• 27/02/2026

La declassazione dei dialetti/8

di Rita Frattolillo – fb –

A proposito della rivalutazione delle lingue locali

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Francesco D’Ovidio, protagonista della cultura italiana tra Otto e Novecento, filologo e critico, studioso di lingue e letterature romanze, nelle sue Considerazioni di Lingua e dialetto, affermava che il dialetto non è niente di sostanzialmente diverso dalla lingua; che è un pregiudizio vedere nel dialetto un che di grossolano. Di conseguenza, occorreva analizzare il dialetto come una lingua, con la stessa strumentazione filologica e rigore.

Era una svolta decisiva, in consonanza con il clima culturale pieno di fermento, a cui non erano estranee le istanze positiviste, che guardava con nuovo interesse alle tradizioni popolari – comprese quelle linguistiche – delle diverse realtà italiane. In questo preciso ambito si pensò infatti a versioni di testi letterari e religiosi nei vari dialetti, come quella realizzata da Luigi Luciano Bonaparte (1813-1891), nipote di Napoleone, il quale fece tradurre il Vangelo di Matteo. Di stretto interesse, per noi, la pubblicazione voluta dal livornese Giovanni Papanti, che, nel 1875, in omaggio al Boccaccio, pubblicò I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci.

Ci interessa perché in quel volume, che raccoglieva le versioni della novella boccacciana La Dama di Guascogna e il Re di Cipro (Decameron, IX,1) eseguite dai corrispondenti locali dei dialetti del Regno d’Italia di allora, un’apposita sezione comprendeva otto varietà molisane, quelle di Larino, Limosano, Montenero di Bisaccia, Morrone del Sannio, San Martino in Pensilis, Agnone, Toro, Campobasso.

Le versioni della novella – in cui si erano cimentati i maggiori intellettuali del tempo, tra cui Luigi Alberto Trotta, Baldassarre Labanca e Francesco D’Ovidio – all’epoca giovane professore di greco e latino nel R. Liceo Parini in Milano – sono ancora oggi un testo prezioso in quanto unica traccia esistente sulla lingua parlata nei primi decenni successivi all’unificazione nei centri appena menzionati.

In verità D’Ovidio intendeva studiare e descrivere i dialetti parlati nel Sannio, nei tre Abruzzi e nell’Ascolano, e cominciò con l’approfondire il molisano, prendendo le mosse da quello parlato nella sua città nativa. Il risultato dello studio fu il saggio Fonetica del dialetto di Campobasso, che, pubblicato nel 1878, tre anni dopo la versione della novella boccacciana, sulla prestigiosa rivista fondata da G. Ascoli, l’ “Archivio glottologico italiano”, venne a essere il primo studio sistematico di un dialetto che mancava di documenti scritti e di sussidi storici – come ammetteva egli stesso – divenendo una pietra miliare della dialettologia scientifica e della storia della lingua, un punto di riferimento imprescindibile per chiunque volesse ricostruire con metodo una tradizione linguistica.

Nella cultura nazionale sono questi gli anni in cui in concomitanza con la filologia linguistica si sviluppa la grande filologia demologica di orientamento positivistico: dal piemontese Costantino Nigra al siciliano Giuseppe Pitrè si raccolgono e si studiano le canzoni, le poesie, le fiabe, i proverbi; fioriscono le riviste demologiche.

Il Molise è in contatto diretto e vivace con tutto questo, come dicono il progetto (1884) di una Biblioteca delle tradizioni popolari molisane di Enrico Melillo (1858-1936) ed Emilio Pittarelli (1863-1935), i saggi sulle tradizioni popolari di Campochiaro del giovanissimo Luigi D’Amato (1874-1951), le ninne-nanne di Frosolone raccolte da Nunzia Mancini Fruscella nel volume Perle nostrane (1885), gli oroscopi amorosi e i giochi infantili a sfondo amoroso curati da Nicola Maria Fruscella e pubblicati con il titolo Giochi d’amore. Saggio di uno studio sopra usi e costumi molisani (1886), la breve monografia su Agnone di Odoardo Ciani (La città di Agnone e la sua cronistoria, 1888), che è la prima ad accogliere la trascrizione di due leggende e di cinque canti popolari tradotti dal dialetto agnonese.

Se l’interesse per la demologia emerge nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, il vero risveglio si manifesta nel nuovo secolo, e i suoi frutti matureranno fin oltre il periodo fascista. Esso è testimoniato dalla produzione nel campo della poesia dialettale, nel settore degli studi dialettologici, nelle raccolte e negli studi sulle tradizioni, sui canti popolari e il folclore.

Questo accade perché “il primo quindicennio del Novecento è segnato da un consistente prolungamento della cultura positivistica che, innestatasi sulla tradizione illuministica e storico-erudita, aveva fortemente condizionato la cultura del secondo Ottocento molisano”.

A questo si aggiunga, intorno agli anni venti del Novecento, la spinta data dalla Riforma Gentile (il cui estensore fu il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice) alla valorizzazione delle tradizioni locali e delle diversità linguistico- culturali che furono veicolate dai “manualetti dialettali”, libretti pensati per le scuole elementari fondati sull’apprendimento dell’italiano partendo dalla lingua materna. Si spiega anche con l’orientamento impresso da tali direttive scolastiche il fervore di molti operatori scolastici nel sollecitare la raccolta di canti e tradizioni popolari: un nome per tutti, quello di Eugenio Cirese, la cui opera in ambito etno-demo-antropologico si proietta lungo tutta la prima metà del Novecento.

Studi pionieristici, come il Vocabolario del dialetto agnonese (1893) del medico Giuseppe Cremonese, il Dialetto di Agnone. La fonetica e la flessione (1910) del linguista Giovanni Ziccardi, sono affiancati e seguiti da raccolte storico-etnofolkloriche.

Berengario Galileo Amorosa , storico, intellettuale, uomo di scuola, dà alle stampe la monumentale monografia su Riccia nella storia e nel folk-lore (1903), opera in cui, tenendo presente “l’inusuale accostamento fra ricostruzione diacronica delle vicende, focalizzazione delle attenzioni sui personaggi illustri, presentazione autonoma di materiali demologici” proposti dal Ciani, assegna alla demologia capitoli specifici sulle tradizioni popolari del paese, divenendo di fatto “un grande portatore di folklore nella cultura scritta” .

(Foto: Francesco D’Ovidio)

di Rita Frattolillo – fb

 

lì 27 Febbraio 2026

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