“La zappa e l’aratro”, il libro di Sergio Sorella
di Davide Marroni (da lexgenda.it) –
Un affresco del mondo contadino molisano dell’Ottocento
Non puoi conoscere il Molise se non ti avventuri nella storia dei suoi contadini e di quel mito del “possesso della terra” che ispirò la formazione della sua borghesia nell’Ottocento. Ci ha pensato Sergio Sorella a raccontarcelo, nel suo libro “La zappa e l’aratro”, edito da Il Bene Comune Edizioni. Insegnante di discipline giuridiche negli istituti superiori ed ex sindacalista, originario di Guglionesi, Sergio Sorella sa che i diritti sociali hanno spesso rappresentato delle conquiste sociali, che non ci sono state concesse gratuitamente e che, nell’attuale “tempo senza storia”, potrebbero affievolirsi. Da questa consapevolezza è partita la sua ricerca storica e scientifica, volta ad indagare nelle condizioni di vita di quel mondo subalterno della “zappa e dell’aratro” in cui si trovò a vivere quell’ l’80% della popolazione molisana, costituita da quella “bassa” popolazione di cui siamo tutti un po’ figli, durante il secolo del “contadinismo”, nell’Ottocento, caratterizzata dalla presenza di coloro che, nei registri parrocchiali venivano, abitualmente, definiti come primitivi e selvaggi, come se fossero una razza diversa (lo scienziato Bernardino Ramazzini scrisse che il sangue dei contadini era considerato diverso da quello dei signori: era grosso, denso per la durezza delle fatiche, impoverito dalla fame e dagli stenti).
All’interno dello scenario dettato dalla memoria di quel mondo contadino che manifestava il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, Sergio Sorella esplora il modo di mangiare, di vestirsi, di affrontare il lavoro nei campi, di un’epoca definitivamente scomparsa, interrogandosi sulla sindrome della medietà e sui rischi di sonnambulismo, di cui parlano alcuni dati emersi dai più recenti rapporti annuali del Censis sull’Italia, rappresentati dalle paure, piuttosto che dall’azione protesa al miglioramento di un Paese.
“Come era il modo di vivere nelle campagne molisane dell’Ottocento?”. “Come erano le case con gli animali. E gli attrezzi?”.” Qual’ era il calendario annuale del lavoro nei campi? “Come erano l’alimentazione e il livello di igiene rispetto ai costanti rischi provenienti dalle diffuse malattie ed epidemie?” “E di quali contadini si parla visto che, spesso, se ne parla in maniera indistinta?”. Purtroppo, per sapere dei contadini dell’Ottocento, bisognava chiedere agli altri, perchè questi, subalterni e sfruttati, sembrano quasi invisibili: come se si trattasse di una classe cancellata dalla cultura dominante, anche perchè priva dei mezzi per farsi conoscere. Intervengono, dunque, in soccorso di Sorella: le descrizioni degli intellettuali illuministi come Giuseppe Maria Galanti ed il saggista sacerdote molisano Francesco Longano e nonchè un’infinità di altre fonti e di autori, opportunamente ricordati nel libro.
Il Molise diventò provincia autonoma nel 1806 e, a partire dal 1810, Vincenzo Cuoco fu protagonista della sua scena politica nella veste di Presidente del Consiglio Provinciale. Fino alla fine del ‘700 ed agli inizi dell’800, c’era stata l’idea di un’organizzazione sociale di tipo feudale: qualcuno doveva lavorare purchè ci fossero altri a proteggere la società con le armi, piuttosto che con la preghiera. Dopo la rottura del feudalesimo si sviluppò una società caratterizzata dalla presenza dei “galantuomini” (come quelli ricordati da Francesco Jovine in “Viaggio in Molise”), protagonisti, fra il Settecento e l’Ottocento, di nuovi rapporti di forza, che si impadronirono, presto, di terre baronali, demaniali ed ecclesiastiche, ottenendo profitti dall’esercizio delle professioni liberali, come l’amministrazione dei comuni, lo sfruttamento della terra e dall’esercizio dell’usura. I contadini erano considerati come una classe di sfruttati ai quali mancavano le risorse necessarie per vivere e le loro condizioni di vita peggiorarono alla fine dell’Ottocento, nonostante la costruzione di qualche strada in più pagata con le tasse, la fame e la coscrizione obbligatoria. Grazie al lavoro nei campi e all’allevamento di bestiame, il basso popolo riusciva a garantirsi il minimo per la sopravvivenza.
