Amministrazione condivisa
di Andrea Degl’Innocenti (da italiachecambia.org) –
Cosa succede quando Comune e cittadini scelgono di collaborare per il bene comune?
In Emilia Romagna, in uno dei tanti capannoni svuotati dal progressivo ritiro della produzione industriale, oggi c’è chi mangia insieme, chi fa i compiti al doposcuola, chi assiste a uno spettacolo e chi si ritrova per il solo gusto di stare in compagnia. A dare nuova vita a uno spazio altrimenti abbandonato non è stato il classico progetto calato dall’alto, ma un tavolo di lavoro condiviso fra Comune, cooperative, associazioni e cittadini.
È uno degli esempi concreti di quella che viene chiamata amministrazione condivisa: un modello, oggi diffuso in centinaia di territori in tutto il Paese, in cui pubblica amministrazione e cittadini smettono di recitare le parti consuete – chi chiede da un lato, chi risponde dall’altro – e si siedono allo stesso tavolo per decidere insieme come rispondere ai bisogni di un territorio.
«Quando l’esperimento funziona, i soggetti coinvolti smettono di ragionare come parti separate e si concentrano sul bene per la loro comunità» racconta Gianfranco Marocchi, cooperatore sociale e ricercatore da anni impegnato sui temi della collaborazione tra pubblica amministrazione e Terzo settore, autore – insieme a Ugo De Ambrogio – del libro Coprogrammare e coprogettare. Amministrazione condivisa e buone prassi. Marocchi è anche co-direttore della Biennale della Prossimità, l’appuntamento nazionale dedicato alle pratiche di prossimità e democrazia partecipata, che si terrà a Torino dal 1° al 3 ottobre con il titolo “Pratiche di democrazia profonda”, di cui Italia che Cambia è tra i promotori nazionali.
Gli strumenti dell’amministrazione condivisa
Quando parliamo di amministrazione condivisa non ci riferiamo a un unico strumento, ma a un approccio complesso. Nell’ordinamento italiano si declina soprattutto in due strade. La prima è quella della coprogrammazione e della coprogettazione, introdotte dall’articolo 55 del Codice del Terzo Settore: due percorsi con cui pubblica amministrazione ed enti del Terzo settore costruiscono insieme, rispettivamente, la programmazione delle politiche sociali di un territorio e la progettazione di interventi specifici.
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La seconda strada è quella dei Regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, attraverso cui anche singoli cittadini – non necessariamente organizzati in associazioni – possono stipulare con il proprio Comune dei patti di collaborazione per la cura di uno spazio pubblico: un modello adottato ormai da oltre trecento Comuni italiani, il primo a Bologna nel 2014, usato anche per la gestione di beni confiscati e degli immobili abbandonati.
Secondo il decimo Rapporto Labsus – aggiornato al 31 dicembre 2024 – 312 Comuni italiani hanno adottato il Regolamento e sono stati stipulati oltre 8.000 patti di collaborazione in dieci anni. Ma è l’aspetto della coprogettazione quello su cui vale la pena soffermarsi di più: è lo strumento che entra più a fondo nella costruzione condivisa dei servizi – non solo nella cura di uno spazio – ed è anche quello su cui si concentra il lavoro di ricerca di Marocchi.
Coprogettare: una trasformazione culturale
Quando un Comune ha bisogno di realizzare un servizio, la strada più tradizionale è quella dell’appalto: un bando a cui rispondono più soggetti in concorrenza tra loro e chi offre le condizioni migliori si aggiudica il lavoro. Questa logica tuttavia nasconde non pochi problemi. Il meccanismo della gara, per sua natura, mette i soggetti in competizione anziché in collaborazione e questo rende più difficile la creazione di legami reali fra fornitori e comunità in cui operano. Un servizio messo a bando inoltre viene definito una volta per tutte nel capitolato: se dopo qualche mese emerge che quel modello non funziona come previsto, non c’è quasi margine per farlo evolvere prima della scadenza del contratto.
La coprogettazione parte da un presupposto diverso: non ci sono un compratore e un venditore, ma due soggetti che condividono la stessa finalità e si siedono a un tavolo per costruire insieme la risposta a un bisogno del territorio. «Non siamo io che voglio comprare un servizio da te» spiega Marocchi. «Siamo in due che vogliamo lo stesso bene per la comunità, e da quel riconoscimento nasce il resto».
Passare dalla logica dell’appalto a quella della coprogettazione non è solo un cambio di procedura amministrativa: è, prima di tutto, un cambiamento culturale. «È un modo nuovo di rapportarsi a cui nessuno dei due è abituato», racconta Marocchi. La pubblica amministrazione è abituata a scrivere un capitolato; il terzo settore è abituato a rispondervi. Quando invece i due devono costruire insieme, partendo da un tavolo vuoto, capita che nessuno dei due sappia bene come interpretare il proprio ruolo.
di Andrea Degl’Innocenti (da italiachecambia.org)

