• 02/07/2026

Intorno all’ottantesimo della nostra Repubblica

di Rita Frattolillo –

“I miei ricordi di allora”

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Io sono del giugno 1945, per cui quando è nata la nostra Repubblica avevo un anno. I ricordi di quel periodo sono legati alla scuola materna retta dalle suore, a cui mia madre, che era maestra delle elementari, dovette affidare ben presto me e mia sorella Angela, più grande di due anni. Di allora ricordo la vetrina dei giocattoli ermeticamente chiusa, la farina lattea e la dura marmellata di prugne del Piano Marshall.

Noi due avevamo accesso ai piani alti “per buona condotta” come aiutanti cuoche. Aiutavamo la dolce suor Agnese a preparare le ostie, e quelle che si rompevano finivano nelle nostre bocche golose, mentre, a ora di pranzo, molto fiere nei nostri grembiulini di plastica a fantasia servivamo la minestra nelle scodelle dei nostri compagni. Il pomeriggio, quando scoccava l’ora di uscita, tutti in fila per la rassegna della ruvida e brontolona suor Teresa, che, armata di pettine inumidito nel bacile, lisciava a ognuna la frangia, e ai maschietti il ciuffo. Da subito, le nostre compagne si meravigliarono nel sentirmi chiamare; Rita? che nome è? In effetti non era comune, nel paesone agricolo in cui la mia famiglia era riparata dopo i bombardamenti subiti a Napoli, dove mio padre insegnava al Liceo Garibaldi; quel nome era inusuale per il paese e per la tradizione familiare.

Una volta a casa, corsi da mio padre, il quale, dopo essersi scambiato un eloquente sguardo con la mamma, mi spiegò ogni cosa.

Disse che dopo l’8 settembre 1943, con l’Italia allo sbando totale, lui, mamma e Angela di pochi mesi erano sfollati e si erano nascosti in una piccola masseria tra i boschi del Casertano. Presto si unì ai partigiani che combattevano contro i tedeschi sui monti tifatini, ed erano scontri e rastrellamenti continui.

Un giorno, alla macchia con altri, dopo un’incursione, sentendo arrivare un altro gruppo di “crucchi”, ed essendo rimasto a corto di munizioni, riparò in un grande fosso, insieme ad un certo Attilio, dietro a un folto cespuglio di rovi.

Cominciò a piovere a dirotto, il fosso si riempì di acqua gelida e sporca, loro due stavano accucciati, le ore passavano, i tedeschi continuavano la caccia gridando ordini tra loro. A un certo punto Attilio non resistette oltre, e volle andarsene. Invano mio padre cercò di trattenerlo, ma quello gli mise in mano un santino di Santa Rita, la santa dei casi impossibili, con queste parole: “Professó, pigliatevi questo, io me ne vado, vi lascio il cappotto, voi appendetelo, dopo.

Se sarò vivo tornerò a pigliarlo”.

Dopo altro tempo all’addiaccio, a mio padre sembrò arrivato il momento buono per venire fuori da quel fosso, e lasciò il cappotto lacero e sudicio appeso ai rami spinosi; quando ripassò, dopo giorni, il cappotto era ancora lì…

Del dopoguerra mi è rimasta l’atmosfera cupa trasmessami soprattutto dai racconti di mia madre.

Anzitutto il suo terrore provato in quella masseria: il buio della sera che scendeva sugli alberi, il verso del gufo, l’urlo lontano e lacerante delle sirene mentre la montagna bruciava sotto le bombe incendiarie, l’attesa logorante del rientro di mio padre dopo gli scontri su in montagna.

Molto dopo, in paese, pur se poco avvezza ai lavori domestici, lei dovette imparare alla svelta ad impastare pasta e pane, cucire, rammendare, tingere le lenzuola per poi tagliarci i vestitini, recuperare di tutto e imparare ad usare tutto; la notte mentre noi due dormivamo, lei e mio padre andavano a coltivare un terreno di loro proprietà per sfamarci; lui con la pallottola in canna.