Nel corso dell’incontro del 10 marzo, svoltosi presso la Sala Fratianni del Circolo Sannitico, a Campobasso, per conoscere il saggio storico di Sergio Sorella “La zappa e l’aratro. Contadini nel Molise dell’Ottocento”, sono intervenuti, accanto all’autore: l’insegnante Isabella Astorri, Presidente di Sipbc Molise, nella veste di moderatrice; l’Assessore alla Cultura, Adele Fraracci per i rituali saluti del Comune di Campobasso; lo storico Norberto Lombardi, autore di diversi saggi sulla storia dell’emigrazione molisana nel mondo e lo storico abruzzese Costantino Felice, già docente di Storia Economica presso l’Università D’Annunzio di Pescara ed esperto di storia economica e sociale del Mezzogiorno. con particolare riferimento all’Abruzzo ed al Molise.
Sergio Sorella ha invitato, nella circostanza, il pubblico a rileggere i romanzi di Francesco Jovine, per entrare nel vivo della conoscenza della società molisana dell’Ottocento, e riscoprire l’azione, la voglia di riscatto di quel tessuto sociale e il tentativo di migliorare le condizioni di vita delle persone: “La Caritas. dove faccio volontariato, ha riscontrato che, negli ultimi dieci anni, sono aumentate del 43% la disuguaglianza sociale e la povertà. E ci sono diritti che rappresentano conquiste del passato che gradualmente rischiano di affievolirsi, come la partecipazione al voto”. Sorella ha spiegato il valore simbolico della scelta di alcune copertine di libri sui temi della civiltà contadina, come quella dell’artista, di Castel di Sangro, Teofilo Patini, dal titolo “Bestie da soma”, utilizzata nel libro “Disagio di vivere” di Costantino Felice. E il dipinto di una pubblicazione di Adriano Prosperi che mette, in copertina, un dipinto che raffigura il contadino che vanga e la moglie che allatta. Esamina, quindi, la copertina del proprio libro “La zappa e l’aratro”, in cui emerge la figura di un bambino che rappresenta l’erede in una casa buia e povera, con il camino spento, caratterizzata dalla tristezza della madre.” È un’immagine di miseria o di speranza?” – pone la domanda Sergio Sorella, dandosi la risposta – “Secondo me è di speranza. Nel libro cerco di recuperare la speranza, attraverso la memoria, traendo spunto dal titolo di una canzone di Rino Gaetano del 1979”. Sorella mette, quindi in luce, nella sua analisi, l’importanza di quell’azione popolare che portò ad importanti flussi emigratori dal Molise, alla fine dell’Ottocento, che furono maggiori che altrove. E il ricordo della nascita delle società operaie. Del mutuo soccorso. Dei grandi sacrifici grazie ai quali, i molisani, attraverso l’azione, promossero il riscatto della società contadina. A San Martino in Pensilis e a Santa Croce nacquero nutriti movimenti di contadini, alla fine dell’800. A Rotello, a Larino, a San Martino in Pensilis, ci furono l’azione popolare di protesta e anche la repressione. Ed anche alcune conquiste come un’importante riforma agraria, nacquero a seguito delle prime occupazioni di terre incolte fatte nel Molise. In questo recupero della consapevolezza della memoria storica, del senso di giustizia, dell’azione e delle conquiste dell’epoca, Sergio Sorella, intravede un esempio importante perchè venga ricoltivata la speranza in un futuro migliore.
L’Assessora Comunale alla Cultura, Adele Fraracci, presente all’incontro, ha apprezzato la narrazione storica e scientifica di Sorella che ha messo in luce il protagonismo della terra, come fonte di sfruttamento e sostegno, e la condizione disagiata della classe contadina dell’epoca: “Il libro di Sorella è una seria narrazione storica e scientifica che ognuno di noi è libero di interpretare a modo suo. Il libro ha portato a delle riflessioni che vanno oltre il tempo”- ha dichiarato l’Assessora Fraracci -” Ma i confronti con quel mondo oggi non sono più possibili, in quanto viviamo una società consumistica, che si perde nel tempo della globalizzazione, che registra la presenza dell’ Industria 4.0 e dell’intelligenza artificiale. Sappiamo anche quanta violenza ci sia oggi sulla natura, nell’era della post industrializzazione. Stiamo assistendo alla proletarizzazione della classe media, ovvero della borghesia che un tempo era presente in quel Molise, all’80% abitato dai contadini. E poi il libro di Sorella, è una scrittura godibile, che rappresenta un’apertura a delle riflessioni economiche, esistenziali e filosofiche sull’identità che abbiamo disperso e sui timori per il futuro dei nostri figli e delle giovani generazioni, a seguito di questo crescente spopolamento del nostro territorio”.
