L’Italia è un Repubblica democratica fondata sul lavoro, recita l’art. 1 della Costituzione, elevando il lavoro a paradigma fondamentale della dignità umana e della libertà di ciascun cittadino. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una progressiva erosione delle conquiste ottenute dal 1948 allo Statuto dei lavoratori, fino al colpo inferto dalla D. Lgsv n.23/2015 (cd. jobs act), che ha penalizzato soprattutto i più giovani nel momento cruciale del loro ingresso nel mercato del lavoro, privandoli di tutele. Ecco perché l’appuntamento dei prossimi 8 e 9 giugno è cruciale per la vita democratica di questo Paese e perché è fondamentale che i cittadini si esprimano e diventino il volano di un cambiamento che metta nuovamente al centro l’uomo e la sua dignità all’interno dei rapporti di produzione economica. Lo strumento del referendum non è uno strumento molto elegante per apportare modifiche al sistema legislativo, perché abroga una norma o parte di essa senza consentire alcuna correzione o aggiustamento. Resta comunque uno strumento insostituibile, in assenza della sensibilità e dell’intervento del Parlamento su un tema determinato, per consentire al popolo di esprimere la propria opinione. Il primo quesito referendario si propone di abrogare interamente il d. lgd 23/20215 nella parte in cui prevede di accordare al lavoratore, in ipotesi di licenziamento illegittimo, un’indennità economica fino a 36 mensilità anziché la reintegrazione nel posto di lavoro. La vittoria del ‘sì’ eliminerebbe il contratto a tutele crescenti che di fatto ha creato dei lavoratori di serie B rispetto a quelli assunti prima del marzo 2015, privi di dignità perché costantemente ricattabili di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro anche in caso di licenziamento illegittimo. Il secondo quesito interviene sulla tutela dei lavoratori assunti nelle imprese al di sotto dei quindici dipendenti, per i quali non si applica mai la reintegrazione nel posto di lavoro. La vittoria del ‘sì’ consentirebbe a questi lavoratori di ottenere un risarcimento maggiore, abrogando la norma che limita il danno risarcibile in una somma compresa tra le 2,5 e le sei mensilità, lasciando il giudice del lavoro libero di decidere un risarcimento congruo. Il terzo quesito interessa nuovamente la questione del precariato. Fino al 2010 il datore di lavoro era tenuto a specificare nel contratto la motivazione della scelta di assumere un lavoratore a tempo determinato anziché indeterminato (cd. causale). Per effetto delle riforme successive si è invece stabilito che un lavoratore può essere assunto senza causale per 12 mesi e che i contratti possono essere poi rinnovati con causale molto generiche. La vittoria dei ‘sì’ consentirebbe di tornare al precedente sistema di tutele, specificando la causale dall’inizio in maniera specifica, relegando nuovamente il contratto a tempo determinato ad eccezione, in un sistema che prevede il contratto a tempo indeterminato come forma comune del rapporto di lavoro. Il quarto quesito interviene sul tema cruciale della sicurezza sui luoghi di lavoro. L’attuale sistema normativo prevede che il committente, cioè l’azienda al vertice del ciclo produttivo, risponda in solido con l’appaltatore e subappaltatore per i danni subìti dai lavoratori non coperti da INAIL, mentre non è responsabile per i danni causati ai lavoratori derivanti dai rischi specifici dell’attività dell’appaltatore o subappaltatore. La vittoria del ‘sì’ consentirebbe di responsabilizzare sempre il committente per gli infortuni subìti dai dipendenti dell’appaltatore o subappaltatore, aumentando le tutele per i lavoratori e responsabilizzando il committente anche sul tema cruciale della prevenzione degli infortuni. L’appuntamento dell’8 e 9 prossimi si prospetta come cruciale per il futuro del nostro Paese e soprattutto dei più giovani. La sfida è ardua perché il nemico da battere è prima di tutto la sfiducia del popolo nell’attuale sistema politico, dominato dall’astensionismo. Eppure, la partecipazione di ciascuno è l’unico modo per invertire la tendenza e restituire dignità (e sovranità) ai cittadini, come previsto dalla Carta costituzionale, partendo da un diritto fondamentale, quale quello del lavoro. di Tina De Michele – Pietro D’Adamo (da lafonte.tv) |