Nel Molise dighe a gogo
di Francesco Manfredi Selvaggi –
Nella nostra regione vi è un autentico campionario di sbarramenti di corso d’acqua
Si parlerà di seguito del Liscione, del dimensionamento dell’invaso e degli usi della risorsa idrica ivi accumulata. Si scoprirà che la destinazione delle acque non è fissa, può cambiare secondo le esigenze, irrigue, potabili e anche ambientali, perché anche il fiume a valle della diga ha bisogno di un certo quantitativo idrico per il mantenimento del suo stato ecologico
La tesi, tutta da dimostrare è che il dimensionamento dell’invaso del Liscione non è proporzionato alla superficie di terreno da irrigare a valle. Innanzitutto perché il posizionamento dello sbarramento è univocamente determinato, è quel punto dove la vallata si restringe per cui è possibile realizzare una diga di fattezze realistiche; di qui ne discende il quantitativo idrico invasato. Non appartiene, in altri termini, alle cose credibili stabilire il posto in cui debba sorgere la diga in relazione al volume d’acqua necessario per l’irrigazione di un predeterminato comprensorio, ciò appare frutto di ragionamenti astratti, non plausibili. Nel nostro caso, quello del Liscione, il fatto che permanga il livello del lago ad una certa quota, cioè che non rimanga a secco, dopo la stagione irrigua ci fa capire che il suo proporzionamento non è frutto di un calcolo estremamente rigoroso vista l’eccedenza; in definitiva, non è il bacino del Liscione una vasca che si svuota del tutto dopo aver assolto al suo compito di fornire acqua agli agricoltori basso-molisani nel periodo estivo.
È essenziale, di certo, che rimanga una, per così dire, scorta d’acqua, magari per l’anno venturo, vedi mai che sia un’annata siccitosa. C’è un altro motivo che porta a credere, se ne è sicuri, che l’invaso nato per scopi agricoli abbia un surplus d’acqua rispetto a quella destinata all’irrigamento annuale dei campi il quale è la finalità per cui è stato costruito. Esso è il seguente: per tanto tempo, circa 50 anni, l’invaso è servito per il soddisfacimento del fabbisogno idropotabile della fascia costiera, all’epoca della sua progettazione tale secondo fine non era previsto e ciononostante la massa d’acqua invasata è stata sufficiente per entrambi gli usi. Dunque non vi è stata a monte una stima esatta del quantitativo di acqua da accumulare nell’opera di invasamento. Incidentalmente, poiché più acqua c’è meglio è, non è condivisibile in quanto cosa non vera la critica che si muove a Molise Acque di buttare le acque in eccesso in mare le quali secondo questi critici più proficuamente potrebbero essere travasate nel lago gemello di Occhito; è inverosimile che ciò sia mai avvenuto. Se è successo, come è successo nel gennaio 2003 e nell’aprile 2026, è dipeso da cause di forza maggiore le quali vanno ricondotte a eventi di piena, non è stata un’azione deliberata.
Per contenere il fiume ingrossato, capace di alluvionare il territorio sottomesso alla diga occorre lasciare un franco libero significativo tra il coronamento della diga e il pelo dell’acqua contenuta nell’invaso per consentire allo stesso di ospitare improvvise ondate di piena. È un sottile gioco di programmazione quello di consentire all’invaso per smorzare le piene, generalmente primaverili, di mantenersi basso senza che ciò pregiudichi il suo efficiente funzionamento ai fini dell’erogazione di acqua nel periodo estivo alle campagne, un calibrato alternarsi di rilascio e accumulo del prezioso liquido a seconda delle previsioni metereologiche, un continuo scendere e salire della quota dell’invaso. Tale movimento dovrebbe tenere conto oltre che della necessità di smorzare l’impeto delle piene del bisogno di garantire una certa vitalità del tratto finale del Biferno e ciò per ragioni ambientali, fatta la tara con la riserva idrica destinata all’agricoltura. Niente a che vedere, dunque, con la dissipazione d’acqua, di gettare via una parte di tale fondamentale risorsa. A stabilire quale debba essere il carico d’acqua da contenere nell’invaso influisce pure l’utilizzazione che si è proposta nel caso del Liscione di alimentazione di centrali, invero centraline, idroelettriche.
Ciò, però, porterebbe ad un irrigidimento del sistema idraulico obbligando il bacino, il quale viene ad assumere il ruolo di “bacino di carico”, a mantenere costantemente al suo interno una prefissata quantità d’acqua poiché un impianto di produzione di energia elettrica lavora continuamente. Si impedirebbe, perciò, lo svuotamento del lago al di sotto di un certo limite nonostante che si rendesse indispensabile l’evacuazione dell’acqua in vista di possibili piene; occorre avere spazio sufficiente nel catino a fermarle. Si è dibattuto finora di motivazioni tecniche legate al dimensionamento/ridimensionamento dell’invaso e ora ne aggiungiamo di politiche. C’è stata una fase storica, gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando edificare un’opera pubblica importante era un motivo di orgoglio per le amministrazioni, un simbolo di modernità, un decisivo passo verso il progresso, economico e civile, nessuno pensava a verificare se vi fossero strategie alternative, pochi si iniziavano a preoccuparsi dell’impatto sull’ambiente. Non si poteva fare a meno di avere una diga, nel Molise si fermano a tre e, del resto, si è impossibilitati a farne di ulteriori perché tre sono i fiumi molisani e tutti e tre risultano sbarrati. È lecito obiettare che su ogni asta fluviale si potrebbe fare più di una diga, vedi il Biferno con il Liscione e il lago del Quirino i quali stanno a debita distanza, e il Fortore con Occhito e Piana dei Limiti, finora quest’ultima allo stadio di ipotesi, due dighe ravvicinate.
Per il resto si constata che siti idonei per lo sbarramento sono esauriti e che è venuto meno l’entusiasmo verso tali attrezzature idrauliche, per cui si è abbandonata l’idea di farne una sul Callora e una sul Vandra, idee ventilate in passato.
(Foto:. F. Morgillo-Lago di Castel San Vincenzo)
di Francesco Manfredi-Selvaggi

