• 07/18/2025

L’arte pubblica o arte negli spazi pubblici?

di Francesco Manfredi-Selvaggi –

Parliamo specialmente dell’arte la cui committenza è l’autorità pubblica

 

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Parliamo specialmente della prima, l’arte la cui committenza è l’autorità pubblica la quale, le sue opere, serve a riqualificare alcuni luoghi cittadini o meglio non-luoghi. Vi sono edifici pubblici classificabili quali archisculture, in primis la Piramide di Campitello la quale non è proprio assomigliante alle piramidi egizie perché cava all’interno, un involucro esteriore di forma piramidale che ha funzione di copertura di un palazzetto dello sport. Bruno Zevi riteneva che le piramidi dell’antico Egitto fossero delle sculture piuttosto che delle architetture proprio per l’assenza di vuoti nell’interiorità

C’è una differenza tra arte pubblica e arte negli spazi pubblici ed è sostanziale. La seconda è quella legata ad un modo di sentire personale dell’autore, una espressione dei propri sentimenti, una sua creazione che può giungere anche ad essere in contrasto con la sensibilità generale, mentre la prima contiene, appunto, contenuti emozionali condivisi da tutta, o gran parte, della comunità. Si pensi a questo proposito a diversi murales comparsi sui muri di Campobasso che hanno quale contenuto il rifiuto della guerra, siamo al Terminal, o la rappresentazione dei “grandi della Terra” posti l’uno accanto all’altro, un auspicio alla concordia, nel quartiere di S. Giovanni dei Gelsi, oppure ancora il piacere di muoversi in bici in città, in via Trivisonno. Almeno per i murali realizzati sulle facciate dei condomini sarà necessario, di sicuro, chiedere il consenso ai condomini dello stabile anche in riguardo al soggetto trattato nella rappresentazione pittorica, oltre che l’assenso della municipalità e, quindi, della cittadinanza nella sua interezza, non solo di chi vive nel quartiere.

Possono essere tanto arte pubblica quanto arte negli spazi pubblici, lo si ricorda l’una che affronta temi di interesse comune, l’altra che è il frutto di uno stato d’animo individuale, quello dell’artista, le operazioni artistiche che mirano a riqualificare luoghi degradati, l’importante è che li si recuperino; in questo senso si sarebbe potuta accogliere la proposta formulata di sua sponte da un privato, che poi sarebbe stato l’esecutore del lavoro, di installazione della sagoma di un guerriero sannita nella ex cava di Civita Superiore a Bojano. Ancora peggio dei luoghi che hanno subito
alterazioni sono i cosiddetti non-luoghi ai quali occorre conferire una identità. Il caso rappresentativo di quest’ultima categoria di luogo è la rotonda viaria posta all’ingresso del Terminal degli autobus del capoluogo regionale dove è stata collocata una statua di Pasquale Napoli. La stazione dei pullman come quella dei treni sono dei classici non-luoghi, non-luoghi a tutto tondo perché aventi una destinazione esclusivamente funzionale, la funzione è la mobilità, non sono polifunzionali come si converrebbe ad un luogo urbano; qui accanto agli stalli per le fermate si potrebbe immaginare la predisposizione di spazi per l’intrattenimento dei passeggeri in attesa. Gli svincoli, sempre a Campobasso, sono alla ricerca di una immagine autonoma da quella della infrastruttura stradale: in quello che sta a Colle delle Api sono
posizionate le 6 torri, in miniatura, che sono il simbolo della città, nello spartitraffico di via Mazzini vi è la riproduzione in piccolo della Grotta di Lourdes, un ulteriore richiamo religioso vi è nell’aiuola posta tra via Mons. Bologna e via Trivisonno dove forse sarebbe stato utile un salvagente per l’attraversamento di questo punto cruciale della viabilità cittadina. Nei crocevia, comunque qualsiasi oggetto di una certa dimensione rischia di ingombrare la visuale degli automobilisti e nel caso pure che fossero opere d’arte vengono viste con distrazione dagli stessi intenti a imboccare la direzione giusta. Con questa sottolineatura si vuole anche dire che l’arte pubblica e l’arte negli spazi pubblici, le due tipologie di cui sopra, non è indispensabile che siano poste in siti che godono di grandi visibilità.

Il Poeta di Casacalenda, conosciutissimo, sta in un bosco lontano dagli occhi della gente, le persone per vederlo devono andare a cercarlo nel folto di una distesa boschiva a una qualche distanza dall’abitato. Tra le arti vi è anche l’architettura la quale viene concepita a volte alla stregua di manufatto iconico, quasi fosse un monumento, assimilabile a un monumento scultoreo, una sorta di archi-scultura il che la fa rientrare nella fattispecie dell’arte pubblica. L’esempio più calzante in riguardo è la Piramide di Campitello diventata una icona della località sciistica; a proposito di ciò, cioè a proposito di una struttura architettonica che assurge al rango di bandiera di un insediamento è da evidenziare, ad ogni modo, che i vessilli di un agglomerato urbanistico sono destinati a cambiare in continuazione. Allorché si è esaurito l’effetto novità l’attrattività di quell’aggregato urbano tende ad essere affidata ad un corpo di fabbrica sopraggiunto, è la legge della pubblicità turistica che richiede sempre nuovi motivi di interesse per attirare visitatori. Nella stazione di sport invernali matesina si è passati come richiamo pubblicitario dall’edificio a ferro di cavallo del Montur alla Piramide giustappunto. Con i fabbricati edilizi siamo passati all’arte urbana di grande scala e adesso torniamo agli artefatti minuti spostandoci a quelli, in verità uno solo, il cosiddetto ricciolo che è ai piedi della Collina di San Giovannello a Campobasso per parlare di 3 aspetti dell’urban art. Il primo è che non è detto che le opere debbano essere per statuto espressioni artistiche da contemplare ma che le si può toccarle, addirittura infilarvisi dentro, come succede nel predetto ricciolo, come se fosse un gioco per bimbi, il “parente” di un’altalena. Il secondo è che le realizzazioni di arte urbana non è obbligatorio che siano seriose, è consentito che siano gioiose ovvero giocose, vedi il ricciolo, rimanendo, è ovvio, creazioni colte. Il terzo è che, va da sé, siano pezzi unici, non repliche di cose viste altrove né intese come attrezzature da parco-giochi, prodotte in serie, con buona pace di Walter Benjamin e della sua teoria sulla “riproducibilità dell’opera d’arte”.

Il ricciolo è fatto in pietra peraltro e ciò garantisce sulla sua durabilità nel tempo, non è soggetto a deperimento il materiale calcareo a differenza del legno di cui sono fatti i supporti degli scivoli e i castelletti e tante componenti delle giostrine. Infine, il ricciolo non è smontabile, è un pezzo unico in tutti i sensi, e per il suo peso non è trasportabile.

(Foto: F. Morgillo – Immagine di copertina – Monumento dei Caduti di Campobasso)

di Francesco Manfredi-Selvaggi

li 18 Luglio 2025

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