• 01/10/2026

Campobasso e la sua storia

di Luca Di Toro – fb –

Quanto riportato nell’articolo nasce da una ricerca appassionata, non da una perizia tecnica

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~ LE DUE ANIME DELLA RIVOLTA ~
Le campane della Cattedrale, di San Giorgio, di San Bartolomeo. Hanno un suono che forse è lo stesso che avevano le vecchie campane. Le stesse che nel 1796 chiamarono il popolo alle armi. Le stesse che trasformarono una piazza in un campo di battaglia. Le stesse che fecero tremare un comandante, i suoi soldati, e forse anche il re.
Ma prima di arrivare a quella notte, bisogna capire da dove veniva quel suono. Da dove veniva quella rabbia.C’è una piazza in alto. È il loco Crucis, il quadrivio sommitale tra San Bartolomeo, Palazzo Japoce e Santa Croce del Battente. È il cuore economico e spirituale della città medievale. È il luogo dove si tiene il mercato, dove si contratta, dove si amministra la giustizia. Ed è il luogo dove, nel 1277, trentadue cittadini campobassani presentarono un celebre ricorso al re Carlo I d’Angiò contro il conte Roberto de Molisio, denunciandone i soprusi, le gabelle abusive e il monopolio sulle botteghe e sul mercato della città. Questo documento, noto come la Pancarta del 1277, rappresenta il primo atto ufficiale di resistenza e di affermazione dell’autonomia civica della comunità campobassana contro il potere feudale.C’è una piazza in basso. È la Piazza del Mercato, oggi Piazza Pepe. È il nuovo cuore commerciale della città, quello che nasce quando il baricentro si sposta dal colle alla pianura. È il luogo delle botteghe, dei fondaci, delle taverne. Ed è il luogo dove, nel 1796, il popolo di Campobasso insorge in armi contro le truppe regie.Due piazze. Due rivolte. Una città. E una campana che non smette mai di suonare.

~ UNA TRADIZIONE DI RESISTENZA ~

La sommossa del 23 novembre 1796 non fu un fulmine a ciel sereno. Una catena di ribellioni, di proteste, di rifiuto dei soprusi. Una catena che pochi conoscono, ma che racconta l’anima più vera di questa città.

1277, La Pancarta contro Roberto de Molisio. Trentadue cittadini campobassani ricorrono al re Carlo I d’Angiò. Denunziano i soprusi e il monopolio del conte sul mercato e sulle botteghe del loco Crucis. Il 13 novembre 1277, il giudice Giovanni Tamarello riconosce le ragioni della città. Libertà di fitto. Diritto di costruire logias. Trasparenza fiscale. Autonomia giudiziaria. È il primo atto di affermazione della civitas. Il primo vagito della Campobasso libera.

1496, I Privilegi di Carlo VIII. La comunità ottiene il diploma di Lione e la conferma delle franchigie municipali per la costante fedeltà dimostrata contro le pretese dei baroni.

1742, La Proclamazione al Demanio. Dopo un’estenuante lite giudiziaria contro Marcello Carafa della Spina, il popolo in piazza affranca la città dal giogo feudale. Il feudo viene intestato a Salvatore Romano, un contadino analfabeta, padre di dodici figli. La scelta cade su di lui per la sua reputazione morale, per la sua virilità ferrigna e per la sua abbondante figliolanza, che garantiva la continuità del casato e impediva il ritorno del feudo al demanio.

Luglio 1796, La protesta della fame di Gaetano Serafino. In Piazza del Mercato esplode la rabbia per la carestia. Serafino invoca pubblicamente le idee della Rivoluzione francese e viene fatto frustare dal Governatore Cavallo per ordine di Ferdinando IV.

23 Novembre 1796, La Sommossa Armata Popolare. La città intera insorge in armi contro le soperchierie dei volontari regi di Don Cosmo Cavallo. La campana suona a martello. Il popolo assedia il rione dei soldati. Il comandante ferito si barrica nell’ex monastero.

8 Gennaio 1869, La Sommossa del Macinato. L’ultimo grande tumulto risorgimentale. La popolazione assale e incendia i casotti daziari per protestare contro la tassa sul pane.

Sei secoli di rabbia. Sei secoli di orgoglio. Sei secoli di una città che non ha mai abbassato la testa. E che, oggi, sembra aver dimenticato.

