• 26/05/2026

Un omaggio ad un importante scrittore molisano

di Rita Frattolillo – fb –

L’impegno civile di Giovanni Mancinone nelle sue opere più recenti

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Giornalista di lungo corso della carta stampata e autore di molti servizi per la Rai particolarmente attento alle tematiche ambientali e sociali, Giovanni Mancinone (Castelmauro,1951) si è dedicato in questi ultimi anni a indagini a tutto campo centrate su fatti di cronaca afferenti alla malavita ( “Molise criminale”, prefazione di Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonio Caponnetto Rubbettino, 2021), sulla violenza di genere (“Mostri-Quando non c’è più l’amore”, Prefazione di Oria Gargano, Rubbettino, 2023), sui decessi sul lavoro (“Corpi al macello – Il silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti”, Prefazione di Cesare Damiano, Rubbettino 2026).

Appassionante e scorrevole come un buon romanzo, il pluripremiato “Molise criminale” è una coraggiosa e lucida raccolta di vicende ben poco edificanti in cui il piccolo Molise è a volte il luogo ignaro, per colpa di malavitosi di ogni risma che qui hanno imbastito traffici e omicidi, altre volte ne è il protagonista, grazie agli uomini delle forze dell’ordine e delle istituzioni che spesso hanno pagato con la vita la lotta contro la criminalità. Con questo lavoro che gli è costato anni di fatica, Giovanni Mancinone fa scorrere da un capitolo all’altro episodi, persone e fatti narrati con tono asciutto, cronachistico, ricco di dettagli significativi, che ricostruiscono con efficacia ambienti e moventi. E che lasciano il lettore senza parole, perché mai ci si sarebbe aspettati una tale massa di operazioni, indagini, reati e crimini di così vasta portata, afferenti a intrecci malavitosi internazionali e intercontinentali. Altro che isola felice! Il Molise, sempre più povero e isolato tra i territori del nostro Sud, è stato utilizzato senza risparmio come luogo di confine per latitanti eccellenti come Vito Ciancimino, come nascondiglio da criminali di spessore, oppure è stato teatro di epiloghi tragici di vicende nate altrove, come l’assassinio di Lea Garofalo. Delitti efferati, spesso consumati in silenzio, vittime innocenti, terroristi, talpe, collaboratori di giustizia, magistrati e forze dell’Ordine determinati nel portare avanti indagini lunghe e complicate, tutto è passato al vaglio e portato all’attenzione da Mancinone, come l’allucinante vicenda dei fusti tossici di Castelmauro, suo paese natale.

Nel libro, alla constatazione che, pure se la malavita continua ad allargare le sue attività criminali, il Molise -fortunatamente – non è responsabile della nascita di forme di mafia, fa eco la necessità improcrastinabile di cambiamento in vista di un futuro migliore e più libero dalle incrostazioni, quale frutto della consapevolezza della realtà effettiva in cui viviamo giorno dopo giorno.

“Mostri- Quando non c’è più l’amore” (Prefazione di Oria Gargano, Presidente BeFree) racconta terribili storie di femminicidi (e un omminicidio) riportate dalla cronaca nera nella nostra silente, ipocrita provincia ai confini dell’impero. Mancinone guarda dietro all’apparenza, al perbenismo di facciata, per analizzare i veri perché delle stragi di donne, che si ripetono con un copione pressoché identico. Ricostruisce con un taglio non privo di tensione i femminicidi, attraverso l’iter giudiziario dettagliato di ognuno, racconta le tesi dell’accusa e della difesa.

Oltre alla cronaca delle uccisioni per motivi di interesse, oltre al racconto sulle indagini mai concluse, come quella sulla scomparsa di Donatella, Mancinone scava fino alle radici della violenza sessista, che si ammanta di tante sfumature.

Emerge un maschilismo tossico – retaggio della cultura arcaica della sopraffazione- di chi è incapace di rispettare i comportamenti e la personalità dell’altra. Dapprima l’analfabetismo e la coercizione che hanno tenuto le donne al chiuso tra le mura domestiche (il famoso angelo del focolare) in quanto “bisognose di protezione”, hanno impedito a tutto il genere femminile di avere una voce e una presenza, salvo rarissimi casi; poi, finalmente, l’istruzione, e, con essa, la possibilità di costruirsi un’autonomia attraverso il lavoro, emanciparsi e autodeterminarsi: queste le tappe essenziali del cammino plurisecolare- doloroso ma determinato- delle donne verso la libertà, tra stop e go. Libertà rigettata da chi, nutrendosi di stereotipi e presumendosi superiore al partner, toglie la vita a colei che è destinata a essere la sua vittima.

Tra un capitolo e l’altro la lucida posizione dell’A. appare chiarissima: la violenza di genere va contrastata giorno dopo giorno, con responsabilità e consapevolezza, ovunque, a scuola, nell’ambiente di lavoro, in famiglia. Combatterla, sconfiggendo indifferenza e menefreghismo ancora presenti a tutti i livelli, tocca senz’altro alle istituzioni tutte. Ma non solo; aggiungerei – sottolineando il pensiero di Mancinone – che se gli uomini assassini sono stati allevati e cresciuti da donne, è proprio all’educazione familiare e all’esempio che bisogna arrivare per scardinare una deriva così allarmante. In quest’ottica, gettare la croce sulle istituzioni potrebbe sembrare un alibi.