Il prof. Norberto Lombardi ha particolarmente apprezzato il lavoro di ricerca compiuto da Sergio Sorella nel suo libro, per il metodo, l’organicità e la sistematicità. E per la ricchezza degli approfondimenti che propone. Lombardi ha ricordato come la precarietà dei contadini fosse caratterizzata dall’ingente carico di debiti che si trascinarono, ben oltre l’Ottocento. Nel libro “La zappa e l’aratro” spiccano il momento della grande transizione tra la società rurale e post rurale e l’apparente paradosso di una lunga “staticità” strutturale ed obiettiva che la condizione contadina conservò nel corso dell’Ottocento, avvenuta fra le due rivoluzioni: quella dell’abolizione del regime feudale dei primi dell’Ottocento e quella della crisi della borghesia agraria (e della conversione di parte di quella borghesia possidente in professionale).
Nel libro è ricordata l’importante emigrazione di fine Ottocento. Il crescente interesse per il “possesso della terra”, intorno al quale si forma una borghesia che riesce ad accaparrarsi le quote di terra dei contadini, subalterni, impossibilitati a far valere i propri diritti. In Molise c’era la grossa borghesia terriera, limitata a 6 o 7 paesi del basso Molise. Poi c’era la borghesia possidente, e quella legata alla rendita, che riusciva a ricavare dei margini ridotti di accumulazione dai terreni, spesso abbarbicati ai monti, alle colline, di difficile condizione produttiva e che viveva, anche, con il possesso derivante dall’usura, investendo quello che ricavava, in immobili. Per lungo tempo i contadini non maturarono un istinto di classe, quanto, piuttosto, un odio di classe. Più che lotta di classe, ci fu, una lunga lotta per la sopravvivenza, dovuta anche alla presenza di una borghesia dalla visione limitata. L’interesse per il possesso della terra divenne così radicato che continuò a influenzare anche la mente e gli obiettivi di vita di coloro che divennero protagonisti del grande processo di emigrazione. Alcuni molisani si integreranno subito, ma tanti altri emigranti vivranno da ospiti la nuova avventura, limitando i propri consumi all’essenziale, perché dovevano risparmiare per poter comprare il “pezzo di terra” in Italia, per soddisfare la propria famiglia o il progetto della famiglia di origine, come accadde in Brasile, con l’acquisto delle tenute agricole chiamate “fazendas”, utilizzate per le coltivazioni estensive. La crisi della borghesia agraria determinò una trasformazione mondiale. L’emigrazione rappresentò una svolta, maggiore di quella prodotta dal brigantaggio, nel far crollare gli antichi privilegi borghesi, perché chi emigrò indebolì il mercato del lavoro e chi giocava solo sulla rendita, perse la forza lavoro. L’emigrazione non creò un processo di sviluppo delle terre, ma modificò il tessuto sociale e la mentalità generale. Nacquero, così i primi coltivatori e la piccola borghesia dedita al lavoro negli impieghi pubblici, su cui il fascismo fece leva per insediarsi.
All’incontro era presente anche lo storico abruzzese Costantino Felice, vastese originario di Celenza sul Trigno, già docente di Storia Economica presso l’Università D’Annunzio di Pescara, fra i massimi esperti italiani della storia dell’economia del Mezzogiorno e autore di pubblicazioni come “Il disagio di vivere”, “Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo”: “Il libro di Sergio Sorella rappresenta un affresco del mondo contadino molisano particolarmente esauriente” – ha dichiarato il meridionalista Costantino Felice – “Non mi risulta che ci siano altre regioni italiane che possano vantare uno studio dettagliato e minuzioso, di questo genere, grazie al rigore scientifico e all’apparato archivistico utilizzato per la ricostruzione del mondo contadino, condotto con criteri scientifici. E’ un libro che ci descrive un mondo che oggi non esiste più. Ed oggi anche il sapere storico è in crisi “- ha proseguito -” Viviamo un tempo senza storia. Una sorta di dittatura del presente, in cui, i giovani sono disinteressati alla storia. E’ in crisi la cultura in generale. C’è un collasso in corso, generale, della cultura. Eppure di cultura ne hanno da vendere l’Abruzzo e il Molise, che anche in base alle statistiche ufficiali, vengono considerate le due regioni più rurali d’Italia. Avrei dei dubbi da esprimere sulla “staticità” con cui si descrive il periodo del contadinismo dell’Ottocento. Nel Molise, ci sono stati degli intellettuali esponenti di