~ LA CITTÀ CHE NON SI SOTTOMETTE ~

Ma torniamo al 1796. Luglio. Campobasso non è una città tranquilla. La carestia ha svuotato i granai. Il prezzo del pane è alle stelle. E tra i vicoli del borgo serpeggia una rabbia che cerca solo un pretesto per esplodere.

In Piazza del Mercato, un popolano di nome Gaetano Serafino si mise a gridare che “bisognava fare come avevano fatto in Francia”. Parole pericolosissime sotto il regno di Ferdinando IV. Il Governatore Cavallo lo fece arrestare. E per ordine diretto del sovrano, Serafino fu condotto legato in piazza e frustato a sangue davanti alla folla. Un pubblico monito. Una lezione esemplare. Ma la frusta non cancellò la fame. E non spense la rabbia.

Negli stessi mesi, quattro mercanti orefici (Vincenzo Terzano e Gaetano Mancino di Campobasso, Leopoldo Di Florio e Felice Colaneri di Trivento) viaggiavano regolarmente a Napoli per ragioni di commercio. E da Napoli portavano notizie. Notizie della Rivoluzione francese. Idee di libertà, di uguaglianza. Il Governatore cercò di farli condannare dalla Giunta di Stato come “pericolosi giacobini sediziosi”. Ma la Giunta li scagionò. Erano semplici commercianti, dissero. Le idee, però, ormai circolavano. E la città era una polveriera.

~ QUEI GIORNI DI NOVEMBRE ~

Il 21 novembre 1796, da Lucera partirono 240 militari “Schiavoni” e 53 volontari e cacciatori. Erano guidati dal giovane Don Cosmo Cavallo. Erano diretti all’accampamento di San Germano. Ma erano, per lo più, giovinastri scostumati e violenti. Con la fedina penale da rimondare. E non convinti né entusiasti della loro nuova condizione. Il comandante si fidava poco di loro. E, per impedire diserzioni, durante le marce li seguiva anziché precederli.

Appena fuori di Lucera cominciarono le bravate. Non volevano andare a piedi. Pretendevano dai cittadini le cavalcature. A Volturara si fecero insolenti coi terrazzani. Per poco non ci fu conflitto. A Pietracatella, non soddisfatti del vettovagliamento, forzarono l’ingresso di una taverna. Requesirono vino, pane, cacio. E con pochi tornesi pretesero di liquidare lo scotto all’ostessa. A Campodipietra sequestrarono le cavalcature che trovarono.

La mattina del 23 novembre, i volontari entrarono a Campobasso. E si diressero alla taverna di Angiolo Lionetto, detto Angiolillo. La taverna si trovava di fronte all’ex monastero delle Carmelitane, un fabbricato che, soppresso dal 1745 e adibito a caserma e botteghe, conservava nel popolo il nome di “Monastero delle Monache”. Quello che oggi è il Palazzo del Governo, la Prefettura.

Il comandante Cavallo, per precauzione, fece depositare tutte le armi in uno stanzone della taverna. Lo chiuse. E ne conservò la chiave.

~ LA CAMPANA A MARTELLO ~

Ma la prudenza di Cavallo non bastò. I volontari, disarmati e divisi in gruppi, iniziarono a girovagare per la città. E in men che non si dica nacquero i primi tafferugli.

Nella Taverna del Procaccio, l’ufficio postale dell’epoca, situato all’imbocco di Via Orefici, alcuni volontari minacciarono di morte il procaccia Carlantonio Tamburrini. Si era rifiutato di consegnare loro un cavallo. Nel frattempo, presso le baracche del pane, un altro gruppo tentò di rubare le carrozze ad alcuni residenti. I residenti, per sventare il furto, vennero alle mani con i malintenzionati. Ferirono uno dei volontari.

Per vendicare l’offesa subita, i volontari si precipitarono alla taverna di Angiolillo. Forzarono la porta della stanza. Si rimpossessarono delle proprie armi. E tornarono sul luogo della baruffa. Ma non trovarono più nessuno.

Sopraffatti dalla rabbia, iniziarono a sparare all’impazzata contro la folla.

Un istante di silenzio. Poi, il suono. La campana. A martello.

