riferiti ai terreni golenali del Biferno e della Foce. Erano terreni umidi, fertili, perfetti per la macerazione e l’estrazione della canapa e del lino. Materie prime per tessuti e cordami, indispensabili per la vita quotidiana. E poi c’era il grano, che arrivava dai campi del Contado, veniva macinato ai mulini e trasformato in farina. La farina, poi, prendeva la via del Fondaco, nel borgo basso, dove veniva pesata, tassata, distribuita.
Un sistema perfetto. Un sistema che faceva di Santa Maria de Foras il vero cuore economico di Campobasso. Perché chi controllava l’acqua, controllava il grano. E chi controllava il grano, controllava la città.
~ L’OLIGARCHIA DELL’ACQUA ~
Nel lontano 1414, mentre in Italia fiorivano le signorie, a Campobasso esisteva già una società di mugnai organizzata come un’azienda collettiva. Il loro motto ufficiale, tramandato nei registri notarili, era un sigillo di appartenenza, in molendinis molinariis sociorum, cioè nei mulini dei soci mugnai. Non erano macinatori solitari, ma un’oligarchia che si riconosceva in un’unica impresa. La natura privata di questo potere era tale che nessuna autorità pubblica osava intervenire sull’incanalamento delle acque, a causa della somma complessa di diritti privati e consuetudini stratificate che proteggevano i soci.
Erano loro, i soci mugnai, a governare i trenta mulini in serie sulla Fota. Controllavano l’acqua, l’energia, il grano. Decidevano il destino economico della città. Un potere immenso, silenzioso, invisibile. Un potere che nessuno storico locale ha mai raccontato per intero.
Nessuna autorità osava toccarli. Nessun re, nessun vescovo, nessun feudatario. Perché chi toccava i soci mugnai, toccava l’acqua. E chi toccava l’acqua, toccava il potere.
~ IL PREZZO DEL PERDONO ~
Un’altra testimonianza è su un rogito del 3 settembre 1282. Isabella, vedova di Guglielmo di Oliverio, con il consenso del mundualdo Enrico, assistita da Gualtiero de Palmerio e Roberto de Flanda, e con la formale autorizzazione del signore di Campobasso, Ugone de Molisio, offre all’abate Matteo e al monastero di Santa Maria di Campobasso un cospicuo patrimonio ereditato dal figlio Nicola.
Tre pezze di terra presso la fontana di Giovanni Urso, in località Fontana de Falcono, e vicino al molino di Franco de Luca. Una pezza di terra e un vigneto in località Monticello. Un vigneto situato in contrada San Stefano.
Un gesto di generosità, ma anche un investimento. Perché Isabella sapeva che donare alla Chiesa significava garantirsi la protezione, la preghiera, forse il perdono. E il monastero, dal canto suo, accumulava terre, vigneti, mulini. Accumulava potere.
~ I PRECEDENTI, LA CONCESSIONE DELL’ABATE OLIVIERO (1324) ~
Prima del celebre ingaggio di Magister Angelo, un altro documento attesta che l’assegnazione di cannavine lungo i canali era una prassi consolidata della gestione abbaziale. Il 22 aprile 1324, il venerabile fra Oliviero, abate del monastero di Santa Maria de Fora, assistito dai monaci fra Roberto de Ruggiero e fra Pietro de Ruggiero, concede in perpetuo a Giovanni da Roma una cannavina con le relative acque presso il monastero.
Il censo annuo è di mezza libbra di cera da offrire l’8 settembre, festa della Natività della Vergine. A cui si aggiunge la decima parte di tutti i frutti. E un relevio di un’oncia e quindici carlini d’oro. Un contratto preciso, dettagliato, che lega l’attività economica dell’abbazia al calendario liturgico e fieristico della città. Perché l’8 settembre non è solo la Natività della Vergine. È anche il giorno della storica Fiera di Santa Maria di settembre, il cuore commerciale di Campobasso. E l’abbazia, con i suoi censi, ne era parte integrante.
~ L’INGAGGIO DELLO SCULTORE MAGISTER ANGELO (1332) ~
Un’altra testimonianza è su un rogito del 27 febbraio 1332. L’abate Nicola, volendo ricompensare lo scultore per i servizi artistici resi all’edificio del monastero, concede in enfiteusi a Magister Angelo di Giovanni di don Mattia una candabina, un orto per la coltivazione della canapa, nella contrada Lacqua de la molina, Acqua dei Mulini. L’orto confinava con la cannavina di Nicola, con la forma molendini pauperis, il canale del mulino dei poveri, e per due lati con l’iscla, l’isola golenale di proprietà diretta del monastero.
