Giose Rimanelli
di Rita Frattolillo – fb –
Rita Frattolillo: in occasione dei cento anni dalla nascita del poeta originario di Casacalenda
Sfogliare la rivista semestrale di letteratura «Misure critiche» (edizioni Buonaiuto, nuova serie, anno XXII, nm. 1-2, 2023) diretta da Sebastiano Martelli è come fare un viaggio nel tempo e nello spazio, attraversare i secoli e buona parte del nostro Paese, con qualche puntata all’estero.
Sebastiano Martelli: Dall’Ur-Testo (1945-1947) a Familia. Giose Rimanelli tra autobiografia e immaginario
Di Giose Rimanelli (1925-2017), uomo di due patrie, tre lingue, un cuore sempre inquieto, che lo ha fatto viaggiare e scrivere da nomade perenne alla ricerca di un’àncora di salvezza, si occupa in questo corposo, intenso saggio S. Martelli.
Analizzando i tempi diversi della ricca e diversificata produzione dello scrittore italo-americano considerata nei contesti in cui è stata generata, Martelli tiene ben presenti specialmente tre aspetti: in che modo si è mescolato l’elemento immaginario con quello autobiografico, a partire dai tre romanzi degli anni Cinquanta, Tiro al piccione, Peccato originale, Una posizione sociale; se e come è mutato il peso tra loro; il riflesso, nelle opere, della forte sensibilità dello scrittore, conscio del momento storico e della realtà del territorio in cui egli via via si trova e agisce.
Basandosi su una mole di documenti anche inediti e sul brogliaccio – caotico, magmatico, con date apposte successivamente – delle prime stesure dei tre romanzi e di altri scritti, Martelli effettua confronti tra le date effettive, quelle apposte sui manoscritti, e le stesure successive dei testi, ed è riuscito, con incredibile pazienza certosina, a ricostruire i vari “strati” della scrittura rimanelliana e nello stesso tempo a evidenziare l’incessante intervento sulla lingua, sull’immaginario e sulla struttura delle opere, prodotto nell’animo labirintico e mai placato dello scrittore nelle diverse stagioni della sua vita dalle emigrazioni e dai ritorni. Martelli fa rivivere con dense pennellate gli ambienti successivi che hanno agito – tutti, e fortemente – sull’ispirazione dello scrittore, del quale quest’anno cadono i cento anni dalla nascita. Una vera odissea è stata la riscrittura e la pubblicazione del romanzo Tiro al piccione, il cui manoscritto passava da un redattore della Einaudi all’altro per una serie di ragioni illustrate puntualmente dallo studioso di Roccamandolfi. Alla fine, sfrondato, “alleggerito”e prosciugato, grazie ai suggerimenti di F. Jovine, il libro viene pubblicato, ma dalla Mondadori. Il confronto tra le diverse stesure del romanzo, effettuato da Martelli, evidenzia lo scarto tra quella manoscritta e l’altra, edita, per il notevole lavoro sul linguaggio, per le invenzioni e per i ripensamenti su fatti e personaggi, pur rimanendo prioritaria la genesi narrativa autobiografica.
Genesi non rispettata da Giuliano Montaldo, regista del film Tiro al piccione, 1961, quando decise per il protagonista l’opzione di farne un repubblichino, quando in realtà fu la spinta ossessiva a fuggire dal paese a far montare il giovane Rimanelli su un camion tedesco di passaggio.
La storia del romanzo Peccato originale, iniziato nel 1947, è scritta in terza persona, ed è collocata nell’ambiente nativo dello scrittore, quando gli abitanti del Sud, segnati da secoli di povertà, invasioni, pandemie, e sopraffatti dalla crisi postbellica, prendono la via delle Americhe. Anche la famiglia Vietri prova a partire, ma sembra proprio che emigrare sia una disgrazia, e tanti eventi luttuosi si succedono, finché a partire sarà solo la vedova con le due figlie. Martelli evidenzia che diversi episodi del romanzo ricalcano fatti avvenuti nella famiglia Rimanelli, come l’emigrazione verso l’America della madre canadese dello scrittore, sulla cui morte in una casa di riposo canadese, egli scriverà versi e pagine struggenti.