“Corpi al macello- Il silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti” “non propone soluzioni normative. Fa una cosa più difficile: dare un nome e un volto a chi rimane. Per chi ha perso un familiare sul lavoro, quel riconoscimento pubblico è spesso l’unica forma di giustizia raggiungibile. Finché la curva dei morti non torna a scendere in modo strutturale, quei nomi continueranno ad aggiungersi a una lista che nessuna banca dati ufficiali tiene.”(EDUnews24, primo maggio 2026 ). Mancinone ci ha abituato alle indagini a tutto campo, fatte entrando in contatto con familiari e amici delle vittime, e ricostruendo i fatti attraverso la consultazione degli atti giudiziari, degli archivi, delle anagrafi. Il primo incidente citato risale al 1874 – annota il prefatore Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e attualmente Presidente dell’Associazione Lavoro & Welfare – e l’ultimo al 2023, mentre da parte sua l’A. avverte che alcuni di quei casi sono ancora al vaglio dei giudici.

Se nelle prime pagine egli annota che la pandemia Covid -19 aveva fatto dimenticare l’emergenza degli infortuni sul lavoro, una volta calato il sipario, nel 2024, il dramma delle vittime -ben 1090 quell’anno – è tornato dolorosamente a galla.

Di chi sono i “corpi al macello”? Dopo la breve “rassegna” iniziale sulle donne morte al lavoro, come Paola Clemente, la bracciante agricola morta per il caldo e la fatica nelle campagne pugliesi, a cui non è spettata nemmeno l’autopsia (Procura di Paola: “è morte naturale”), ma che, con la sua morte, ha fatto accelerare l’approvazione della legge199 del 2016, quella contro il caporalato, Mancinone dedica decine di pagine ai morti nelle miniere belghe, specie alle vittime della tristemente famosa Marcinelle.

Indaga sulle responsabilità oggettive, sulle condizioni pericolose della vecchia miniera du Bois du Casier, sul trattamento inumano riservato ai minatori, ai quali per un niente si annullava la misera paga. Non manca di sottolineare che quella tragedia è purtroppo il risultato di “un patto scellerato tra gli Stati. Carbone in cambio di braccia. Noi vi diamo il carbone, e voi ci inviate persone che hanno bisogno di lavorare. Niente tutele. Il sistema di sicurezza? Un optional.”

Riporta quindi il dramma vissuto da un giovane obiettore di coscienza cattolico, Jean van Lierde, che in sostituzione del servizio militare belga sceglie di lavorare in miniera. Un racconto da brividi di un lavoro che Jean definisce «tomba della dignità umana», sul quale lo scrittore giornalista non manca di segnalare il comportamento indifendibile delle autorità belghe e italiane all’indomani della tragedia.

L’indagine prosegue sulle persone che hanno perso la vita nei cantieri, nelle campagne, sulle strade, nelle fabbriche, a cominciare da Pietracatella, dove, dopo l’ennesimo incidente sul lavoro, la Dioce si di Campobasso-Bojano ha deciso il dedicare il Santuario di Pietracatella alle vittime del lavoro, mostrando vicinanza della Chiesa alle famiglie colpite.

E poi ci sono le forze dell’Ordine, come Elio Di Mella, ucciso da criminali durante il servizio.

I casi raccontati da Mancinone con trasporto umano e grande efficacia narrativa lasciano sbigottiti e angosciati proprio per il forte impatto psicologico, pur se suscita una sensazione di gioia sapere di quella ragazza che in memoria del padre morto sul lavoro si è laureata scegliendo una tesi proprio sulla sicurezza sul lavoro.

Ma la domanda è: fatalità oppure errore umano? Il giornalista è convinto che in molti casi quel destino infausto si poteva evitare. E si poteva evitare tanta sofferenza nei congiunti rimasti da soli ad affrontare il dopo. Troppe inadempienze, troppe “distrazioni “, pochi controlli.

I numeri della strage fanno paura, sono una vergogna nazionale: i decessi sul lavoro ogni anno sono cinque volte gli omicidi compiuti dalla criminalità organizzata e quattordici volte i femminicidi. Eppure il valore della centralità del lavoro è sancito dalla nostra Costituzione perché senza stabilità economica vengono a mancare dignità, serenità, rispetto.

Ed è proprio come segnale della centralità del lavoro per la vita di ognuno, che si è ufficializzata come festa la data del primo maggio. Una festa che lascia di anno in anno sempre più l’amaro in bocca perché il lavoro continua a essere insicuro, tra caporalato, subappalti, precarietà, lavoro nero, e un capitale umano poco o per niente formato e quindi ignorante.

Si assiste impotenti ad una involuzione: non solo abbiamo meno diritti, ma quelli che ci sono rimasti vengono messi in discussione, e della sicurezza sul lavoro si parla solo dopo l’ennesima tragedia. Senza correre ai ripari.

Ecco quindi che, contrariamente alla cecità del sistema, che, tradendo i principi della nostra Costituzione, considera salute e sicurezza sul lavoro soprattutto come un costo da tagliare, occorrerebbe- afferma l’A.- impegnarsi seriamente per trovare soluzioni strutturate, valide a ridare sicurezza e dignità ai lavoratori.

Sulle troppe vite spezzate, Mancinone ha fornito la sua lettura, generata dal grande lavoro di ricerca fatto e dalla sua esperienza sul campo. Con questa trilogia ha portato in superficie fatti e figure della terra di Molise duri da digerire, ha costruito una mappa ad ampio spettro che non si può ignorare e che non è facile accettare, specie per chi di noi è affezionato al “mito” di un Molise sacro, incontaminato dalle brutture presenti in altre aree del Paese. Chissà dove ancora rivolgerà la sua attenzione, il nostro giornalista scrittore, prossimamente!
di Rita Frattolillo – fb

 

lì 26 Maggio 2026

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