Di quel giugno 1946 mi è rimasta la certezza sul voto che i miei genitori avevano espresso nella cabina elettorale, sentendoli affrontare quell’argomento quando ero più grandicella.

La maggioranza degli abitanti del paese in cui abitavamo allora, come quasi tutto il Sud, votò per il “re di maggio”, il giovane ed elegante Umberto II, che il popolo napoletano adorava, ma i miei non ebbero dubbi: Repubblica.

A distanza di anni mia madre ricordava che anche quel giugno l’ispettore decise di recarsi nelle scuole per controllare l’adempimento del programma annuale, dimenticando che in quei giorni le aule erano pressoché deserte, in quanto i genitori, per lo più agricoltori, avevano “requisito” i figli perché avevano bisogno di braccia per i lavori nei campi. Considerato che ogni aula conteneva, stipati ovunque, una media di sessanta-ottanta ragazzini, quasi tutti maschi, era comprensibile e giustificato il timore delle maestre, che rischiavano di vedere svanire la fatica di un intero anno scolastico per via dei banchi vuoti. Con il risultato di una qualifica negativa, e la perdita del posto, per le maestre!

Quando riandava a quei giorni che hanno tracciato la conquista dei nostri diritti, mia madre diventava la ragazza di allora, euforica, gli occhi le brillavano: per la prima volta era entrata in un seggio per votare, ne aveva il diritto, anche di eleggere l’Assemblea costituente.

E si era impegnata a convincere le madri dei suoi alunni ad andare a votare, a esprimersi liberamente, in un’epoca in cui tutte, indistintamente, erano sottomesse a mariti e padri .

Finalmente, almeno lì dentro, nel chiuso della cabina elettorale, la loro voce aveva lo stesso peso di quella dei maschi.

Quel voto era un diritto costato lacrime e sangue, eppure gli uomini ci andavano giù pesanti, in quei giorni, mettendo davanti l’ignoranza delle “femmine”, capaci solo di fare figli e badare alla casa. Ignoravano – preferivano ignorare- che già la grande guerra era stata un eccezionale banco di prova per il coraggio e la determinazione dimostrate dal gentil sesso, e ancora di più lo era stata la seconda guerra mondiale, per la convinta, attiva partecipazione femminile in tutti gli ambiti, dall’assistenza ai feriti (sui campi di battaglia come nelle retrovie) al lavoro nelle fabbriche e nelle campagne, allo spionaggio, alla resistenza attuata in tutte le sue forme, in montagna come in città. Donne che “con la guerra partigiana avevano scelto di non essere più preda e bottino degli eserciti, e avevano sovvertito quel destino di inferiorità gerarchica”- ha scritto Michela Ponzani, destino che le aveva ridotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.

Donne resistenti che avevano scelto la tortura e la morte pur di non tradire i compagni.

Molti di quei denigratori si facevano forti delle parole dell’ideologo fascista Ferdinando Loffredo, il quale già nel 1938 aveva scritto:

«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia.»

In famiglia e fuori volavano frasi del tipo: Che ne vuoi sapere, tu, che sei una femmina?

L’idea di subordinazione e obbedienza delle “femmine” era comunemente accettata. E se sotto il regime fascista esse non erano state escluse dalla vita pubblica, è pur vero che non raggiunsero mai ruoli apicali.

Nel campo dell’Istruzione, poi, il Regio Decreto firmato già nel 1926 dal filosofo e ministro Giovanni Gentile, aveva escluso le donne dai concorsi per le cattedre di latino, greco, lettere, storie e filosofia nei licei, italiano e storia negli istituti tecnici. Due anni dopo, fu impedito l’accesso alla presidenza delle scuole medie e superiori.

L’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso mansioni domestiche, celebrate senza sosta dai cinegiornali “Luce”. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse raggiunto l’università, trovava un clima decisamente antifemminista. La canzone più in voga tra i camerati del GUF recitava: “Noi non vogliamo donne all’università, ma le vogliamo nude sul sofà”, ed era opinione comune che la donna è “complemento dell’uomo, come il turacciolo della bottiglia”.

