San Giuseppe: l’uomo delle scelte
di Antonio Molino (da primonumero.it) –
In molti comuni molisani la festività si vive ancora usanze arcaiche come l’ha descritta Francesco Jovine
Il diciannove marzo la Chiesa cattolica festeggia san Giuseppe. Nel 1479 Papa Sisto IV inserisce tale data nel calendario romano. Il suo nome deriva dal verbo ebraico “yasaph” col significato profondo di: Dio aggiunge. La tradizione cristiana fa coincidere il 19 marzo con la data della sua morte. Per i cristiani essendo il giorno della morte il giorno della nascita a nuova vita, la festa annuncia l’equinozio di primavera, la natura che rigogliosa rinasce a nuova vita. La storia di san Giuseppe non è un racconto del passato o solo devozione ma soprattutto un esempio per il nostro tempo.
Giuseppe è l’uomo delle decisioni, non parla molto nei Vangeli ma agisce, prendendosi cura e lavorando per la crescita della famiglia. È il papà per eccellenza, infatti il giorno della sua solennità coincide con la festa del papà. È l’uomo del silenzio perché nel silenzio maturano le decisioni importanti. Giuseppe è un nome strutturato in cui le due “P” esprimono il duplice significato. “Putativo” dal latino “Puto” che significa “credo” colui che veniva creduto il padre di Gesù anche se sappiamo che il vero padre di Gesù è Dio e “P” come padre che accoglie subito; non è un padre generativo ma il padre che forma, segue, protegge, insegna la vita. Dio lo fa entrare nel piano della salvezza; egli non sa decifrare ciò che sta accadendo, ma capisce bene che deve ridefinirsi e ripensare tutto in funzione di chi gli sta accanto. Nell’immaginario collettivo Giuseppe è raffigurato come un vecchio, ma Gesù non aveva bisogno di un nonno ma di un padre, di un custode che lo proteggesse. Gesù aveva bisogno di una legalità perché nella Palestina dell’epoca avere la legalità del padre contava molto, se uno non aveva un padre non poteva avere un ruolo sociale. Giuseppe non è un debole né un rassegnato ma un coraggioso, forte, protagonista con Maria della storia salvifica di Dio. Capisce con l’aiuto dell’angelo Gabriele che bisognava amare molto di più di ciò che aveva messo in conto, doveva andare oltre. È definito uomo giusto, ma non vuole giustizia, preferisce non ribellarsi alle circostanze, ma cambiare se stesso per non esporre Maria al giudizio degli anziani; perciò accoglie il grembo di Maria e lo custodisce non nella logica del sacrificio ma del dono. Accoglie il progetto di Dio sposando Maria e la sua misteriosa realtà. È stato emigrante e rifugiato capace di affrontare il futuro senza paura, custode della dignità umana. È l’emblema di quanti oggi cercano un rifugio da guerre, persecuzioni e miseria. Siamo disposti noi ad accogliere i Giuseppe moderni? Nome dirompente per la famiglia, per la paternità responsabile che pone grossi interrogativi nel contesto contemporaneo. Festeggiamo san Giuseppe anche il primo maggio, festa dei lavoratori perchè egli ha lavorato quotidianamente come falegname ma dobbiamo intendere questo mestiere in una accezione più ampia. Giuseppe viene descritto nei Vangeli come Tekton (Mt13,55) un termine greco che indica un artigiano esperto nel lavoro manuale che poteva spaziare dalla carpenteria in legno alla lavorazione della pietra. Nazareth nel primo secolo era un piccolo villaggio rurale, ma molto vicino alla città di “Sefforis” un grande centro urbano che offriva molte opportunità di lavoro per artigiani e carpentieri, probabilmente per i dati che abbiamo Giuseppe e anche Gesù hanno lavorato proprio lì. La tradizione di san Giuseppe ha radici antiche, si è consolidata intorno al millecinquecento grazie agli ordini francescani e gesuiti. Giuseppe è uomo giusto che sa fare spazio nel proprio cuore per accogliere il progetto di Dio.
In molti comuni molisani la festività di san Giuseppe si vive ancora come l’ha descritta Francesco Jovine nel reportage “Viaggio in Molise”.
“Per san Giuseppe con le prime viole i paesi molisani inaugurano una serie di “agapi fraterne”. C’è in queste usanze qualche cosa di arcaico, di primordiale, di significato umano profondo”.
L’emblema della festa è la tavola di san Giuseppe e gli altari che raffigurano la sacra famiglia. Sulle tavole vengono serviti principalmente legumi: ceci e fagioli ben cotti, grandi, tiepidi saporiti di sale e di olio verde. Le portate, tredici, di magro sono il vanto e l’orgoglio delle donne che si alzano due ore prima dell’alba per metterli al fuoco nelle grandi pignatte di coccio che hanno sentito il brontolante vento di marzo, la voce paterna del santo che concede alle sue devote grazie in abbondanza. La festa di san Giuseppe è la festa della condivisione, aprire la propria casa e accogliere persone soprattutto poveri è aprire sè stessi all’altro. Il nostro mondo tende spesso alla scalata sociale san Giuseppe è la negazione della scalata sociale dell’arrivismo e della sopraffazione.
La festa di san Giuseppe è stata tolta come festività civile e giorno festivo dal calendario Italiano nel 1977. Le giornate festive sono determinate dalla legge ma la devozione e il sentimento religioso popolare hanno innato la forza della continuità e della tradizione il sottile filo del mistero Cristiano.
di Antonio Molino (da primonumero.it)
lì 19 Marzo 2026

