• 11/28/2025

A volte è difficile capire sé stessi

di Franco Adducchio (da fb-Progetto Duronia) –

Riflessioni sulla macro realtà del mondo rapportata alla micro realtà dei nostri paesi

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A volte è difficile capire sé stessi. Il mio futuro è sempre più corto e dovrei riempirlo di piccole cose piacevoli che possano accompagnarmi negli ultimi anni di vita. Al contrario sono attratto dal riempirlo di riflessioni su quale sarà il futuro in cui non ci sarò. I vecchi dormono poco. Spesso mi sveglio in piena notte e mi scopro a riflettere su quale sarà il futuro. Di recente mi sono svegliato colto da un interrogativo. Che cosa farà il popolo senza rappresentanza che ha manifestato per Gaza? Sarà capace di imprimere una svolta al percorso dell’umanità o si farà gregge per un altro imperatore? Sarà in grado di camminare con la propria testa o avrà bisogno di un capo mandriano? Queste domande portano inevitabilmente ad una riflessione sul ruolo della politica e su quale sia la sua funzione nella gestione del mondo a partire dalle piccole realtà locali. Sono pensieri che hanno popolato molte mie ore notturne. Prima di inoltrarmi in questi interrogativi ho bisogno di allargare lo sguardo su altri temi.

La mia riflessione di oggi è sulla verità, argomento che mi è stato suggerito da recenti avvenimenti. Da molti mesi chiudo le mie riflessioni con la frase di Seneca: <Non temere, udrai la verità>. Questo riferimento l’ho usato per significare che è necessaria la verità sulla storia e sui suoi fatti qualora si voglia costruire un progetto di futuro. Insieme alla verità sono necessarie anche le proprie scelte guidate da una condivisione dell’interesse collettivo. Credo che solo in questo modo si possa costruire un futuro. Nessuno si illuda di potersi proiettare nel futuro senza una propria responsabilità collettiva. Se nel passato è stato possibile vivere nell’ombra dei fatti, non sarà più possibile farlo nei prossimi anni in cui saremo tutti catturati da internet. L’informazione, istante per istante, propagherà i comportamenti di tutti in tempo reale in tutto il mondo. Non sarà più possibile sottrarsi ad un’informazione planetaria. La notizia sarà colta da mille orecchie e da mille occhi informatici.

Di recente ho avuto l’occasione di ascoltare la commemorazione dei cinquant’anni dalla morte di Pasolini fatta al Senato. L’uccisione di Pasolini mi colse nella mia giovinezza. Il fatto fu buttato, per così dire, in “caciara”. Questo comportamento ubbidì non alla verità dei fatti, ma alle illazioni, a volte diffamatrici, degli schieramenti contrapposti. Ciò probabilmente mi ha portato a non interessarmi dei suoi scritti, della sua vita, della sua visione di società e della sua visione della religione. Non è stato un uomo di fede, almeno rispetto al concetto allora dominante, ma è stato un credente laico in cerca della verità nell’uomo, nella società e nella fede. C’è una frase che ho sentito nella commemorazione e che mi ha molto colpito. Non ricordo quale dei Senatori abbia proposto la citazione, ma è una frase di Dostoevskij che può guidarci a comprendere Pasolini: <Più amo l’umanità, più disprezzo gli uomini che incontro>. È un concetto sul quale occorre riflettere. L’umanità é un concetto astratto, alto, letterario, filosofico e non permette di percepire come essa sia costituita da uomini reali. In effetti occorre cercare la verità nella vita concreta degli uomini, nella loro fragilità, nel loro istinto predatorio, nella loro malvagità, nella loro socialità e nella loro capacità e necessità d’amore. Solo cercando questa verità si potrà costruire un futuro che mi auguro si realizzi. Cercare la verità nell’uomo significa cercarla in noi stessi.

Di recente il pontefice Leone XIV ha pronunciato queste parole: <Oggi dico: la terra, la casa, il lavoro, sono diritti sacri, vale la pena lottare per essi e voglio che mi sentiate dire “io ci sono”, sono con voi>. In questa frase ho colto tutta la fragilità della Chiesa. È una frase che sottolinea il voler essere vicino al popolo che lotta per i suoi diritti, ma nello stesso tempo segna una distanza da esso. Allargando la riflessione sulla Chiesa mi sembra che il popolo di Dio si ritragga dalla massa degli uomini come se non ne fosse partecipe. È una Chiesa impegnata a celebrare i riti di fede ed a praticare la preghiera per superare i propri limiti con l’aiuto di Cristo che comunque perdona i peccati di tutti. Si direbbe che il popolo di Dio cerchi nella sua fede il proprio perdono non condividendo il destino di tutti. Il giudizio sui propri comportamenti non è affidato a Dio, ma alla propria coscienza maturata nel vivere terreno.