In cambio, lo scultore aveva scolpito tre colonne o pilastri in pietra a quattro facce, larghe ciascuna un piede per faccia. E aveva realizzato una maestosa finestra in marmo scolpito con leoni e figure del bestiario sacro. Una fenestram quandam pulcerrimam, una finestra bellissima, con leoni e altre sculture.
Il marmo bianco che risplende alla luce del sole. I leoni scolpiti che sembrano ruggenti. Le figure sacre che raccontano storie di fede e di potere. Era l’orgoglio del monastero. E oggi, di quella finestra, non resta che il ricordo. Ma il documento è lì, a testimoniare la grandezza di un’arte perduta.
Il censo pattuito è di due grana d’oro e la decima parte di tutti i frutti, da versare ogni anno l’8 settembre, in occasione della festa della Natività di Maria. Lo stesso giorno del censo di Giovanni da Roma, lo stesso giorno della Fiera di settembre.
~ IL TESTAMENTO DI PELLEGRINA (1371) ~
Un’ultima testimonianza è su un testamento del 15 settembre 1371. Pellegrina, vedova di Guglielmo Villani, sentendo avvicinarsi la fine, dispone lasciti pii. Sei tarì al Capitolo di San Giorgio, tre tarì alla chiesa di Santa Maria de Foris. E sceglie la propria sepoltura all’interno della chiesa abbaziale, sepultura in monasterio Sancte Marie de Foris.
Un gesto di fede, ma anche di appartenenza. Pellegrina voleva riposare tra quelle mura. Voleva che il suo corpo fosse custodito in quel luogo sacro, accanto ai monaci, accanto agli altari, accanto all’acqua che scorreva. Chissà se la sua tomba esiste ancora. Chissà se, sotto l’asfalto, sotto le case, c’è ancora la pietra che porta il suo nome.
~ LA FINE DI UN MONDO ~
Poi, nel 1348, arrivò il terremoto. Il sisma che devastò l’Italia meridionale, che rase al suolo interi paesi, che fece tremare le montagne. Anche Campobasso fu colpita. E Santa Maria de Foras, la chiesa di fuori, la chiesa dell’acqua e dei mulini, subì gravi danni.
Le mura si creparono. I tetti precipitarono. La finestra dei leoni, forse, si frantumò. Ma l’abbazia non morì allora. Il terremoto del 1348 danneggiò le strutture, ma la comunità monastica continuò a vivere, a pregare, a gestire le sue terre. Lo dimostra, inoppugnabilmente, il testamento di Pellegrina del 1371, che ancora riceve legati e concede sepoltura. Lo dimostrano i documenti successivi, che attestano la presenza dell’abate e dei monaci. L’abbazia era ferita, ma non morta.
La fine, quella vera, arrivò più tardi. Dopo decenni di lento declino economico, dopo la perdita progressiva dei suoi possedimenti, dopo che i grandi conventi urbani, i Francescani, i Celestini, le Carmelitane, avevano preso il sopravvento, Santa Maria de Foras subì il colpo di grazia con il terremoto del 5 dicembre 1456. In quel momento l’abbazia fu ridotta a un cumulo di macerie. I monaci sopravvissuti si dispersero. Le terre passarono ad altri. I mulini, forse, continuarono a girare, ma sotto nuove mani.
La chiesa fu ricostruita, ma non era più la stessa. Non era più l’abbazia potente e temuta. Era una semplice chiesa rurale, una cappella di campagna, un luogo di culto per i contadini della zona. Il suo ruolo era finito. Il suo monopolio era finito. La sua storia, almeno quella che contava, era finita. Ma l’acqua, si sa, non si ferma mai.
~ SAN CRISTOFORO E LA STATUA CHE ANCORA CAMMINA ~
Dall’antico hospitium fondato nel 1120 sulla vetta del colle, ci resta un architrave in pietra con l’iscrizione “Sancte Cristophore qui portasti gradem…”. La parola gradem, il peso o il passo di Cristo, suggellava il controllo dei pesi e del transito dei viandanti. Quando l’hospitium cadde in rovina, il culto di San Cristoforo non si spense. Mentre la lastra con l’iscrizione tutt’oggi risulta incastonata nel perimetro del piazzale d’ingresso della chiesa di San Bartolomeo e dell’ex Santa Croce del Battente, il culto si trasferì proprio a Santa Maria de Foras, dove ancora oggi, il 16 agosto, si celebra la festa del santo. La statua lignea che lo raffigura è conservata in quella chiesa, a testimonianza della continuità della missione assistenziale legata alle rotte commerciali e ai tratturi.
