• 27/05/2026

Il dialetto

di Rita Frattolillo – fb –

Eugenio Cirese e P.P. Pasolini

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«Avevo sempre pensato di odiare mio padre ma di recente (…) mi sono accorto che, in fondo, gran parte della mia vita erotica ed emozionale non dipende da odio contro di lui, ma da amore per lui, un amore che mi portavo dentro fin da quando avevo circa un anno e mezzo (…). Mio padre è morto nel 1959, dopo aver fatto la guerra e la prigionia in Kenia. Gli ho dedicato un libro di versi che avevo scritto nel 1942, in dialetto friulano. Il friulano è il dialetto di mia madre, e naturalmente mio padre era contrario a che lo si usasse, sia come italiano “centrale” che di conseguenza, in modo più o meno razzista, considerava inferiore qualsiasi cosa provenisse dalla periferia del Paese e avesse a che fare coi dialetti, sia anche come fascista (anche perché il fascismo era ostile per ragioni ideologiche ai dialetti in quanto costituivano una forma di vita reale che voleva nascondere). Perciò è stato un gesto veramente audace da parte mia dedicargli quel libro di versi.»

In questa risposta a John Halliday P.P.Pasolini si riferisce alla raccolta di versi “Poesie a Casarsa” (1942). Tradotti da lui stesso in italiano, saranno pubblicati, con il titolo “La meglio gioventù”, (1954), e dicono molto sul suo amore per la terra friulana, un territorio dove si parlavano tre lingue: il friulano, il veneto, e infine l’italiano. Ma se il padre Carlo Alberto impediva in casa l’uso del dialetto, dove lo apprendeva Pier Paolo? Sentiva il friulano soltanto in bocca ai contadini di Casarsa, paese in cui la famiglia Pasolini trascorreva le estati. E lo imparò dopo aver cominciato a scrivere poesie in dialetto, intorno ai diciassette anni. Fu allora che si rese conto «di essere approdato a qualcosa di vivo, di reale, ciò che ebbe l’effetto di un boomerang ».[“ Scritti Corsari”, Ed. Garzanti, 1973, Cap. 1. Il background pasoliniano. Intervista con John Halliday].

Con scritti, riflessioni e analisi che hanno riguardato il Friuli e altri territori italiani, Pasolini si è speso molto per far comprendere il valore dei dialetti. Infatti si era persuaso che essi fossero lingue incontaminate rispetto alla letteratura nazionale e alla vita borghese; nei suoi versi cercò di mettere in luce il significato originario, arcaico della parola non scritta, che egli considerava patrimonio autentico in cui una comunità di parlanti si riconosce. Fin dal1943 si era iscritto con entusiasmo alla nascente Academiuta di lenga furlana, la quale rivendicava l’uso letterario del friulano casarsese contro l’egemonia dell’udinese. L’appartenenza all’Academiuta non fu estranea agli studi che egli fece nel corso degli anni sulla poesia popolare e dialettale in Italia, studio che gli fornì gli strumenti linguistici per impadronirsi, tra l’altro, delle possibilità espressive del friulano. “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà, scrisse nel saggio “Dialetto e poesia popolare” (1951).

