La vita di Dante Gentile Lorusso
di Matteo Petrillo (da primonumero.it) –
Tra pietre, archivi e opere salvate dall’oblio
“In Molise ci sono stati tanti artisti, ma nessuno li conosce”: Il restauratore e studioso di Oratino rilancia il dibattito sulla tutela e promozione dell’arte regionale, tra archivi, opere dimenticate e la proposta di uno spazio permanente dedicato agli artisti molisani
“Quando passo sotto la Basilica minore di Castelpetroso mi viene sempre la pelle d’oca”, racconta. “È stata costruita dagli scalpellini di Oratino. Ci hanno lavorato per quarant’anni. Tra questi c’era anche mio padre. Un giorno, di istinto, ho baciato delle pietre della facciata. Ho pensato: forse questa l’ha messa mio padre”.
Un gesto semplice, quasi istintivo, che racconta il legame profondo tra memoria, lavoro e identità. Un filo che attraversa la vita e la ricerca di Dante Gentile Lorusso, restauratore, artista e studioso originario di Oratino.
“Io sono Dante Gentile Lorusso, sono nato a Oratino e mi sono sempre occupato di arte”, esordisce. “Ho fatto la scuola di restauro, sono diventato restauratore di opere d’arte, ho lavorato per tanti anni per diverse soprintendenze, soprattutto quella del Molise”.
Il restauro è stato il mestiere — “quello che mi ha dato da vivere” — ma la sua attività non si è mai fermata alla conservazione delle opere. “Occupandomi di arti visive, sono diventato artista contemporaneo e ho fatto tante mostre in giro in Italia, anche oltre l’Italia”.
Tutto nasce da una curiosità, maturata molto presto. “Mi sono appassionato alla storia dell’arte, ma non quella grande storia dell’arte, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Caravaggio. Anche quella l’ho studiata, certo. Ma mi sono posto una domanda, ero giovanissimo: ma in Molise ci sono stati artisti? Chi erano gli artisti del Molise?”
Da quella domanda comincia un lavoro di ricerca lungo decenni. Archivi, biblioteche, documenti. “Ho fatto tantissimo lavoro d’archivio, all’Archivio di Stato di Campobasso, all’Archivio di Stato di Napoli, nelle biblioteche nazionali. E la mia grande sorpresa è stata capire che il paese in cui sono nati tantissimi artisti e artigiani è stato proprio Oratino”.
L’intuizione arriva quando è ancora adolescente, sfogliando un piccolo volume del 1929 scritto da un sacerdote del paese. “Da lì mi sono incuriosito, sono partito e ho tirato fuori dall’oblio una serie di personaggi, pittori e scultori nati a Oratino che hanno lavorato un po’ ovunque. Figure completamente sconosciute”.
La storia personale di Lorusso si intreccia con quella del lavoro artigiano. “Vengo da una famiglia di scalpellini”, racconta. “Ho ricostruito la genealogia: già dal Seicento i miei antenati lavoravano la pietra e alcuni erano proprietari di cave a Oratino”.
Una tradizione radicata nel territorio. “Oratino, secondo le mie ricerche, è il paese del Molise da cui sono usciti più artisti e artigiani: pittori, scultori, indoratori, scalpellini, vetrai. Già dalla fine del Cinquecento esisteva una forte classe di artigiani che lavorava anche fuori regione”.
Negli ultimi anni la sua ricerca ha trovato nuovi strumenti di diffusione. “Internet è qualcosa di straordinario”, osserva. “Trovi libri del ’500 e del ’600 in rete, li puoi sfogliare. È meraviglioso”. E poi i social. “Io ho la mania di comunicare. Forse la mia vocazione era quella di fare l’insegnante, di divulgare i saperi. Ogni giorno faccio uno, anche due post”.
Uno degli ultimi progetti è particolarmente ambizioso. “Negli ultimi mesi ho fatto venti post, ognuno con ottanta immagini di dipinti e disegni con soggetto femminile. Ottanta per venti fanno milleseicento immagini. Ho voluto dimostrare che nel Molise, a partire dal Seicento fino ai nostri giorni, c’è stata una quantità di artisti che hanno lavorato e lasciato opere importanti”.
Dietro quel lavoro c’è una vita di ricerche. “Per fare quel lavoro non ci vogliono cinque minuti. Per fare quel lavoro io ho impiegato quarant’anni”. A volte le ricerche nascono da ricordi familiari. Lorusso racconta un episodio legato al pittore oratinese Nicola Giuliani, nato nel 1875 e formatosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli.
“Mio padre da ragazzo faceva l’assistente a uno scalpellino che lavorava alla costruzione di una casa a Campobasso. Mi raccontava che lì c’era un pittore che decorava gli interni. A mezzogiorno scendeva dal ponteggio, si sedeva a terra in un angolo e mangiava pane e pomodoro”.
Solo anni dopo Lorusso scopre il motivo di quella scena. “Giuliani era stato allontanato dall’insegnamento perché non aveva aderito al partito fascista. Aveva moglie e due figlie e doveva arrangiarsi con lavori occasionali”.
La conoscenza storica e materiale delle opere d’arte è anche uno strumento di tutela. All’ingresso dell’aula consiliare del Comune di Campobasso, in una nicchia, era collocata una figura femminile stilizzata realizzata negli anni Cinquanta dallo scultore molisano Antonio Venditti.