Dal 1414 una società di mugnai, i soci, governava trenta mulini in serie sulla Fota, l’unica energia meccanica della città. A vegliare su quell’acqua c’era la badia di Santa Maria de Foras, dove il culto di San Cristoforo, il santo che porta pesi, proteggeva il lavoro dei macinatori e il transito delle merci.
~ NOTIZIE DA VERIFICARE ~
Nel corso della ricerca sono emerse alcune notizie che, per la loro natura, necessitano di ulteriori verifiche documentali. Le riporto qui con la dovuta cautela, come elementi di studio e non come fatti acquisiti.
Il toponimo olim Ischia, con le varianti Ischitella o Selvitella, riferito a Santa Maria de Foras, è attestato in alcune fonti erudite e sarebbe legato alla presenza di querce nella zona. Tuttavia, non trova riscontro nei documenti medievali principali e necessita di un’analisi più accurata.
La dizione Sancta Maria de aqua Claras, riportata in alcune schede locali, non è stata confermata dai documenti d’archivio consultati. Potrebbe trattarsi di una corruzione o di una tradizione erudita.
La bolla di Clemente VII del 1526, con la quale i beni del monastero sarebbero stati devoluti al Capitolo Collegiale locale, è una notizia interessante ma va verificata in Archivio.
La ricostruzione del 1969-1970 e la campana fusa ad Agnone nel 1822 sono notizie di memoria recente, utili per contestualizzare la chiesa attuale, ma non costituiscono prova dell’assetto medievale.
Le statue dell’Assunta e di San Rocco, opere di Paolo Saverio Di Zinno, e il San Cristoforo di Emilio Labbate del 1890, sono opere presenti nella chiesa attuale, ma non parti dell’abbazia medievale.
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Campobasso controstoria – La verità che va oltre.
~ RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E D’ARCHIVIO ~
Epigrafe dell’Abate Giovanni (1177), iscr. latina su portale di Santa Maria de Foras.
Donazione di Isabella de Molisio (3 sett. 1282), Fondo Pergamenaceo Cappuccini, t. I, n. 31; ediz. in B. Figliuolo – R. Pilone, Cod. diplomatico molisano 964–1349, doc. II, pp. 159–161.
Concessione dell’Abate Oliviero (22 apr. 1324), Cod. diplomatico campobassano, vol. I, doc. 45.
Antonio Ialenti (progetto riqualificazione per la foce) ” la fota e attività molitoria “
Ingaggio di Magister Angelo (27 febbr. 1332), Arch. Curia Arcivescovile CB, t. I, n. 35; ediz. in B. Figliuolo – R. Pilone, Cod. diplomatico molisano, doc. XV, pp. 150–152; Cod. diplomatico campobassano, doc. 50.
Testamento di Pellegrina (15 sett. 1371), Cod. diplomatico campobassano, doc. 74.
Testamento dei Soci Mugnai di Nicola Ferraguto (1° ott. 1414), Cod. diplomatico campobassano, vol. II, doc. 91.
Architrave dell’Hospitium di San Cristoforo (1120), iscr. lapidea.
- Gianandrea, in Molise Medievale Cristiano, a c. di F. Marazzi, Volturnia, 2018, pp. 310–330.
- Figliuolo, Le istituzioni ecclesiastiche nel Molise medioevale, in ASPN, CXXXVII, 2019, pp. 1–45.
- Figliuolo – R. Pilone, Cod. diplomatico molisano (964–1349), Palladino, CB 2013.
V.E. Gasdía, Storia di CB, voll. I–IV, Verona 1960; Cod. diplomatico campobassano, ms., Fondo Gasdía, Montecassino.
- Di Fabio, I Monasteri e i Conventi di CB, CB 1935.
- Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. II, Cava dei Tirreni 1915.
Nota dell’autore.
Quanto riportato nei report nasce da una ricerca appassionata, non da una perizia tecnica. I riferimenti a luoghi, a oggetti, manufatti, numeri e relazioni, sono verificati con attenzione, ma a volte potrebbero non corrispondere fedelmente alla realtà. L’obiettivo è divulgare una storia poco nota e affascinante, non redigere un inventario. Ogni riferimento è frutto della passione per la ricerca, non di un censimento tecnico.
di Luca Di Toro – fb
lì 20 Ottobre 2026

