Uno sfascio voluto
di Domenico D’Adamo (da lafonte.tv) –
I molisani hanno una disposizione naturale alla mitezza del carattere, alla generosità e all’accoglienza; usano parlare a voce bassa
Perché i nostri Comuni, piccoli e grandi, si stanno spopolando? Qual è lo stato della Democrazia nella regione Molise? Perché dall’inizio del nuovo secolo siamo finiti sempre ultimi nelle graduatorie che contano? Il perenne attacco allo stato sociale, i continui tagli alla sanità, la mancata crescita, la fragilità dell’intero sistema produttivo, la transizione energetica morta in fasce, il mancato sviluppo del sistema industriale e del settore agroalimentare ormai privo di reddito, andrebbero indagati con cura per capire quali sono state le cause del declino dell’intero mezzogiorno d’ Italia, e a chi attribuirne le responsabilità.
Purtroppo la politica molisana, nel timore di scoprire la verità, non s’interessa a queste “amenità” e di conseguenza non avendo una sola idea per arginare il fenomeno descritto si rischia di approdare a una vera desertificazione delle nostre aree, sia quelle marginali che quelle più centrali. I governi regionali che si sono succeduti in questi ultimi 30 anni, invece che affidarsi alle dinamiche democratiche della partecipazione dei corpi intermedi, hanno preferito assumere importanti decisioni, nel segreto delle loro sagrestie, in nome e per conto dei molisani, non per difendere le istituzioni – quelle si proteggono con l’esercizio democratico del potere – ma per promuovere le loro carriere, i loro patrimoni e quelli dei loro amici con una strategia mutuata dal mondo dell’agricoltura: la filiera della politica uguale a quella del latte, della carne, del vino e per finire a quella del voto che trova la sua ragione in un vecchio adagio “una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso”.
Una sorta di legame, un lungo cavo che avvolge il centro con la periferia, annullando così ogni diversità, ogni confronto, ogni conflitto, ogni controllo, in buona sostanza, eliminando così le ragioni della politica e consegnando nelle mani del capo o della capa il potere della decisione.
Oggi, senza il timore di essere smentiti, alla luce dei risultati ottenuti, possiamo tranquillamente affermare che non ha giovato ai cittadini di questa regione la strategia della filiera politica o meglio della questua con le scarpe rotte e il cappello in mano. Da molti anni aspettiamo che si realizzi una strada e una ferrovia che mettano in comunicazione l’Adriatico col Tirreno, spezzando l’isolamento economico, culturale e sociale in cui vivono i nostri giovani costretti ad andare via da una terra ormai priva di ambizioni. È ormai da oltre 50 anni che lo stabilimento FIAT di Termoli produce motori termici eppure in tutto questo tempo non siamo stati capaci di creare né una coscienza operaia né una classe dirigente capace di sviluppare un sistema produttivo in grado di camminare da solo: metalmezzadri i primi e impiegati d’azienda i secondi. Allo sciopero contro le dismissioni decise da Stellantis non abbiamo visto molta gente, ma lo hanno capito i molisani e i termolesi in particolare che senza lo stabilimento la città di Termoli tornerà ad essere semplicemente un magnifico borgo marinaro? O pensate che con l’effetto filiera alla fine ci pensa Francesco? Ci rendiamo conto che i livelli essenziali di assistenza in Molise non sono garantiti pur pagando per la sanità le imposte più salate di tutto il globo terracqueo? Lo sanno gli agricoltori del basso Molise che la Regione, senza averli auditi, sta trattando una partita di acqua da 70 milioni di metri cubi, che avremmo in eccedenza, da cedere alla vicina Puglia? Pensate che il presidente De Caro ci concederà di irrigare, con l’acqua del Liscione, i terreni a confine con la Capitanata: un affarone!!! Il conto di questo sfascio, noi molisani a chi lo dobbiamo portare? Al governo Meloni? Al presidente Roberti? Ai consiglieri regionali? Ai sindaci dei 136 comuni? Assolutamente no, è già tutto deciso, lo porteremo come sempre ai Disoccupati, ai Cassintegrati, ai Pensionati, ai Lavoratori dipendenti e a quelli indipendenti, agli Studenti, agli elettori del Centrodestra e a quelli del Centrosinistra, ai Poveri ed anche ai Ricchi. Saranno in pochi a farla franca, indovinate chi?
Alcuni giorni fa il sottosegretario Niro – il politico più intelligente, più furbo, più colto, spesso, per acculturare gli altri usa il latinorum, con una gioventù burrascosa, in sostanza il Caravaggio del Consiglio, il più longevo, pensate che è lì da oltre 25 anni e siede sui banchi della maggioranza anche quando la stessa cambia-, nel rispondere ad una interpellanza presentata circa un anno prima dalla consigliera Salvatore, avente ad oggetto la somministrazione ambulatoriale della pillola abortiva per la quale il Governo nazionale, sei anni prima ne aveva dettate le linee guida, in merito alla citata richiesta informava il Consiglio che è tuttora allo studio un protocollo medico per la somministrazione del predetto farmaco. Che di per sé non è una cattiva notizia ma visto che lo studio va avanti da sei anni, forse sarebbe il caso di incaricare l’Istituto Superiore di Sanità per formulare la seguente domanda: il farmaco va somministrato alla paziente prima o dopo dei pasti e per essere ancora più scrupolosi, la predetta pillola va somministrata prima o dopo il parto?”. Il fatto è grave ma non è serio come usava dire con sarcasmo Ennio Flaiano. Noi che siamo vittime di queste ipocrisie diciamo più semplicemente: “Ma ci siete o ci fate?”. Oggi dominano superficialità, scandali e incompetenza. Una crisi di serietà che diventa pericolo collettivo.
I molisani hanno una disposizione naturale alla mitezza del carattere, alla generosità e all’accoglienza; usano parlare a voce bassa e difficilmente cadono nella trappola della violenza, ma, contrariamente a quanto si possa pensare, sono pronti a difendere la loro dignità senza piegare la schiena (vedi De Fonseca, Pagano, Cuoco, De Gennaro, F.lli Brigida: Repubblica Napoletana 1799). Hanno sopportato per secoli le angherie dei Borboni prima e dei Savoia poi, mai si sono spesi acché le nostre terre diventassero luoghi di civiltà, educandoli all’idea che né il Re né la Regina sono tenuti a preoccuparsi del futuro dei loro sudditi, ragione per cui i miei corregionali, quando alla stazione arriva un treno, cosa che in verità avviene raramente, lo accolgono con la banda musicale: peccato si tratti di un treno che non va da nessuna parte e dal quale nessuno scende e su cui nessuno sale, lasciandoci così solo l’immagine delle aspirazioni di noi “paisani”.
di Domenico D’Adamo (da lafonte.tv)
lì 07 Aprile 2026