Mia madre, che se n’è andata nel 2000, mentre da un lato aborriva quelle discriminazioni, dall’altra si esaltava nel constatare quanta strada le donne avessero fatto in tutti i campi, passo dopo passo, tra mille difficoltà, pur se nel 1968 esisteva ancora il reato di adulterio femminile, pur se per avere la prima ministra (Tina Anselmi), s’è dovuto aspettare fino al 1976, e pur se raramente si è riconosciuto con obiettività il contributo dato dal mondo femminile alla crescita del Paese in tutti i settori. Diritti – ha sempre sottolineato mia madre finché è vissuta – che, siccome non sono piovuti giù dal cielo, occorre continuare a difendere con forza.

Il Mattarella day

Questo 2 giugno 2026 è stato “un’indimenticabile giornata particolare, un Mattarella Day da fare le corna ai fautori del cosiddetto Premierato”- ha sottolineato il giornalista Giuseppe Tabasso su “Primonumero” – specificando che “uno degli aspetti più esaltanti è stato quello delle conquiste femminili raccontate a buon diritto da Paola Cortellesi in apertura di una serata speciale tra un fiume di like.”

Alle parole di Tabasso unisco il mio plauso per la bella lezione di storia e cittadinanza offerta dalla brava regista e attrice romana, e aggiungo che in città piccole e grandi associazioni come l’ANPI e la CGL hanno organizzato incontri pubblici centrati su alcune delle 21(un numero irrisorio, se confrontato con il totale dei 556 deputati) Madri Costituenti, di cui solo 5 deputate entrarono nella Commissione dei 75, quella incaricata di redigere la Carta Costituzionale.

Anche il Comune di Campobasso ha fatto lo stesso, omaggiando, doverosamente, alcune di loro, come Nilde Iotti, Teresa Mattei.

Le quali Madri Costituenti sono sicura che stavano in ottima compagnia con una grande campobassana, Rosa Fazio Longo (1913-2004), che quindi desidero ricordare.

Perché la Fazio è stata l’unica molisana che con decisione ha imboccato la strada dell’emancipazione femminile ben prima della Liberazione, proseguendo poi in qualità di segretaria generale dell’UDI (Unione Donne Italiane). Partecipò, con Nilde Iotti, Giuliana Nenni, Laura Lombardo Radice e altre grandi attiviste, all’azione che portò alla definizione dei principi di uguaglianza contenuti nella nostra Costituzione, a cominciare dall’estensione del voto alle donne. Sussisteva infatti un paradosso incredibile: gli uomini, pure se analfabeti, potevano votare, mentre le donne, pure se laureate, no.

Quindi, insieme alle undici donne dell’UDI elette all’Assemblea costituente, anche se non fu membro di quell’Assemblea, Rosa Fazio svolse un’intensa opera di sensibilizzazione presso i rappresentanti politici dell’epoca, affinché venissero superate norme e concezioni che rendevano la donna succube prima del padre, e poi del marito, al punto di perdere persino il diritto sui figli, o quello di amministrare i propri beni dotali.

Rosa Fazio, che fu eletta al Parlamento nel 1948 alle prime elezioni politiche della Repubblica, puntò in tale veste a risolvere i problemi legati alla scuola, alla maternità, al lavoro, al diritto di famiglia focalizzato fino ad allora, come si è accennato, sulla patria potestà.

Rappresentò- con altri- la nostra Repubblica in Cina e in Russia, portò ovunque le sue esperienze politiche come esponente della Federazione Mondiale Donne.

Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con chiarezza quanto velocemente ogni diritto conquistato ottant’anni fa e in seguito può essere cancellato, e ci ricorda che la democrazia non è qualcosa di scontato. Ogni libertà, ogni diritto, esistono perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderli. Sacrosanta verità su cui vale la pena soffermarsi, ogni tanto.

Chiudo perciò con le parole di Giuseppe Tabasso: “ Rosa Fazio si rivolterebbe nella tomba a sapere che, brrr, l’attuale governo molisano è composto da soli uomini (e di destra)”. Vedi meno

di Rita Frattolillo – fb

lì 2 Luglio 2026

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