Tra il 1947 e il ’49 Giose è a Roma, dove si mantiene redigendo tesi di laurea, vivendo di fatto nelle biblioteche romane. È l’occasione per acculturarsi, ed egli inizia a divorare un numero indefinito di libri, saggi, articoli, si avvicina alle letterature europea e americana, dal momento che comprende l’inglese e il francese. Scopre gli scrittori americani, gli studi etnologici, studia i francesi, poi passa ai vari generi musicali.
“All’altezza degli anni 1957-58 Rimanelli ha ormai introiettato -scrive Martelli -una scaltrita filiera di modelli narrativi”, non solo europei. La vicinanza a certi generi musicali risuona- come una singolare partitura musicale- nel romanzo Una posizione sociale, che, primo caso in Italia, aveva come allegato un 33 giri di musiche jazz composte dall’autore, genere che egli praticava, insieme alla pittura.
In America dal 1960, lo scrittore è protagonista di una transizione «radicale», scrive Martelli. Mentre nella esplosiva società americana si incrociano le contaminazioni e gli sconfinamenti tra musica pittura cinema teatro letteratura, Rimanelli, che ora si avvia a una fortunata carriera accademica, si incunea completamente nella nuova realtà, mentre i suoi frammenti autobiografici vanno al contempo perdendo le connessioni realistiche.
Alla ricerca di una nuova scrittura nella “nuova” lingua, fa i conti con una diversa modernità, con un altro universo che lo attrae e lo coinvolge.
Impegnato a inserirsi nella società americana, a costruirsi il suo percorso di docente universitario, quindi consapevole del delicato compito di trasmettere cultura ai giovani, Rimanelli matura un afflato profondo che lo lega tenacemente agli States, vive i sommovimenti, le crisi politiche e sociali di quegli anni, gli assassinii politici.
In più, riemerge dai precordi il sentimento di una terra americana aperta e promettente che la madre canadese gli aveva fatto vagheggiare quando era bambino.
Negli anni Sessanta-Settanta si aggrappa a uno sperimentalismo totale, a una pratica scrittoria continua, ossessiva, su cui Martelli scrive pagine indelebili per l‘eccezionale – e capillare- ricognizione della “caverna laboratorio e della Macchina paranoica, pagine che invito caldamente a leggere perché davvero imperdibili.
Risultato dell’impressionante accumulo di scrittura di poesie, prosa, teatro, collage di vario genere, è l’intreccio inestricabile tra vero e invenzione, ma anche l’immissione della dialettica autobiografia/immaginario in nuovi percorsi del linguaggio.
Sincopato destrutturato frantumato.
La rottura con la tradizione e con la società letteraria italiana, che è anche una risposta all’ “esilio” in America, è sancita tra l’altro dalla pubblicazione, nel 1959, di Il mestiere del furbo (nuova edizione del 2016 a cura di E.Ragni), in cui, con lo pseudonimo di A.G.Solari, Rimanelli aveva raccolto le sue recensioni sul panorama della narrativa italiana dal 1930 al 1959 scritte per il settimanale «Lo specchio».
Un panorama dai toni polemici e provocatori che gli procurò la rottura con gli ambienti letterari ed editoriali italiani.
Sempre preso dall’ossessione della scrittura, continua a sperimentare, a smontare e rimontare scritti precedenti, spesso rielabora testi da pubblicare modificando personaggi e vicende che escono da una versione per entrare in un’altra.
Intanto non è insensibile alla scrittura di Gide, alle teorie del Nouveau Roman e dell’Ecole du regard , e nemmeno a Conrad, Beckett, Nabokov e Joyce. Si interessa al filone dissacratorio della letteratura europea, non gli sfuggono gli autori del romanzo moderno, né innovatori come R. Queneau.