E allora accadde l’impensabile. Il popolo di Campobasso si sollevò in armi. Non erano soldati. Non erano miliziani. Erano artigiani, contadini, donne, bambini. Ma conoscevano le loro strade. I loro vicoli. I loro nascondigli. E sapevano che quei soldati, quei forestieri venuti da Lucera, avevano osato troppo.

~ LA NOTTE DEI FUOCHI ~

La sommossa divampò in un attimo. Il popolo assediò il rione dove i soldati alloggiavano. Le strade si riempirono di grida, di spari, di sangue. Il comandante Don Cosmo Cavallo fu ferito. E trovò rifugio proprio all’interno dell’ex Monastero delle Monache.

Immaginate la scena. Le stesse mura che nel 1796 avevano offerto rifugio a un comandante ferito, pochi anni dopo avrebbero ascoltato le grida dei detenuti. I lamenti dei condannati. Il silenzio dei dimenticati. Il futuro Calabozzo. Il futuro Palazzo della Prefettura. Un cerchio che si chiude.

Il bilancio della sommossa fu drammatico. Un morto e quattro feriti tra i miliziani urbani. Quattro morti e otto feriti tra i volontari regi. Ma il vero bilancio fu un altro. La città aveva dimostrato di non essere disposta a subire. Aveva dimostrato che la pazienza dei campobassani aveva un limite. E quel limite era stato superato.

~ LA MEMORIA DELLE PIETRE ~

Oggi, quelle piazze non sono più le stesse. I nomi sono cambiati. Gli edifici sono stati trasformati. Le funzioni si sono sovrapposte. Ma le piazze sono ancora lì. E se ci si ferma un attimo, al suono a martello della campana, si possono immaginare i mercanti che contrattano nel loco Crucis. I cittadini che firmano la Pancarta del 1277. I giacobini che sognano la libertà. I volontari che sparano sulla folla. Il popolo che insorge. La campana che suona a martello. E poi, ancora, il fumo dei casotti daziari in fiamme nel 1869.

Due piazze. Due rivolte. Una città. Campobasso. Una città che ha sempre combattuto. Che ha sempre resistito. Che ha sempre cercato di essere protagonista della propria storia. E che, oggi, sembra aver dimenticato.

 

~ RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E DOCUMENTALI ~

Mancini, A., La sommossa popolare del 23 novembre 1796 in Campobasso, appunti di cronaca, Campobasso, F.lli Petrucciani, 1937.

Gasdía, V.E., Storia di Campobasso, Vol. III e Vol. IV (Cronaca di Campobasso).

Di Iorio, E., Itinerari di Storia e di Arte, I° Itinerario.

Masciotta, G.B., Il Molise dalle origini ai nostri giorni, Vol. II.

Nauclerio, L., Apprezzo dei Feudi di Campobasso, 1688.

Stendardo, G., Apprezzo dei Feudi di Campobasso, 1732 (trascrizione di Antonino Mancini, Campobasso nel 1732).

Rocca, A., Pianta e veduta prospettica di Campobasso, disegno autografo, 1584, Biblioteca Angelica di Roma, Fondo Carte Rocca.

Fondo Notarile dell’Archivio di Stato di Campobasso.

Fondo Pergamenaceo dell’Archivio Diocesano di Campobasso-Bojano, Pergamena n. 54A (3 maggio 1352).

Santoro, W., Savone, A., Ziccardi, M., Borghi, Chiese e Misteri a Campobasso.

Vitale, M., Briganti, reazionari e piemontesi nel Molise pre e post unitario, dal 1792 al 1870, Provincia di Isernia, 2011.

Associazione Culturale La Terra, Qualche volta i campobassani si arrabbiano, 31 gennaio 2022.

 

Nota dell’autore:

Quanto riportato nei report nasce da una ricerca appassionata, non da una perizia tecnica. I riferimenti a luoghi, a oggetti, manufatti, numeri e relazioni, sono verificati con attenzione, ma a volte potrebbero non corrispondere fedelmente alla realtà. L’obiettivo è divulgare una storia poco nota e affascinante, non redigere un inventario. Ogni riferimento è frutto della passione per la ricerca, non di un censimento tecnico.

di Luca Di Toro – fb

 

lì 1 Ottobre 2026