• 12/09/2025

Monti dell’Alto Molise

di Francesco Manfredi Selvaggi –

Una catena ondivaga

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Il complesso montuoso altomolisano si sviluppa seguendo una linea se possibile curvilinea, quasi un arco di cerchio chiudendo da questo lato il territorio molisano

Iniziamo la descrizione dei caratteri geomorfologici partendo dalla sua parte più alta. Premessa necessaria è quella che qui non c’è da attendersi, come succede invece, ad esempio, per il Matese, che le cime montuose si dispongano allineate l’un l’altra secondo la medesima direttrice perché il complesso montano alto molisano disegna una curva piuttosto che una linea. Rimanendo al paragone tra il Matese e i rilievi dell’alto Molise un’ulteriore differenza è che mentre il primo si presenta parallelo al margine pedemontano, la piana di Boiano, per i secondi non è possibile rintracciare in alcun modo analoga disposizione. Qui le masse montuose invece di scendere immediatamente al piano, il quale del resto non c’è se non il fondovalle del Verrino, attutiscono la loro altezza diventando delle montagne minori; nello stesso tempo esse che sono massicci compatti si scompongono in molteplici alture le quali possono essere lette quasi come gemmazioni dei primi.

Quale esempio si indica il gruppo monte Campo-monte S. Nicola il quale degradandosi, un po’, verso valle sembra frazionarsi dando origine a monte La Rocca, monte S. Onofrio, ecc. Si è detto che l’altitudine diminuisce, ma non più di tanto e, comunque, alcune cime meno elevate sono parte di quella linea di spartiacque che delimita i due versanti del Sangro e del Verrino, dunque non composta esclusivamente dalle vette maggiori. In definitiva lo spartiacque non è una catena uniforme; ulteriore notazione è che vi sono creste montuose che, pur svettando sulle altre, non appartengono allo spartiacque: è il caso di monte S. Onofrio il quale è ben più alto di, mettiamo, Roccatamburri che insieme a monte Caraceno è la conclusione della groppa che separa il Sangro dal Verrino, o meglio dal suo affluente il torrente Zelluso. Proviamo adesso ad elencare la sequenza dei monti compresi in questo spartiacque che disegna un arco di cerchio e cioè i monti Castellano, Roccalabate, del Cerro S. Nicola, Campo, Civetta il quale forma una dorsale insieme con monte Capraro, monte Cavallerizzo e Monteforte, la Montagna Fiorita fino al monte Caraceno già citato. L’individuazione dello spartiacque è, come si vede, alquanto incerta o almeno, per così dire, ondivaga frutto della elevata complessità geologica della zona. Lo spartiacque inteso questa volta quale fascia e non linea ospita diversi centri abitati da Pescopennataro a Capracotta che è in un punto di guado, da Vastogirardi a Pietrabbondante.

È bene rimarcare che nel comprensorio altomolisano non vi sono, salvo monte Miglio, emergenze isolate disponendosi le varie montagne in qualcosa di simile a catene. Ad ogni modo nell’ambito montano non vi sono unicamente rilievi, bensì si ha una pluralità di situazioni, dagli altopiani, vedi Staffoli, alle balze rocciose, una è quella in cui è situato l’eremo di S. Luca. Lasciamo per ora le quote più elevate e spostiamoci nella fascia inferiore; la cosa che emerge subito, lo si era già sottolineato, è che a differenza di quanto osservato nella parte superiore si ha, invece della continuità, la separazione dei rilievi che diventano non solo meno alti, ma anche di estensione minore e non connessi l’un l’altro (le esemplificazioni sono la Montagnola e la Montagna Fiorita).

La parte altimetricamente più alta è di natura a volte calcarea e a volte arenacea determinando una accentuata acclività dei versanti, mentre la morfologia si fa meno sostenuta negli altri rilievi per via dell’affioramento qui di una formazione flyscioide in cui predomina l’argilla. Il flysch caratterizza l’intera area pedemontana e sempre per la presenza di materiale argilloso si verificano numerosi fenomeni franosi i quali rappresentano un autentico flagello per questo circondario (si ricordi il crollo del “ponte delle salsicce” ad Agnone nel 1984). Non è finita qui perché il flysch, sempre per l’argilla, influenza la permeabilità dei terreni che essendo molto bassa dà vita a una maglia idrografica molto stretta. Abbiamo così una fitta rete di vallette che sono la conseguenza di un sistema idrico molto ramificato; la densità dei corsi d’acqua è davvero elevata e con essa la frammentazione nell’orografia la quale segue quella nella distribuzione dei bacini idrografici. Per bacini si intendono non solo quelli del Trigno e del Sangro, i principali, comprendendo pure altri secondari, però solo perché affluenti dei primi e tra questi, per quanto riguarda il Trigno, vi sono il Verrino e il Sente.

Bisogna pure sottolineare che diversi corsi d’acqua piccoli con il loro andamento smentiscono la struttura ad albero dell’idrografia del luogo riversandosi direttamente nel Trigno che è il tronco di tale struttura, invece di confluire nel Verrino o nel Sente i quali sono i rami maggiori; i corpi idrici quando convergono nel Verrino seguono una direzione parallela all’asta del Trigno (quando questo un po’ dopo Ponte S. Mauro o meglio in prossimità di Pescolanciano comincia il suo percorso ortogonale alla linea di costa), altrimenti sono ad essa perpendicolari. Conseguenza della grande articolazione dell’idrografia in uno spazio comunque ristretto, il territorio altomolisano, è che i bacini idrici sono di dimensioni ridotte. Per via del groviglio di minuscole vallecole fluviali colui che sta all’interno di questa fascia ha difficoltà a cogliere con lo sguardo la configurazione complessiva della morfologia territoriale in quanto la vista diventa ristretta.

Si ha l’impressione di un confuso ammucchiamento di rilievi e quasi si ha la sensazione di perdere l’orientamento. Diversa ovviamente è la situazione quando ci si sposta nella zona sommitale del cosiddetto altissimo Molise dove si possono scorgere ampi panorami. Forse una delle ragioni che motivano il divieto assoluto contenuto nel piano paesistico di trasformazione di alcuni dei crinali più elevati e di quelli che definiscono lo spartiacque è proprio la volontà di salvaguardare i punti maggiormente visibili, una sorta di “stelle polari” alle quali far riferimento per la comprensione dell’orografia dell’area.

Frequentemente i crinali poiché esposti ai venti sono privi di vegetazione, perlomeno arborea, e quando raggiungono una quota molto alta poiché si trovano al di sopra del limite della faggeta. È opportuno evidenziare che per la loro valenza di riferimento percettivo non basta vietare l’occupazione del suolo all’interno del perimetro del crinale, essendo necessario assicurare l’assenza di ostacoli alla visibilità quali potrebbero essere oggetti che, pur posizionati al di fuori dell’ambito di inedificabilità del piano paesaggistico, li occultano alla vista.

 

lì 9 Dicembre 2025

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