• 29/05/2026

Campitello, una valle nascosta

di Francesco Manfredi-Selvaggi –

C’è una esperienza di viaggio in un percorso che dalle pendici del massiccio montuoso conduce all’altopiano davvero stimolante

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Durante il tratto finale della strada che raggiunge la località turistica la veduta è tutta diretta verso monte, non si colgono più scorci della vallata sottostante. È una progressione in cui si succedono una salita, breve, un piano, breve, e una discesa, breve, che porta al pianoro. È una esperienza di viaggio in quest’ultimo segmento del percorso che dalle pendici del massiccio montuoso conduce all’altopiano davvero stimolante

Per iniziare la visita di Campitello decidiamo di partire dal cosiddetto “belvedere”, l’ultimo punto da cui è possibile guardare a valle, nel resto dell’itinerario, breve, la visita è dominata dalla montagna. Il belvedere che si diceva è un punto di osservazione privilegiato sulla vallata sottostante anche se non è un belvedere nel senso classico ovvero un terrazzo panoramico appositamente predisposto bensì un semplice spazio di risulta della Strada Provinciale poco prima che essa svalichi concludendo la sua ascesa e si introduca nella valletta di Selva Piana, piana perché è in piano e così lo è in questo tratto la via. Il cosiddetto Belvedere ricavato ai margini, in una slabbratura della sezione carrabile contigua all’ultimo curvone, vengono chiamati tornanti in termine tecnico, poco prima dell’approdo alla stazione di sport invernali, dunque assai in alto, è uno spettacolare point of view dal quale si domina la piana di Bojano e ben oltre, una veduta comunque, a 180 gradi, quella a 360 la si ha solo dalla cima di m. Miletto.

Abbiamo detto poco fa durante la descrizione del percorso che si passa per Selva Piana sito dove sorge l’hotel Kristiana e dove di recente sono stati abbattuti 5 faggi (chissà perché), gli ultimi ad insistervi, in origine doveva essere interamente alberata, lo rivela lo stesso toponimo. In precedenza doveva essere un ambiente ombroso per via del boschetto di faggi per cui l’effetto che si sta per descrivere era ancora più accentuato: si transita per Selva Piana, una zona che rimane abbastanza buia, nonostante il taglio delle piante e svoltata la curva dopo una brevissima discesa ti compare la conca Campitello, una zona, al contrario, ad elevata luminosità. Hai di fronte a te uno scenario spettacolare con in primo piano l’immenso pianoro e sullo sfondo il blocco del Miletto. È una sorpresa alla quale non ci si abitua mai, nonostante si sia venuti tante volte in questa località turistica, una visione inaspettata quasi si trattasse questo altopiano di una valle nascosta. Dal fondovalle e lungo l’intero tragitto viario che da lì si intraprende non si percepisce proprio, non lo si intuisce nemmeno, non si immagina minimamente l’esistenza di questo sito di villeggiatura. Tale gioco psicologico ovviamente non funziona se si è coscienti della meta del viaggio.

L’effetto salita-falsopiano-discesa-pianura è davvero particolare. Visto che stiamo parlando di “effetti speciali” ne introduciamo un altro che è la conquista della vetta del Miletto, adesso a piedi anche se chi è “fraccomodo” può avvicinarvisi tramite la seggiovia e ciò, l’impianto a fune così come l’arteria automobilistica hanno permesso a generazioni, ormai visto che sono passati diversi decenni sono generazioni, di turisti di raggiungere rispettivamente il colmo del Matese e il centro vacanze. Ci dilunghiamo ora un po’, così come si è fatto per l’arrivo a Campitello, sull’ascensione a questa cima che è la più alta dell’Appennino centro-meridionale partendo da considerazioni di carattere generale. Altrove, uno degli interessi che ha spinto alle esplorazioni nell’area alpina alle fasce di territorio alle altitudini superiori è stato la geologia, il nome Dolomiti viene da dolomia, una pietra, e questa da De Dolomien lo studioso che ne fu lo scopritore nel XXVIII secolo.

Alla fine del 1800 anche qui da noi si dovette sviluppare una curiosità per il fascinoso mondo delle vette, quella del Miletto in primis, attratti magari dalla misteriosa impronta del ghiacciaio a forma di anfiteatro, oggi raggiunto dall’omonima funivia, il quale costituisce un “segno” geologico deciso, un autentico “geosito”. L’antesignana delle ascese al Miletto è quella compiuta da Beniamino Caso e compagni della quale impresa, impresa perché effettuata d’inverno, vi è un diario e dunque è documentata. Il “giornale di viaggio” è oggi sostituito dal “libro di vetta” conservato in un’apposita custodia sulla sommità della montagna collocato lì alcuni anni fa dalla sezione di Campobasso del Club Alpino Italiano. La testimonianza del Caso va ritenuta veritiera per la credibilità del personaggio che fu anche vicepresidente nazionale del CAI.

Alla spedizione montana partecipò anche il professor Terracciano, un botanico, a muovere verso le “terre alte” è ancora la passione per le scienze naturali, adesso la botanica. In epoca borbonica era stato il geografo, figura che ha una certa assonanza con quella del geologo, Federico Del Re ad aver raggiunto il vertice del monte, auspicabilmente in un mese estivo, vertice propriamente trigonometrico su incarico della Specula di Capodimonte con una misurazione sul campo, con metodo appunto trigonometrico e perciò esatto, riportando l’altezza di monte Miletto a m. 2050, non più i 2056 metri fino ad allora calcolati. Quasi a consacrare la culminazione conquistata, non bastando che venisse fissata nella cartografia in maniera esatta, venne apposta una croce di ferro, più visibile e destinata a durare a lungo, invece di limitarsi a piantare una bandierina come si fa abitualmente quando si raggiunge un traguardo, sia esso il picco di un’emergenza montuoso sia un polo della sfera terrestre.

Prima di concludere appare doverosa una precisazione che è la seguente: la salita fino alla quota terminale di un monte non significa voler battere un primato o qualcosa di simile perché serve innanzitutto a completare la conoscenza delle varie fasce altitudinali, a ciascuna delle quali corrisponde un contesto ambientale specifico, la dorsale che conclude il Miletto è caratterizzata dall’assenza di, non è un gioco di parole, di essenze arboree. Va aggiunto che ad un chilometro in elevazione, ovvero in verticale, corrisponde uno spostamento verso nord, perciò in orizzontale, di un migliaio di chilometri e dalla piana di Boiano al termine superiore del Matese vi è un chilometro e mezzo.

(Foto: Immagine di altri tempi del Rifugio Jezza)

di Francesco Manfredi-Selvaggi

 

lì 29 Maggio 2026

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