Per anni l’opera è rimasta esposta senza particolari protezioni. Poi Lorusso, durante una visita all’Accademia di Belle Arti di Napoli, nota una scultura dello stesso artista. “L’hanno incapsulata in una teca di plexiglass”, racconta. “Ho chiesto perché. Mi hanno risposto: lavorava impastando il cemento con l’amianto. L’amianto si spolvera ed è tossico”.
Venditti, come molti in quegli anni, ignorava la pericolosità del materiale. “E c’è morto”, dice con amarezza. Tornato in Molise, Lorusso segnala subito la questione al Comune. Oggi anche la scultura di Campobasso è protetta da un vetro.
Ma il nodo, secondo Lorusso, è soprattutto strutturale. “Noi siamo l’unica regione che non ha una galleria d’arte moderna e contemporanea del Molise. Chi arriva qui e si chiede: “Nel Molise ci sono stati artisti? Dove posso vederli?” ditemi dove deve andare. Non c’è”.
Per lui non è solo una questione culturale, ma identitaria. “Conoscere la propria storia è identità. Noi non ce l’abbiamo”. La proposta è chiara: creare uno spazio permanente capace di raccontare la storia artistica della regione.
“Io ho sempre indicato come luogo possibile la scuola di Via Roma, un edificio imponente, in pietra. Ma non so a che livello riusciranno a realizzare un’opera del genere”. E insiste: “Bisogna studiare il Molise, mettere in campo le testimonianze lasciate dagli artisti molisani. Se no tutti dicono che nel Molise non c’è niente”.
Molte opere, racconta, sono finite fuori regione. “Ho avuto modo di entrare nelle case di tanti eredi di artisti molisani. Ti posso assicurare che sarebbero disponibili anche a donare delle opere”. Il problema, per Lorusso, è un altro. “È una questione di volontà. Ci devi credere”. Nel frattempo continua a lavorare per riportare in Molise alcune opere disperse.
“Ho visto che c’era un dipinto di un pittore di Campobasso, sconosciutissimo, passato in una casa d’aste. Parlando con lo storico Antonio Salvatore, un mio grande amico, ho deciso di fare qualcosa per riportare il quadro in Molise. Allora ho chiamato un amico collezionista per dirgli di comprarla. Era un’opera rarissima e la base d’asta era bassa: oggi sta a Bojano”.
Un’altra operazione simile ha riguardato il suo paese d’origine. “Abbiamo comprato un quadro di Nicola Giuliani tramite sottoscrizione popolare. Costava 3.500 euro. L’abbiamo riportato da Napoli e donato al Comune di Oratino. Oggi sta nella stanza del sindaco”. Piccoli recuperi che diventano simboli. “Cerco di riportarli in Molise se trovo i collezionisti giusti”.
Non tutte le opere, però, hanno la stessa fortuna. “All’Accademia di Belle Arti di Napoli ci sono due tele grandissime di un pittore di Civitanova del Sannio. Non sono esposte, sono nei magazzini”. La disponibilità a restituirle, racconta, ci sarebbe anche. “La direttrice mi disse: “Volentieri, fateci una richiesta ufficiale e le mandiamo”. Sono passati dieci anni”.
C’è anche un precedente storico che, per Lorusso, dovrebbe far riflettere. “Nella seconda metà dell’Ottocento molti studenti molisani andavano all’Accademia di Napoli grazie al “pensionato artistico” elargito dalla Provincia di Molise. Un finanziamento mensile per quattro o sei anni. Una cosa straordinaria”. Un sostegno che ha permesso a molti giovani artisti di formarsi. “Senza quel finanziamento si sarebbero persi”.
La valorizzazione dell’arte molisana, secondo Lorusso, dovrebbe coinvolgere anche le nuove generazioni di studiosi. Cita il caso di Tito Amodei, artista e sacerdote passionista nato a Colli al Volturno nel 1926 e fondatore dello spazio romano Sala 1. “Nel 2026 ricorre il centenario della nascita”, ricorda. “Ester Incollingo, giovane storica dell’arte molisana, ha appena discusso una tesi su di lui. Sarebbe l’occasione perfetta per organizzare una grande mostra e riportare l’attenzione su una figura importante ma poco conosciuta”.
Per Lorusso la strada dovrebbe essere quella della ricerca e della produzione culturale. “Buttare soldi per mostre preconfezionate non lascia niente. Se vuoi vedere gli impressionisti vai a Parigi”. Il senso, spiega, è un altro. “Ma se fai una mostra sugli artisti molisani del primo Novecento, chiami giovani storici dell’arte, fai ricerca, pubblichi cataloghi e li mandi nei musei nazionali, allora lasci qualcosa”.
L’amarezza affiora, ma non spegne la determinazione. “Non è che t’ha chiamato un assessore alla cultura, non è che t’ha chiamato la Fondazione Molise Cultura per dire: questa cosa è interessante, facciamoci un progetto. Nessuno”.
Eppure Lorusso continua a lavorare e a studiare. “Io ci credo in queste cose”. Perché, ripete, l’obiettivo finale è chiaro. “La fine di tutto questo lavoro di anni e anni di ricerca è uno spazio, un contenitore dove raccontare le storie di questi artisti”.
Uno spazio che potrebbe diventare anche un motore di sviluppo culturale e turistico. “Diventerebbe un’attrazione turistica. Perché devo andare a Campobasso? Per vedere la galleria che racconta la storia dell’arte di questa regione”.
di Matteo Petrillo (da primonumero.it)
lì 10 Marzo 2026

