• 01/14/2026

Terraticanti

di Rossano Pazzagli (da lafonte.tv) – 

I terraticanti erano contadini poveri che, pur nella precarietà delle loro condizioni, hanno per secoli tenuto in piedi le campagne meridionali

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I terraticanti erano contadini poveri che, pur nella precarietà delle loro condizioni, hanno per secoli tenuto in piedi le campagne meridionali. C’è un rapporto – quello tra agricoltura e ambiente – che il capitalismo non ha saputo mantenere, infrangendo l’ equilibrio che per lungo tempo aveva contrassegnato le relazioni tra uomo e natura. Tra Medioevo ed Età moderna, l’evoluzione del paesaggio agrario è avvenuto in Italia secondo due assi principali: al Centro-Nord la trasformazione delle città-contado in Stati regionali favorì il diffondersi della presenza umana nelle campagne (mezzadrie, affittanze padane, ecc.), mentre nel Sud l’abbandono di più antichi insediamenti portò in generale alla riorganizzazione dello spazio in latifondi e transumanze. Nei terreni nudi dell’ Italia centro-meridionale e insulare, in larga parte estranei a processi di appoderamento e di intensificazione colturale, entro un quadro di persistenza feudale (fino all’‘800) erano largamente impiegati vari rapporti produttivi come le colonie del latifondo e la metateria del feudo, da non confondersi con la mezzadria classica. Erano quasi sempre patti agrari a breve termine, con canone in natura e più raramente in denaro, che volevano rappresentare forme di accesso alla terra da parte di contadini poveri ai margini della grande proprietà, ma ispirate sostanzialmente ad un precariato cronico del lavoro.
Fra i tre grandi sistemi agrari italiani – la cascina, la mezzadria, il latifondo – è proprio nel terzo che si evidenzia in modo più pieno la rottura tra insediamento e agricoltura, nel senso che quasi mai chi lavorava la terra vi risiedeva stabilmente, fino a spingere gli storici a coniare l’espressione di “agri- colture senza casa” e, per contro, di “città contadine”: un insediamento accentrato in villaggi anziché l’abitato rurale sparso, come avveniva nelle regioni del Centro-Nord. Tutto ciò aveva determinato una prevalente precarietà dei rapporti fondiari e dell’azienda contadina, compensata in parte dalla larga diffusione degli usi civici di pascolo e di semina sui demani feudali e comunali, sostanzialmente in un regime di campi aperti. Una precarietà accentuata dalla tendenza dei baroni a chiudere le terre con le cosiddette difese sulle migliori terre del demanio feudale, escludendo dagli usi civici le popolazioni locali. Il risultato non fu tanto la formazione di stabili aziende agrarie, ma piuttosto di un panorama sociale fatto di lavoratori a giornata, di pastori o di terraticanti: contadini che coltivavano pezzetti di terra con canone in natura (terratico), che potevano essere anche braccianti in alcuni periodi dell’anno, magari possedere un fazzoletto di terra o un orto che integrasse le magre risorse familiari, dedicandosi talvolta alla pastorizia.
Una situazione precaria, dunque, rimasta anche dopo il feudo. Ciò non significa che le pianure dell’Italia centro-meridionale, dalle Maremme al Tavoliere, fossero del tutto spopolate: qua e là potevano sorgere nuclei isolati di fabbricati che potevano assumere la forma della tenuta in Toscana, quella del casale nel Lazio, della masseria di pecora o di campo in Puglia, di altre masserie nelle regioni continentali e in Sicilia. Ma nel complesso si trattava di territori scarsamente insediati e debolmente organizzati, come quelli che si trovavano lungo la costa adriatica, tra l’Abruzzo, il Basso Molise e la Puglia, che è rimasta per tutta l’età moderna una delle aree meno densamente abitate d’Italia.
Il lento disgregarsi del feudo, ma soprattutto il venir meno dei diritti comuni sulle terre demaniali e la conseguente affermazione dei processi di privatizzazione hanno probabilmente determinato un peggioramento degli equilibri ambientali e delle condizioni paesaggistiche. È stato Emilio Sereni ad indicare che da questo punto di vista l’eversione della feudalità, peraltro preceduta da processi di evoluzione in senso capitalistico dell’azienda signorile, sarebbe stata piuttosto negativa che positiva, determinando una “degradazione del paesaggio meridionale” con disboscamenti e dissodamenti, con un’ agricoltura che non si modernizza, nella quale continuò a dominare l’uso del maggese e un largo impiego di figure precarie come i terraticanti: un paesaggio che, a parte le zone a coltura arborea o arbustiva, è restato sostanzialmente quello estensivo del latifondo, privo di forme ben definite. L’equilibrio ambientale nel rapporto agricoltura-risorse naturali, faticosamente cercato dal XVI al XVIII secolo sembra andare in crisi proprio nel momento della fine della feudalità e nel corso del XIX secolo. Una crisi mai più risolta e anzi aggravatasi. Si tratta di qualcosa di analogo a ciò che succederà più tardi, nel corso del ‘900, con il tramonto della mezzadria nell’Italia centrale: l’inevitabile fine dei tradizionali rapporti di produzione, iniqui dal punto di vista sociale, e del corrispondente modello di organizzazione territoriale, ha lasciato aperto il problema ambientale (pae- saggistico, idrogeologico, sociale, ecc.) di intere zone rurali che il capitalismo ha consegnato all’abbandono, allo spopolamento e al degrado, fino all’aggressione delle campagne con funzioni improprie come quelle ormai drammaticamente visibili degli impianti energetici di tipo industriale. Quasi un nuovo feudalismo, si potrebbe dire.

di Rossano Pazzagli (da lafonte.tv)

lì 14 Gennaio 2026

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