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Transumanza come pellegrinaggio

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Numerose sono le cose che accomunano queste due manifestazioni delle società del passato, di cui la prima è decaduta mentre è sopravvissuta la seconda

di Francesco Manfredi Selvaggi 

4 aprile 2022

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È la tesi che si tenterà di dimostrare di seguito. Si ritiene che vi siano vari elementi di prova a suo favore, numerose cose che accomunano queste due manifestazioni delle società del passato di cui la prima è decaduta mentre è sopravvissuta la seconda.

Dire che la transumanza è un pellegrinaggio è un’eresia, ma ciononostante si intende verificare se questi due fenomeni hanno qualcosa in comune. Seppure venisse fuori dall’esame che si va a esperire che essi sono cose totalmente diverse, la comparazione, comunque, vale la pena farla perché c’è una identica modalità, non da poco, davvero, del loro esplicitarsi la quale è il camminare.

Senza altri preamboli andiamo a vedere subito la questione centrale, specie nelle epoche passate, la religiosità che informa totalmente il pellegrinaggio (anche se vi sono effetti collaterali che vedremo dopo), uno spostamento che si compie quale atto di fede, e che esaurisce in sé il significato di tale pratica (salvo quanto si dirà alla fine) e che, però, ha qualche incidenza (in seguito vedremo che non è minima) pure sulla transumanza. Si tengano a mente le due date dell’8 maggio e del 29 settembre, ambedue festività di S. Michele (quella di maggio si tiene solo qui da noi, non sta nel calendario ecclesiastico) si pensi poi a quali sono i mesi in cui avviene la migrazione delle pecore tra l’Abruzzo e la Puglia, appunto maggio e settembre, e si è pronti per porre in correlazione le informazioni fornite: la partenza della transumanza, tanto dalla Puglia all’Abruzzo, quindi a maggio (il 1 maggio c’è la fiera di Foggia), quanto quella in verso contrario, cioè a settembre (“settembre andiamo è tempo di migrare”) deve avvenire sotto l’egida dell’Arcangelo.

È ben risaputo che Egli è il protettore dei pastori sostituendo in tale ruolo Ercole, una divinità pagana. Celebrare tale ricorrenza avrebbe propiziato un buon viaggio ai transumanti, quasi un viatico per i conducenti le greggi. In definitiva, la transumanza proprio nel suo incipit ha una forte impronta religiosa e in ciò, perlomeno lo start, c’è una similitudine, la prima, con il pellegrinaggio. La seconda è la ripetitività perché entrambi si svolgono annualmente anche se, per la precisione, la transumanza è biannuale, l’andata e il ritorno, mentre il pellegrinaggio è un movimento di sola andata, si ritorna alla spicciolata, non più necessariamente in gruppo, dopo le celebrazioni.

È interessante notare, inoltre, che i transumanti si rivolgono con le preghiere, al Protettore all’inizio, a differenza dei pellegrini i quali, invece, lo fanno alla fine allorché raggiungono la meta, il santuario. E sì, quasi ci si dimenticava dei santuari, oggetti fisici che costituiscono l’essenza, la ragione d’essere esclusivamente dei pellegrinaggi; nella transumanza non vi sono manufatti cultuali di valenza primaria, il santo, S. Michele, non è confinato in un luogo circoscritto, lo si può venerare nelle numerose chiesette ad Esso dedicate disseminate lungo i tratturi o nelle chiese presenti nei paesi attraversati dai tratturi, molti dei quali hanno come Patrono proprio l’Arcangelo che insieme a S. Nicola è il Santo Protettore della maggioranza dei comuni molisani.

In definitiva, S. Michele è sempre vicino ai conduttori degli armenti durante il percorso, non sta ad attendere l’arrivo dei fedeli chiuso in un santuario; Egli è in cammino, all’inseguimento del diavolo che ricaccerà all’inferno a Monte Sant’Angelo. I santuari e le cappelle che costellano i tracciati tratturali sono, tirando le somme, artefatti assai dissimili fra loro sia dimensionalmente, gli uni assai più grandi delle altre, sia per distribuzione, gli uni nei punti terminali delle percorrenze, le altre nel loro svolgimento, non, comunque, per significato capaci come sono, gli uni e le altre, di imprimere un carattere sacro all’incedere che abbiamo indicato quale primo connotato condiviso tra pellegrinaggio e transumanza.

I santuari si distinguono dalle cappelle poiché spazi di culto di capienza assai superiore, in grado di contenere la massa di pellegrini che vi accorre in un giorno prefissato, quello dell’anniversario liturgico. I pellegrinaggi, infatti, sono collettivi da cui l’accesso all’interno dei santuari in contemporanea dei partecipanti. Pure la transumanza si svolge collettivamente, i possessori di capi ovini la eseguono nel medesimo arco temporale, solo che essi procedono sulle piste tratturali distanziati e quando raggiungono una cappella vi si recano in visita in modo individuale, ragione per cui la superficie della stessa è limitata.

La visione comunitaria che sottende tanto il pellegrinaggio quanto la transumanza è coerente con il modo di rivolgersi alle Entità celesti alle quali si fa richiesta di misericordia non singolarmente, bensì tutti insieme, collettivamente. Nel cristianesimo antico era così per cui un intero popolo, prendi i Longobardi, si metteva, come si usa dire sotto le ali protettrici di un unico santo, nello specifico quelle di S. Michele che è rappresentato proprio con delle belle ali ampie, alle cure del quale ci si affidava per la risoluzione di gravi problemi che affliggevano la comunità, volta per volta la carestia, gli incendi, le inondazioni e via dicendo.

I transumanti avevano a cuore, di certo, l’abbondanza della pastura per gli ovini la quale doveva essere garantita ogni anno e la transumanza, assimilandola ad un pellegrinaggio, la si svolge per supplicare l’Arcangelo di intercedere presso il Padre Eterno al fine di ottenere la grazia che il cotico erboso dei pascoli fosse florido, che gli animali non si ammalassero durante la traversata, che non ci si imbattesse in bande di briganti. Dal canto suo ovvero in contraccambio S. Michele si trovava a essere venerato per ben 60 giorni, il tempo che si impiegava per eseguire la duplice transumanza, e non solamente nelle ricorrenze a Lui dedicate.

È quasi un cortocircuito, trattenete il respiro: si fa la transumanza per portare le bestie, alternativamente, in pianura e in montagna e per il successo di tale operazione si invoca il Santo il quale è maggiormente sensibile alle suppliche quando sono accompagnate da pratiche di penitenza come il pellegrinaggio, in questo caso che è la stessa transumanza. Peraltro entrambi sono faticosi perché lunghi, ulteriore somiglianza.

Detto diversamente, i nostri progenitori avvertivano la sacralità dell’esistenza per cui ogni loro azione, compresa la transumanza, aveva una valenza sacrale. Del resto, se la vogliamo dire tutta, pure il pellegrinaggio è funzionale ad un’esigenza pratica, oltre che spirituale, terrena, oltre che extraterrena, alla medesima maniera della transumanza dove essa è di tipo economico, mentre nel pellegrinaggio è di tipo sociale: nella transumanza la finalità è il profitto derivante dall’attività pastorale, nel pellegrinaggio è l’incentivazione e/o l’intensificazione dei contatti tra genti provenienti da vari angoli dell’orizzonte che si incontrano presso i santuari.

di Francesco Manfredi Selvaggi 

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