• 05/05/2025

Le stazioni ferroviarie

di Rossano Pazzagli (da nautilusrivista.it) – 

Uno spazio pubblico tra privatizzazione e abbandono

 

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Le stazioni sono luoghi dove la storia passa e a volte si ferma, dove si sale e si scende, come la storia appunto. Sono un cordone ombelicale col mondo, per andare e venire, ma anche per fermarsi a osservare lo scorrere della vita, raccogliendo il bagaglio della propria esistenza e immaginare quello degli altri. La parola stessa “stazione” deriva dal latino stationem, star fermo, fermarsi. Per molti di noi sono state anche luoghi d’ispirazione e di immaginazione, pause nel cammino e finestre aperte sulla società umana in movimento. Come ha osservato lo storico Piero Bevilacqua, le grandi stazioni ferroviarie come Roma Termini, Firenze Santa Maria Novella, Napoli o Milano Centrale erano luoghi per viaggiatori che sostavano, in uno spazio comune organizzato per l’attesa e per il riposo; poi con la modernizzazione del capitalismo neoliberista, tutto è cambiato e sono diventate grandi empori caotici dove lo spazio pubblico è letteralmente sotto assedio (https://www.officinadeisaperi.it/agora/citta-e-territorio/termini-le-stazioni-del-capitale/). Siamo passati da viaggiatori a clienti e anche negli annunci sonori le informazioni sui treni non sono più rivolte ai “signori viaggiatori”, ma alla “spettabile clientela”.
 
Se le grandi stazioni sono state privatizzate, ridotte a centri commerciali, luoghi di consumo al posto delle sale d’attesa, senza più fontanelle, con le panchine eliminate o modificate per evitare che le persone si siedano ad aspettare o si stendano a riposare; se sono state invase dalle catene commerciali e dai negozi a prezzi esorbitanti, perdendo fascino e democrazia, non è andata meglio per le piccole stazioni diffuse sul territorio, che al contrario sono state desertificate e abbandonate, ridotte a varchi di un passaggio senz’anima.

È dal 1978 che quasi ogni settimana prendo il treno alla stazione di Campiglia Marittima, nella Maremma tra Livorno e Grosseto, e posso testimoniare direttamente la storia di un declino, della trasformazione di un centro vitale, quasi un piccolo paese che pullulava di vita e di attività, in un deserto umano dove non lavora quasi più nessuno, una ferrovia senza ferrovieri e con sempre meno treni. È, anche questa, la perdita di uno spazio pubblico dove era possibile incontrarsi, mangiare, svolgere servizi quotidiani, leggere e imparare. In tanti ci andavano apposta, anche se non dovevano partire. Ora sono rimasti i parcheggi esterni, i binari all’interno e in mezzo una stecca di edifici vuoti. Non è un caso isolato, ma l’immagine di tante stazioni che dal Nord al Sud punteggiano la rete ferroviaria italiana, una rete capillare in gran parte progettata e realizzata nei decenni successivi all’Unità d’Italia e oggi sostanzialmente dimenticata.

 Per fortuna che a Campiglia c’è Lampo. Chi è Lampo? Era il cane viaggiatore che negli anni ’50 visse qui, capace di utilizzare i treni con l’intelligenza di un umano. Fu adottato da un ferroviere che dopo la morte accidentale del cane, raccontò la vicenda in un libro che divenne un notevole successo editoriale in Italia e all’estero (E. Barlettani, Lampo. Il cane viaggiatore, Garzanti, Milano, 1962). Lampo fu sepolto all’interno della stazione, ai piedi di un’acacia, in un’aiuola accanto al marciapiede del primo binario, dove oggi si trova il monumento che lo ricorda.

 

Da vivo e soprattutto da morto, Lampo è stato testimone di una storia in discesa, della progressiva riduzione della stazione da spazio pubblico vitale a luogo asettico di passaggio. Quando Lampo morì l’Italia era un paese ottimista, gli anni del miracolo economico, del boom, della televisione, degli elettrodomestici, della seicento e della vespa. Un paese che da rurale stava diventando industriale: da quel momento ci sarebbero stati più operai che contadini. Sembrava uno sviluppo inarrestabile, anche se non era tutto oro quel che luccicava: l’abbandono delle campagne e dei paesi, l’urbanizzazione, l’inquinamento e la nascita della questione ambientale erano aspetti critici dello sviluppo, che in molti casi insieme al benessere avrebbe portato nuove disuguaglianze territoriali e sociali. Oggi non è più come allora, l’ottimismo è passato e anche il benessere, il consumismo ha mostrato i suoi aspetti problematici, l’individualismo ha conquistato tutti e l’io ha preso il posto del noi.