Ricordo: <Io sono la verità, sono venuto a testimoniarla>. E lo ha fatto, ha cacciato gli ipocriti dal tempio. Oggi la Chiesa li accoglie nel tempio, usa la diplomazia e sminuisce la verità che la sua stessa fede propugna. L’uomo chiamato Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia ed ha parlato della verità senza diplomazia. Una verità che capovolge la vita di ognuno. Ha detto le più profonde verità che ha maturato attraverso la storia dell’umanità e le ha testimoniate con la vita. C’è solo una cosa che non comprendo. Ha ammantato la sua esistenza di divino. Divino poi amplificato da chi lo ha seguito. L’uomo Cristo, con la sua vita, ha testimoniato il suo peccato di essere uomo e con la sua morte lo ha riscattato. Il divino è nell’uomo, nella sua capacità di capire la verità, mentre il suo peccato è quello di non osservarla.

Di recente nell’informazione si è dibattuto molto sul giornalismo d’inchiesta. Non ho potuto fare a meno di pensare che esso nasca perché la comunità non vive all’insegna di comportamenti autentici. I comportamenti sono spesso in ombra ed è questo che fa nascere il giornalismo d’inchiesta. È il sintomo di una società priva del valore della verità e che ha bisogno di nascondersi. Di qui nasce una considerazione terribile. Può proiettarsi nel futuro una società che non sa mettere nella propria storia la verità? Anche qui nessuno si illuda, la struttura sociale del passato non reggerebbe alle nuove sfide del futuro senza cambiare passo. Questa è la più grande preoccupazione.

Dove cercare la verità a Duronia? Nella sua storia, nella sua comunità quasi dissolta, nella sua fede, nella sua capacità di socialità, nella vita delle persone e nei loro fatti? Questa è una riflessione dolorosa per me. Dostoevskij probabilmente, di fronte a quello che si è visto nel recente passato e che continua a vedersi, avrebbe avuto difficoltà a dire di amare l’umanità. I vecchi come me hanno visto come il Paese è stato derubato della sua anima, è stato derubato della sua capacità di pensare ad un futuro. Conoscono la responsabilità di tutti di aver lasciato fare, di aver lasciato inquinare la sua stessa struttura sociale con il virus della disgregazione per cogliere il proprio interesse. Tutti siamo responsabili della sua morte annunciata. Le nuove generazioni che hanno lasciato il Paese e che vi tornano ogni tanto attratti dai loro ricordi, cercano di non vedere la verità di un Paese ridotto ad essere sottomesso ad un galeotto.

Chi salverà il Paese dalla sua morte annunciata? Chi soffre per il suo decadimento? Chi è in grado di vedere la sua verità ed immaginare un futuro? Lo cerco con la lanterna come Diogene cercava “un uomo”. Nel dopoguerra il Paese ha seguito la scia dei fatti che hanno segnato la storia della Nazione. Di fronte alla ricostruzione la comunità si è divisa tra chi, all’ombra della croce di Cristo, ha preso una posizione dominante pensando molto a sé stesso, e chi si è sentito blocco sociale espulso dai benefici economici della ricostruzione e ha cercato un progresso sociale che non è arrivato. E così molti sono andati via. In questo andare della comunità per opposte contrapposizioni si è insinuata nel suo interno una falsa verità di comodo ad uso dell’interesse personale e si sono alzate le barriere contro una effettiva socialità. Si è arrivati, ad oggi, dove la strategia per un progresso economico e sociale non esiste, c’è solo l’arraffare i finanziamenti e spenderli dove “coglio, coglio”. In questa spesa poi c’è la prostituzione di chi cerca ancora di arraffare qualcosa per sé. Dov’è il futuro? Nessuno si illuda, senza la memoria dei fatti, senza la verità su quello che è stato, senza la sua consapevolezza non si potranno correggere gli errori e non ci potrà essere un futuro di vita, ci potrà essere solo un futuro di dissoluzione.

 Ci sono due verità in attesa di chiarezza che hanno segnato la storia del Paese degli ultimi trent’anni e che hanno accompagnato la sua morte. Occorre fare chiarezza su di essi. Senza di questo non è possibile ricostruire una vera socialità, mezzo indispensabile per ogni iniziativa che voglia modificare la rotta. La prima verità è sulla storia delle Cannavine. Con essa è stata distrutta un’opportunità che avrebbe potuto arrestare la decadenza del Paese. Occorre far chiarezza sulla distruzione di questa opportunità e sui diversi illeciti. La verità deve essere condivisa da tutti e deve costituire una reazione morale collettiva. Senza questa presa di coscienza la comunità del Paese non potrà uscire dal suo letargo di disgregazione. La seconda verità che deve essere chiarita è legata alla proprietà della casa di riposo. La struttura è stata costruita con le risorse del Paese donate alla parrocchia e dalle risorse di Don Giovanni che vi ha impegnato le sue proprietà di famiglia. La struttura non fa un’attività caritatevole, ma svolge un’attività economica. Bisogna uscire dall’equivoco. Bisogna chiarire dove e come sono utilizzate le risorse prodotte dall’attività e chi ne dispone. La verità è un diritto della comunità parrocchiale ed è un dovere chiarirla da chi veste gli abiti di fede. Date a Dio quel che è di Dio e date a Cesare quel che è di Cesare. È un insegnamento della storia molto antico che a Duronia sembra dimenticato.

di Franco Adducchio (da fb-Progetto Duronia)

 

lì 28 Novembre 2025

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