• 08/04/2026

Un palazzo storico e una family story

di Francesco Manfedi-Selvaggi

Una vicenda famigliare ambientata in un’antica dimora, succede a Cantalupo

Back

 

 

 

All’eversione del feudalesimo i Petrecca appaiono come una delle famiglie di rilievo di Cantalupo. Cresciute all’ombra del potere feudale con Filippo prima e poi con Antonio acquistano una posizione di rilievo nel contesto locale. Antonio, che sposa Maria Francesca Giacchi di Sepino, sorella del conte Michele, svolge le funzioni di amministratore dei beni del principe Morra, l’ultima famiglia che ha detenuto il titolo di duca di Cantalupo. Che Antonio sia un personaggio rappresentativo è confermato anche dalla lapide che un tempo era su uno degli altari laterali della chiesa parrocchiale nella quale era scritto che il popolo aveva fortemente voluto per i suoi alti meriti che venisse sepolta in chiesa; in quel periodo, infatti, i morti venivano portati nei cimiteri realizzati dopo l’editto napoleonico ed essere seppellito in chiesa era perciò un privilegio. La sua precoce morte, a soli 48 anni, le qualità di uomo e di amministratore, il suo rango sociale devono essere state alla base della volontà popolare acché fosse seppellito nella chiesa madre. In effetti la famiglia aveva una propria chiesa annessa all’abitazione costruita nel 1820 e dedicata ai santi Francesco di Paola e San Vincenzo Ferreri (dai componenti della famiglia però viene indicato quale dedicatario solo il primo) come si evince dal cartiglio posto sull’arco trionfale che divide lo spazio per i fedeli dal presbiterio, due quadrati simili separati da un gradino (il quadrato quale elemento geometrico generatore, in perfetto stile neoclassico, è richiamato anche nelle pareti laterali con una ampia cornice in stucco che costituisce l’unica decorazione di queste pareti).

La copertura è a botte con finestre aperte sui lati lunghi. Mancano gli arredi sacri, almeno quelli mobili, essendosi conservato l’altare con sovrastanti nicchie, che furono trasferiti a Roma da Francesca Petrecca, l’ultima della famiglia ad essere vissuta in questa casa. L’ingresso alla chiesetta dall’esterno è frontale, mentre dall’interno dell’abitazione è possibile assistere alle funzioni religiose accedendo dalle stanze al vano solitamente destinato all’organo. Neanche la moglie di Antonio, Francesca è stata sepolta qui, bensì per lei i figli vollero costruire una cappella gentilizia nel cimitero comunale, ora della famiglia Di Re. Una lapide attualmente traslata sul retro e non più sul frontone ricorda il commosso affetto dei figli nei suoi confronti.

Dovette trattarsi di una donna particolarmente energica poiché, rimasta vedova, seppe provvedere al governo della famiglia. Una famiglia con importanti parentele come quella a Cantalupo con i Del Re dei quali uno era stato ministro del governo borbonico ed il fratello di questi, direttore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte (forse un incarico dovuto più che alla sua bravura alle influenze politiche) e a Sepino con i Giacchi. Può essere significativo per comprendere il rango della famiglia e il raggiunto benessere economico nei confronti della società contadina riportare un episodio che si tramanda nei racconti famigliari. Ad un contadino in precarie condizioni di salute il medico aveva ordinato l’assunzione di caffè; poiché il caffè era un consumo di lusso, a farne uso erano solo i signori. Perciò la figlia giovinetta del contadino si reca presso la dimora dei Petrecca e questi non glielo negano e le consegnano un bricco chiuso con il coperchio.