 

Che cosa posso dire, da vecchio utente della stazione? Lampo l’ho conosciuto che era già di marmo, ma è come se fosse rimasto vivo, una presenza costante che ha resistito a tutto, compresi i vandalismi e l’incuria di cui è stato oggetto negli ultimi tempi. È rimasto un presidio, anche oggi che alla stazione non c’è quasi più nessuno, lui è lì a guardare i treni che passano, a custodire le stagioni e il ciclo del grande glicine che gli fiorisce accanto, triste per la chiusura dell’ultimo bar sul binario 1, dopo che erano spariti l’edicola dei giornali, l’ufficio postale e quello della polizia ferroviaria, la biglietteria, l’altro bar subito fuori della stazione, dopo che hanno chiuso anche i bagni pubblici, trasformati a pagamento cosicché non ci va più nessuno.

 

Se potesse parlare Lampo ci direbbe tante cose, testimone silenzioso e discreto di un declino, di quando la stazione era un centro di vita e non solo un punto sbiadito di arrivi e partenze. Sì, l’hanno anche modernizzata facendo il sottopassaggio, l’ascensore, le pensiline… ma che modernizzazione è? Se intorno ha il deserto. Oggi il luogo ha qualche sussulto di vitalità solo grazie ai nuovi abitanti, ragazzi e ragazze provenienti da mondi lontani che cercano di riempire alla meglio gli spazi vuoti della nostra civiltà.

 

Un tempo, cinquanta o sessanta anni fa, chi arrivava in treno a Campiglia poteva ancora vedere la campagna, guardarsi intorno e scorgere un paesaggio che era il frutto di un incontro equilibrato tra uomo e natura, un abbraccio tra mare e terra impreziosito dalle coltivazioni agricole, come carezze su un suolo utilizzato ma non consumato, trasformato ma non violentato. Così dovevano apparire allora i dintorni della stazione a Carlo Laurenzi, romanziere e giornalista, maestro di prosa e di stile: “Dov’è al mondo una stazione ferroviaria simile alla stazione di Campiglia Marittima?” – scriveva in un brano del 1961 ripreso poi da Tiziano Arrigoni, altro utente fedele della stazione: “La ritrovo sempre qual’era, senza tettoia, ventosa, esposta alla pioggia e al sole, priva di edicola di giornali, popolata di butteri, di cani, di marinai che vanno in licenza. (…) La stazione di Campiglia Marittima sta sola nel cuore della Maremma ed è la Maremma. La fasciano i campi e il silenzio, con le colline e il mare ai due orizzonti” [C. Laurenzi, Toscana delusa, Firenze, Vallecchi, 1961; T. Arrigoni, Come in America. La Maremma e la frontiera, Piombino, La Bancarella editrice 2008].

 

Oggi chi scende da un treno vede una zona con palazzi e capannoni industriali, di qua e di là dalla ferrovia, dalle Coltìe a Campo alla Croce e alle Lavoriere, le colline ferite dalle cave, il mare nascosto e più lontano, le strade di accesso in uno stato di degrado e abbandono, come i poveri e scalcinati palazzi dei ferrovieri. 

 

Una quindicina d’anni fa il giornale “Il Tirreno” pubblicò il commento accorato di un abitante della stazione: “Fino a qualche anno fa – scriveva – la stazione era bella, era un importante snodo ferroviario e un luogo gradevole dove vivere. Poi intorno sono stati costruiti case e capannoni, perlopiù rimasti vuoti. Ora è un luogo triste, sciupato da questi obbrobri grigi, la biglietteria è sempre chiusa e i treni sempre meno.” Quanto sarebbe utile oggi il paesaggio descritto da Laurenzi! Servirebbe a trasmettere il senso di una terra bella e accogliente, sarebbe una risorsa economica e culturale, i turisti si fermerebbero più volentieri e gli abitanti si sentirebbero più lieti e fieri di vivere qui, in un luogo che incarnava più di altri la funzione di spazio pubblico. Invece la povera stazione è trascurata, perfino dai treni, e i suoi dintorni sono vittime della mano invadente del profitto, di trasformazioni continue e irreversibili, ferita nella trama dei campi e nei suoi larghi orizzonti ventosi. Lei, la stazione, non è più fasciata dai campi e dal silenzio, non è più sola nel cuore della Maremma, non è più la Maremma.

 

Quante altre stazioni su e giù per l’Italia hanno subito la stessa parabola di quella di Campiglia? La storia di Lampo è unica, forse anche irripetibile, perché oggi il contesto non è più quello di una stazione popolata di ferrovieri, non è più una comunità di persone, ma solo un luogo di passaggio, vuoto di servizi e di umanità. Solo Lampo è ancora lì, sempre più solo e con una gamba spezzata. Io quando aspetto il treno al mattino scelgo la panchina più vicina a lui, sotto il glicine sfiorito e davanti al bar chiuso. Sembra incredibile, ma parla di più la statua di un cane delle voci umane che si sono dileguate. È inutile cedere alla nostalgia. Non è questo il punto, lo sappiamo che la storia va avanti. Facciamo in modo, però, che Lampo non resti solo il passato, ma anche la spinta per ridare alle piccole stazioni la dignità di uno spazio pubblico e vitale.

di Rossano Pazzagli (da nautilusrivista.it)

 

5 Maggio 2025

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