Sull’onda di questo convincimento e degli studi sui dialetti della Penisola, lui, che era nato nel 1922, contattò il nostro Eugenio Cirese (Fossalto, 1884- Rieti, 1955), ormai anziano. Direttore didattico, poeta e narratore, vissuto sempre fuori dal Molise per lavoro, Cirese tenne a intrecciare rapporti con gli uomini migliori della sua Terra, come F.D’Ovidio, N.Scarano, A.Trombetta, M.Romano, e si batté sulle grandi tematiche di politica scolastica, contro l’analfabetismo, a favore dell’edilizia scolastica. Comincia a scrivere in dialetto (“Sciure di fratta”, “Canti popolari e sonetti in dialetto molisano”), convinto della forza del sentimento e della spontaneità d’espressione del dialetto molisano. Si cruccia per la trascrizione dei lemmi, chiede assistenza al letterato e filologo Francesco D’Ovidio; la trascrizione delle vocali finali – generalmente mute o semimute – gli danno problemi, crea una sorta di Koiné che avrebbe dovuto abbracciare la maggior parte delle parlate locali molisane, tiene conferenze e partecipa a congressi in tutta Italia per diffondere il valore dei dialetti. Tra una pubblicazione e l’altra, e dopo una breve permanenza a Campobasso, Cirese viene trasferito a Rieti; qui l’interesse per il mondo popolare genera due raccolte: “Canti popolari della Provincia di Rieti”(1945), prima indagine per un’area poco documentata; “Premessa ai Canti popolari del Molise con saggi sulle colonie albanesi e slave” (1953). Sono proprio queste raccolte di canti popolari ad essere apprezzate da PPPasolini , che, sempre aperto a più vasti orizzonti, intesse un dialogo con lui, arrivando a stabilire, nelle sue opere, un parallelo tra i digiacomiani a Napoli e l’opera di Cirese per il Molise, in quanto, a suo parere, la loro produzione è permeata da una profonda “mistica regionale”. La pubblicazione di “Lucecabelle” (1951), una raccolta che raggiunge esiti così alti da annullare i confini tra la poesia in dialetto e in lingua, fa conoscere definitivamente Cirese fuori dai confini regionali e lo fa entrare meritatamente nella Storia letteraria del Novecento come “la voce poetica che ha ricondotto il dialetto ad una sua originaria e mitica purezza” (L.Biscardi). Tra le belle pagine critiche dei maggiori uomini di cultura a “Lucecabelle”, ci sono quelle di Pasolini, che, in occasione del suo “ Canzoniere italiano” (1953), gli scrive: “…mi sarà utilissimo, benché lei si preoccupi di affermate la mancata perfezione”. I due intellettuali avevano in comune, oltre all’amore per la propria Terra (Cirese vorrà essere sepolto a Castropignano), l’esplorazione del rapporto tra lingua dialettale e poesia popolare. Consideravano il dialetto come una forma di lingua espressiva, capace di rappresentare la realtà in maniera genuina e diretta, essendo radicato nella cultura e nella storia di una comunità rispetto alla lingua nazionale, che a Pasolini appariva consunta e contaminata.

Del rapporto di lavoro e di interesse letterario e critico tra i due uomini troviamo traccia nella rivista di storia e letteratura popolare “La Lapa” (1953-1955) di Eugenio e Alberto Mario Cirese, nella quale compaiono due contributi di Pasolini. Ne parlo brevemente. Il primo contributo (Anno II-1954, p. 67) è di analisi estetica e riguarda “Una scelta tra due varianti” di canzoni in dialetto del Monferrato i cui fonemi sono assolutamente consanguinei, mentre il secondo, “Poeti dialettali e Canto Popolare”(Anno II, 1954, p. 93) contiene le domande preparate da Pasolini destinate a vari poeti dialettali, le cui risposte sono pubblicate nella rivista stessa. Rivista che si interrompe dopo la morte di Eugenio Cirese ( 8 febbraio 1955), e il terzo e ultimo numero sarà curato interamente dal figlio Alberto Mario. Il quale accettò di ereditare dal padre Eugenio una parte di storia e cultura del Molise, quelle “cose” di cui si era lungamente occupato, contribuendo a costruire l’identità regionale. E, per scegliere gli studi di etnoantropologia, Luigi Alberto rifiutò con forza di diventare deputato.

In questo mese di novembre, cinquantenario dell’efferato assassinio di Pasolini (il corpo martoriato fu rinvenuto il mattino del 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia) su cui attendiamo ancora che venga fatta luce, “l’eretico corsaro” è stato doverosamente omaggiato con convegni, cenacoli, ricordi e commemorazioni sulla stampa. E tuttavia la sua produzione, proprio perché gigantesca – in quanto spazia in ogni direzione, dal teatro al cinema, alla sceneggiatura, alla narrativa, alla politica, alla critica, al giornalismo – non ha consentito ai vari esegeti di mettere a fuoco questo aspetto particolare e molto significativo del suo marcato interesse per la vita reale, distante dalle accademie. Un aspetto che evidenzia l’amore di Pasolini per l’Italia popolare, quella che ha raccontato nei suoi romanzi, come “Accattone”, “Mamma Roma”, “Ragazzi di vita”. Un uomo che intendeva il suo ruolo di intellettuale in maniera totale, e fu messo a tacere per sempre. Ma le parole scritte, coraggiose e veritiere, sono lì, e occorre continuare a leggerle anche perché lui ha guardato dove nessuno ha voluto guardare, ha visto ciò che altri hanno voluto ignorare, e quelle parole ci rivelano tanto del nostro presente così complicato.

di Rita Frattolillo – fb

 

lì 27 Maggio 2026

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