La sua “malattia di scrivere” si traduce in un fiume “che continua impetuosamente a scorrere”, mentre si accumulano i materiali più diversi, improntati a riferimenti letterari, visivi e sonori, uno sperimentalismo radicale e totale tra i più aperti e visionari i cui prodotti vengono in parte pubblicati. Tra essi, come, s’è accennato, il grande corpus della Macchina paranoica.
Ma l’officina letteraria dello scrittore non si ferma lì, e infatti nel 1968 esce Tragica America.
Un libro che ha trovato scarsa attenzione presso i critici, mentre secondo il giudizio di Martelli andrebbe accostato ai diari e ai reportages che alcuni scrittori italiani (Piovene, Calvino, Parise, Pasolini, Arbasino) hanno dedicato all’America, in seguito ai loro viaggi in quegli stessi anni Sessanta.
Nel 1996 Giose pubblica in Canada Detroit blues, romanzo in cui utilizza, rielaborandoli, scritti prelevati da altri suoi testi. La maggiore singolarità di Detroit blues è il plurilinguismo dell’autore, che lo fa riconoscere come scrittore italo-americano per quella categoria di lettori, in quanto il romanzo è costruito non soltanto mescolando, magari nella stessa frase, italiano e inglese, ma anche come recupero di forme gergali e dialettali, citazioni colte ed espressioni dello slang americano.
È quello che è stato definito «idioletto». Tale salto cronologico in avanti, agli anni Novanta, si spiega perché quando nella seconda metà degli anni Settanta Rimanelli inizia una nuova stagione in Italia, dove viene riscoperto come scrittore “espatriato”, e riedita Tiro al piccione (1991, Einaudi), egli ritrova, con le radici molisane, tutto intero il suo dialetto, compreso il suo ricco retaggio storico-sociale e antropologico. Riscopre una sua vitalità creativa a cui non sono estranei attraversamenti e contaminazioni tra le lingue e le culture che lo hanno plasmato. Nel ’78 realizza un diario sul suo viaggio in vespa attraverso la penisola, riprende i contatti con il Molise, ricomincia a pubblicare.
È emblematico, per marcare il ritorno alle radici, il volume Molise Molise (1979), che, se non è un romanzo autobiografico, per il fatto di essere un collage dei materiali risalenti addirittura al secondo dopoguerra, e di scritti eterogenei degli anni successivi, compresi quelli americani, tuttavia permette di ricostruire il tormentato percorso di vita, la insopprimibile vocazione letteraria dello scrittore, e, infine, di decifrare il presente, grazie ai pezzi aggiunti.
In questo presente c’è la riscoperta dell’umanità nelle persone della propria terra di Molise, e la ricomposizione del rapporto rancoroso con il padre, che lo aveva logorato per tutta la vita. Ora che è morto, Giose si può rivolgere alla sua ombra con le parole della lingua materna, perché sono quelle “giuste” e lui, il padre, le comprende.
Così la lingua di Casacalenda, anche nel momento dell’espressione del lutto, si fa ponte tra la vita e la morte e diventa canto, melisma, così come tramandato dalle civiltà precristiane fino al mondo contadino meridionale. Le opere rimanelliane degli ultimi anni del 1900 e dei primi del 2000 sono attraversate dalla memoria dell’emigrazione, e l’autobiografismo ritrova una sua forza. Anche la poesia dialettale prende pagine consistenti, e, sul piano squisitamente letterario, con l’incontro di due mondi (europeo e americano) e di due tempi (quello delle radici e quello americano), egli «realizza una vera scrittura interculturale».
“Scrittore di vocazione e professione”, per tutta la sua esistenza Giose Rimanelli ha dichiarato coi fatti, sempre e fermamente, la sua professione di fede: scrivere è l’unica possibilità di sopravvivenza.
di Rita Frattolillo – fb
lì 27 Novembre 2025

