• 02/02/2026

La declassazione dei dialetti/5

di Rita Frattolillo – fb – 

A proposito della rivalutazione delle lingue locali

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Malgrado la buona fioritura della letteratura poetica dialettale nei primi tre decenni del Novecento e la produzione di lavori anche di spessore, essa è rimasta per lo più circoscritta all’interno della regione, non riuscendo a oltrepassarne gli angusti confini. Se si considera nel suo svolgimento diacronico, la Storia della letteratura poetica dialettale trova un momento di sintesi nella figura di Eugenio Cirese [Fossalto,1884 – Rieti,1955].  Eugenio Cirese ha intrecciato l’impegno nella scuola, in qualità di insegnante, direttore didattico e ispettore, con l’attività di poeta e narratore, oltre che di «studioso, partecipe e animatore di vita culturale» (A. M. Cirese).

Fine dicitore e oratore efficace, contribuisce alla diffusione del dialetto molisano fuori regione. Nel 1932 pubblica Rugiade, ultima raccolta di versi prima della seconda guerra mondiale, comprendente anche poesie già edite. Essa segna uno stacco, perché il lavoro poetico si interrompe, nelle carte fino al ’43, e nelle stampe fino al 1949 51. Intanto è promosso primo ispettore, e nel ’37 è assegnato a Campobasso, dove pubblica, due anni dopo, Tempo d’allora (raccontini in dialetto e proverbi). Trasferito nel ’40 a Rieti, vi rimane in servizio fino al ’52, anno del congedo. Gli interessi demologici generano i Canti popolari della provincia di Rieti (1945), I canti popolari del Molise (1953), e la rivista di storia e letteratura popolare La Lapa (1953 55). Nel ’51 pubblica la raccolta di poesie Lucecabelle (1951). Dopo Lucecabelle intensifica il lavoro poetico, configura una nuova raccolta, Nuove poesie (nel postumo Poesie molisane, 1955), ma sopraggiunge la morte, l’8 febbraio 1955.  È stato e rimane pietra miliare e punto di riferimento, oltre che per l’esemplare organicità della sua vicenda poetica, per il fondamentale ruolo di trait-d’union da lui svolto tra quella fertile fase e il secondo dopoguerra, fino allo scadere del Novecento.

Nel 1915  Cirese aveva pubblicato un poemetto in ottave, Ru cantone della fata, che testimonia gli stretti rapporti  con i protagonisti della cultura molisana; infatti il geniale fotografo Alfredo Trombetta realizza le illustrazioni del testo poetico, mostrando una eccezionale perizia e sensibilità (xilografie di Armando Cermignani) mentre la Prefazione è affidata a  Nicola Scarano), che se da una parte conferma la volontà di “fondare” la poesia dialettale sul substrato della “materia” popolare (in questo caso  è una leggenda che aleggia nella memoria collettiva della gente di Castropignano), legittimandola a livello letterario, dall’altra testimonia l’inclinazione dell’autore verso la ricerca, una ricerca rigorosa, che lo porterà ad attraversare tutti i momenti della poesia dialettale molisana fino agli esiti più alti.  Lucecabelle (1951)decreta, nel secondo dopoguerra, la fine di un “uso strettamente vernacolare del dialetto”, ormai superato, a vantaggio della “poesia in dialetto”, che, pur legata al mondo popolare, da cui trae la sua specificità, si caratterizza per una spiccata ricerca di raffinatezza espressiva, maggior cura sul piano stilistico e non disdegna “calchi o trasposizioni di forme dialettali dall’italiano” (Luigi Biscardi, La letteratura dialettale molisana tra restauro e invenzione, Isernia, Marinelli, 1983). È il momento più alto, e questa sua produzione, oltre a rappresentare una sintesi tra melodia e poesia, riflette l’incontro del poeta con la grande poesia in lingua del Novecento italiano (ermetismo) ed europeo (simbolismo francese). La silloge, che comprende quattro sezioni, è caratterizzata dal controllo assoluto della “tecnica” poetica, da un suo modo musicale di comporre versi [V.Lombardi,  La dimensione sonora nella poesia di Eugenio Cirese, in Com’a fiore de miéntra,  a c. di Idem, Roma, Squilibri, 2009, p. 45] e soprattutto dal superamento dell’impronta realistica tradizionale: un dato come la fatìa interminabile del contadino è “assunto e trasceso in una desolata metafora della condizione umana”  (L.Biscardi).

Da una poesia come ’N eterne traspare la pena virile di un sentire universalmente addolorato. Dopo Lucecabelle, il poeta intensifica il lavoro e nel ’54 configura una nuova raccolta intitolata Nuove poesie che non vede neppure in bozze; uscirà postuma, nell’agosto ’55, curata da A. Mario e F. Ulivi, e lo farà conoscere definitivamente fuori dai confini regionali.  In esse ritorna, con una scrittura limpida ed evocativa, all’atmosfera assorta che gli è congeniale, dove la favola – è stato osservato – affiora da un sottofondo tenero e accorato, e le immagini sono un lampo che si dissolve in un’eco suggestiva.

Nel frattempo, si sono affacciate sulla scena nuove voci, anzitutto quella di Giovanni Cerri,e poi  Giuseppe Delli Quadri, Camillo Carlomagno, Emilio Spensieri, Sabino D’Acunto, Sergio Emanuele Labanca,  Carlo Cappella, Dante Valentini, Valentino Nero, Giuseppe Jovine, a segnare altre tappe nel percorso della letteratura dialettale, che denotano la vitalità  della musa e l’intreccio tra fedeltà antropologica alle radici  e un  impegno artistico che si estrinseca in rielaborazioni personali variamente persuasive.
(Foto: copertina de Le Poesie Lucecabelle)

di Rita Frattolillo – fb

 

lì 1 Febbraio 2026

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