Non devi mai uccidere
di Michele Tartaglia (da lafonte.tv) –
Il fatto che la Bibbia si apra con il primo condono/perdono della Storia ci dice qual è la direzione da intraprendere
La questione della presenza di atti violenti, non solo permessi ma addirittura ordinati da Dio, nella bibbia è forse la più importante ai nostri giorni in cui in nome di Dio e delle Scritture si continua ad uccidere. È troppo facile, da parte cristiana, appellarsi ad una pretesa superiorità dell’etica del Nuovo Testamento rispetto all’Antico per assolvere la propria religione, insinuando che di fatto l’Antico Testamento sia superato. Nel Nuovo, infatti, troviamo altrettanta violenza, anche se non da parte umana: il cristiano, sulla scia del suo Maestro, si fa perseguitare e uccidere non con lo scopo di convertire i carnefici, anche se a volte accade, a cominciare da Saulo che, dopo aver approvato l’uccisone di Stefano, diventa l’annunciatore per eccellenza di quel Gesù che voleva perseguitare. L’effetto della resistenza nonviolenta, tuttavia, è di rendere ancora più giusto il giudizio di Dio nei confronti di chi commette il male soprattutto verso i discepoli di Gesù. Nell’insegnamento di Gesù, infatti, c’è un continuo minacciare il pianto e stridore di denti, l’essere gettati nel fuoco eterno, l’essere sterminati perché non si è stati fedeli al re partito per un paese lontano, o al padrone della vigna che si è visto uccidere il figlio. Persino il modo indegno di vivere la Cena del Signore comporta come punizione immediata la malattia o la morte dei trasgressori. Per non parlare di tutte le riflessioni sugli ultimi tempi in cui si sprecano catastrofi innescate da Dio e uccisioni di massa che culminano nella visione apocalittica (è proprio il caso di dire) dell’Apocalisse di san Giovanni.
Anche il Nuovo Testamento, quindi, è intriso di linguaggio violento; l’unica differenza, rispetto all’Antico, è che Dio non chiede ai suoi eletti di fare il lavoro sporco ma lo fa lui direttamente o il suo esercito celeste e l’invito alla nonviolenza fatto ai discepoli ha tanto il sapore di creare un’aggravante nei confronti dei persecutori per rendere ancora più giustificato l’intervento finale di Dio; un po’ come accade quando un atto violento, che a volte si sospetta provocato, giustifica poi l’uso massiccio della forza nei confronti non solo di chi commette materialmente la violenza ma dell’intero popolo a cui i violenti appartengono, con qualche eccezione: l’Arabia Saudita è rimasta indenne nonostante gli attentatori delle torri gemelle fossero tutti di lì e il loro capo apparteneva alle classi più alte della società araba; anzi si è trovato il capro espiatorio in altre nazioni che nulla avevano a che fare con l’Arabia, come l’Afghanistan e l’Iraq. Non è andata altrettanto bene come all’Arabia, invece, alla Palestina.
Tornando all’Antico Testamento, troviamo, paradossalmente, rispetto al Nuovo, più testi che negano radicalmente la violenza a tal punto che Dio stesso si fa carico della protezione di chi ha commesso violenza o ne è sospettato. Pensiamo soprattutto alla figura di Caino che, dopo l’uccisione del fratello Abele, riceve il sigillo da parte di Dio perché chi lo incontra non lo colpisca per vendicare Abele. Purtroppo, la volontà divina di limitare la violenza non è stata capita e proprio un discendente di Caino, un certo Lamec, considera l’indulgenza di Dio un’autorizzazione alla violenza amplificata; in tal modo la violenza dilaga sulla terra e Dio deve distruggere l’umanità col diluvio. Lo svolgimento della narrazione fa capire, quindi, che c’è un dilemma nella riflessione etica biblica perché c’è un conflitto tra il rifiuto totale della violenza e la necessità di mantenere l’ordine sociale. Tuttavia, leggendo bene i testi biblici ci si rende conto che emerge sempre di più la consapevolezza che l’uomo non ha legittimamente potere di vita o di morte sui propri simili. Il primo passo, nella fase più antica, è l’istituzione della legge del taglione secondo cui non si può avere una reazione sproporzionata alla violenza: “occhio per occhio” significa, infatti, che a un danno fisico deve corrispondere un risarcimento adeguato e non può seguirne la morte (come invece fa Lamec). Riguardo all’omicidio, inoltre, si stabilisce che ogni vita ha lo stesso valore, sia quella del ricco che del povero, sia quella del libero che dello schiavo. Per cui se un padrone uccide uno schiavo deve essere messo a morte. Fino ad arrivare alla formulazione di un comandamento che non ammette nessuna eccezione e non ha clausole che ne limitino l’applicazione: “Non uccidere” (la formulazione ebraica ha questa sfumatura: “non devi MAI uccidere”).
Da questi pochi cenni capiamo che nella storia del diritto israelitico, anche se permangono ambiguità e contraddizioni, c’è una tendenza verso la negazione totale della violenza, emblematicamente rappresentata proprio dall’ episodio di Caino e Abele dove Dio chiama Caino ad assumersi le sue responsabilità dandogli però la possibilità di continuare a vivere, anche col rischio che l’indulgenza verso Caino anziché spingere gli uomini all’emulazione di Dio li possa spingere a sentirsi liberi di uccidere senza conseguenze, come di fatto avverrà nel seguito del racconto.
Ma il fatto che la Bibbia si apra con il primo condono/perdono della Storia ci dice qual è la direzione da intraprendere, valendo anche qui ciò che disse Gesù a proposito del ripudio/disprezzo della donna da parte del maschio: “All’inizio non fu così ma solo per la durezza del cuore umano Mosè ha dato la possibilità di ripudiare” e, potremmo aggiungere noi: solo per la durezza del cuore la legge di Mosè ha contemplato la pena di morte, non come avallo alla violenza ma in nome della sacralità della vita umana, di ogni vita umana nella speranza che la volontà di Dio verso chi sbaglia potesse diventare anche prassi dell’uomo, come di fatto è avvenuto nell’evoluzione del diritto che considera aberrante la pena di morte.
di Michele Tartaglia (da lafonte.tv)
lì 8 Gennaio 2026