Durante il tragitto che compie per raggiungere casa non resiste alla tentazione di sollevare il coperchio; vedendolo corre trafelata di nuovo dai Petrecca ed una volta raggiunta la loro abitazione esclama, quasi per protesta, «ma quiss é nir!» (ma questo è nero). Il palazzo dei Petrecca deve essere sopravvissuto, almeno in parte, allo spaventoso terremoto del 1805 che a Cantalupo è stato particolarmente disastroso, tanto da aver scelto come protettrice del paese S. Anna la cui ricorrenza ricade proprio in quella data. La testimonianza di ciò è l’anno inciso sul portale che è il 1797 (o 1793 poiché l’ultimo numero non è leggibile). Il giardino del palazzo al quale si accede da due bei cancelli in ferro battuto, dei quali uno, quello che fronteggia l’ingresso della casa, porta incise le iniziali ‘AP’ di Antonio Pretrecca, è separato dall’abitazione da una stradina che sottopassa l’arco che collega la casa con la chiesetta. Anche dall’altro lato c’è una stradina a separarlo dal palazzo De Gaglia. Il perimetro del lotto destinato a giardino riproduce i lotti edificati adiacenti rispettando rigorosamente lo schema urbanistico dell’insediamento. È da presumere che quello che è diventato giardino era una superficie edificata ridotta a rudere dalle scosse sismiche e non più ricostruita. In definitiva il giardino deve essere stato annesso all’edificio principale in un secondo tempo, confermando una tendenza ben evidente di questo complesso edificato formatosi per successivi accrescimenti intorno ad alcune piccole corti interne. L’ultimo ampliamento è dovuto a Carlo, figlio di Antonio, il quale si fa costruire un proprio palazzo adiacente a quello paterno con un’ampia terrazza che prosegue il lungo loggiato della casa originaria. Sia la terra che la loggia affacciano sulla vigna di proprietà sempre della famiglia, appena discostata anch’essa dalla casa per via di una strada, ma formando con questa funzionalmente un tutto unico in quanto funge con le sue piante ornamentali anche quale parco suburbano. In definitiva, il palazzo Petrecca con i suoi spazi annessi per via delle sue ampie dimensioni, almeno planimetricamente, viene a costituire un’autentica porzione urbana.

Il processo di crescita edilizia che si è descritto va di pari passo con la crescita della famiglia: esso avviene non per successive gemmazioni, ma per espansioni da un nucleo iniziale, rispecchiando il carattere patriarcale della famiglia. I figli di Antonio sono numerosi. Delle femmine si sposano solo Mariannina, la primogenita, e Camilla rispettivamente con un De Gaglia e con un Selvaggi. Tra le due vi è una notevole differenza di età tanto che il marito della prima vista l’incertezza della giovane cognata nella scelta tra il notaio di S. Massimo di un anno più giovane di lei ed un giudice di Isernia di età più avanzata le chiede se mai sposerebbe un anziano come lui avendo egli la medesima età del giudice. Tale domanda convinse Camilla a sposare Donato Selvaggi. Nella sua partenza per S. Massimo le ricordarono che se fino ad allora aveva mangiato con posate d’argento dopo avrebbe mangiato con posate di stagno a sottolineare la differenza di stili di vita tra le due famiglie. Camilla conserverà un forte attaccamento al paese natale nel quale andò a vivere la figlia Angiolina presso le sue sorelle nubili.

Lo stesso nome dato ad un’altra sua figlia Teresa coincide con quello di una sua sorella, se pure ufficialmente in famiglia viene detto che questo nome è stato messo in onore di una zia del marito Donato. Fa trapiantare un albero di mele “deliziose” proveniente dalla campagna di Cantalupo. La famiglia De Gaglia di cui si è detto è una famiglia che gestisce il servizio postale nella provincia impostato sul sistema delle taverne che ha Cantalupo quale punto nevralgico di questo sistema sono ben tre. In verità vi era anche un’altra sorella sposata che, però, morì giovane; il marito, un cavaliere di Macchiavalfortore, rimasto vedovo ritornò dalla suocera per chiederle un’altra figlia in sposa che donna Francesca gli negò esclamando: «già te ne sei presa una». Le tre sorelle nubili Rosina, Amalia e Teresa allevarono la nipote Angiolina morta anch’essa relativamente giovane. Per quanto riguarda i maschi abbiamo Francesco, sacerdote, che morì in giovane età e poi Carlo e Ferdinando ambedue laureati in legge. Carlo divenne Consigliere della Corte dei Conti e andò a vivere a Roma dove sposò Alice Roissard de Bellet, figlia di un generale francese.

Ferdinando, avvocato e consigliere provinciale, continuò a vivere a Cantalupo. Solo nella generazione successiva si ebbe il completo trasferimento dei membri della famiglia altrove con solo periodici ritorni nel palazzo avito di Francesca, una figlia di Carlo, rimasta nubile, una figura dolce nei ricordi giovanili del nipote Camillo Manfredi Selvaggi. Il palazzo per la sua grandezza venne utilizzato come sede della locale scuola media; oggi è di proprietà privata in attesa di una appropriata destinazione compatibile con le sue caratteristiche architettoniche e storiche.

di Francesco Manfedi-Selvaggi

 

lì 08 Aprile 2026

Back