una borghesia intellettuale illuminata, di elevatissimo valore rispetto alla storia di tutto il Paese. Con l’Illuminismo nacque l’identità molisana. Il periodo più fulgido, luminoso della borghesia e dell’intellettualità nel Molise e nell’ Abruzzo è stato quello dell’Illuminismo, tra la fine del ‘700 e dell’800. La concentrazione di Intellettuali di altissimo profilo, come il Vincenzo Cuoco, i fratelli Giuseppe e Biase Zurlo, Gabriele Pepe, Francesco Longano, Giuseppe Maria Galanti non può vantarla nessun’altra area del Mezzogiorno d’Italia. Fu quello il periodo più ricco della produzione intellettuale, letteraria e scientifica della storia del Molise, anche comparativamente, rispetto alla storia delle altre regioni del Mezzogiorno. Furono grandissimi intellettuali, scrittori, indagatori sociali, anche perché contribuirono alla fine dell’Ancient Règime, nella veste di riformatori impegnati nelle istituzioni. Furono Ministri. Diressero le società contadine. Furono anche imprenditori perchè, in alcuni casi, modernizzarono i loro possessi, come il teramano Vincenzo Comi, che introdusse importantissime innovazioni agronomiche nel mondo contadino. Oggi assistiamo, invece, ad una frattura radicale fra la cultura e la politica “- ha proseguito lo storico Costantino Felice -” Oggi abbiamo politici che di cultura non sanno niente. Mentre in quel tempo, la cultura era connessa alla politica. Gli intellettuali facevano politica. Stavano dentro le istituzioni. Erano ministri riformatori nelle istituzioni, indagavano sul mondo contadino e scrivevano libri”.
Costantino Felice ha poi ricordato alcune delle importanti riforme, rivoluzionarie, che cambiarono, per sempre, la storia del Mezzogiorno, nate in quel periodo, come quando si formarono i Comuni e lui rilevò, da un atto deliberativo del 1809, a Celenza sul Trigno, l’istituzione della prima scuola elementare dell’obbligo, che previde i primi due anni obbligatori, con una classe per i maschi e una per le femmine. Costantino Felice dissente, inoltre, da chi vuole far apparire il mondo contadino come un universo rassegnato, passivo, sconfitto. Non solo ci sono gli intellettuali riformatori, ma c’è tutta la grande letteratura meridionalista di Francesco Jovine con le Terre del Sacramento e Signora Ava e in Abruzzo, ci sono Ignazio Silone con Fontamara e D’Annunzio, con la poesia “I pastori”, e che smentiscono l’associazione di quella cultura contadina dell’epoca ad un mondo arcaico, superstizioso, selvaggio, allo stato ferino. “Non è vero che il mondo contadino fosse immobile e sonnambulo”- dice Costantino Felice – ” è una rappresentazione falsata che non tiene conto della realtà storica e del divenire storico del Molise. Che non fu immobile. Le masse contadine si resero protagoniste di processi di trasformazione grandiosi, rivoluzionari e lo stesso brigantaggio rappresentò una forma di protagonismo, a direzione reazionaria, come quella di quei movimenti reazionari che sconfissero la Repubblica napoletana del 1799 e di quelli che massacrarono la grande borghesia del Mezzogiorno. Ci fu un protagonismo monopolizzato dai preti reazionari, dai monarchici, dai borbonici, dai preti. E un’agricoltura floridissima in alcuni borghi molisani, descritta da Benedetto Croce, che smentiva, anche nella cura dei territori, il paventato giudizio di sonnambulismo attribuito al Mezzogiorno. Nel 1906 ci fu il primo sciopero dei pastori a Castel del Monte. I latifondisti di un tempo furono sconfitti. Ci fu una rivoluzione pacifica, sociale, civile culturale, dei ceti subalterni che, a dispetto e per rivincita, comprarono i pezzi di terra di fronte a quelli dei vecchi proprietari. Per la prima volta si diffuse la coscienza di classe, nei primi anni del Novecento. Nacquero i primi circoli socialisti. Si formarono i sindacati, i partiti, i circoli. Fu una rivoluzione anche politica, di cui furono protagoniste le masse operaie. Anche quando andarono all’estero, alcuni operai diventano grandi imprenditori e capitalisti. Ci sono alcune correnti di pensiero, storiografiche, che accusarono il partito Comunista e i sindacati per aver condotto, per troppo tempo, una politica contadinista che è poi scomparsa. Grazie alla forte tradizione agricola e pastorale nata in quegli anni, l’Abruzzo e il Molise condividono, oggi, un patrimonio di eccellenza del proprio comparto agroalimentare, tra i più avanzati nel mondo.
di Davide Marroni (da lexgenda.it)
lì 19 Marzo 2026

