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Piccoli, ma tanti castelli

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In Molise ai piccoli feudi corrispondono piccoli castelli, ma vale pure l’opposto e cioè feudi grandi e castelli grandi

di Francesco Manfredi-Selvaggi

23 febbraio 2022

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Ai piccoli feudi corrispondono piccoli castelli, ma vale pure l’opposto e cioè feudi grandi e castelli grandi ed è il caso di quello di Pescolanciano al quale fa riferimento una pluralità di possedimenti feudali, gomito a gomito, della famiglia D’Alessandro. Si parla pure della trasformazione dei manieri in residenze nobiliari.

Il Molise è caratterizzato da una forte frammentazione del sistema insediativo da cui ne consegue, data la regola indiscussa di un castello per ogni comune (salvo Montaquila perché c’è un castello pure nella frazione Roccaravindola), il gran numero di strutture castellane qui presenti. Ciò, peraltro, è una singolarità della nostra regione che suscita un notevole interesse da parte dei turisti i quali si vengono a trovare di fronte ad una varietà di architetture fortificate, di datazioni e stili differenti (il castello longobardo di Tufara, quello angioino di Civitacampomarano, quello svevo di Termoli e così via), il che, tale pluralità, compensa dal punto di vista dell’attrattività, la loro, generalmente, ridotta stazza.

Alla contenuta dimensione dei manieri si associa bene il fenomeno che non è unicamente molisano, ma è ricorrente in molte parti dell’Italia meridionale che è il loro appartenere ad una feudalità minore, non a grandi casate, salvo alcuni episodi quali i Caracciolo a Ripabottoni, i Colonna a S. Martino in Pensilis e pochi altri, con i titolari che si affacciano saltuariamente nei loro feudi dedicando maggiori attenzioni ai possedimenti di maggiore estensione che hanno altrove.

È successo con i Gonzaga, nota famiglia nobiliare milanese, feudatari di Campobasso dei quali solo un esponente e una sola volta vi si recò: per festeggiare l’evento eccezionale si decise di, nonostante non fosse la giornata canonica, portare i Misteri in corteo. Va, poi, considerato che ad influire sulla scarsa rilevanza fisica della maggioranza dei nostri castelli, almeno dal periodo della dominazione spagnola, vi è il fatto che ai nobili vengono assegnati incarichi nell’amministrazione centrale dello Stato, obbligandoli, in qualche modo, a risiedere nella capitale dove costruiranno i propri palazzi, distogliendo risorse all’incremento e alla cura delle proprietà immobiliari nei loro feudi.

In realtà era una tendenza già in atto quella di richiamare a corte i baroni manifestatasi già nelle epoche precedenti, fin dalla formazione del regno di Napoli, richiamo motivato dall’esigenza di prevenire le “congiure dei baroni” che di tanto  in tanto scoppiano in periferia (a dissuadere alla rivolta era la minaccia da parte dei governanti di sequestro degli stabili che possedevano nella città partenopea, ad esempio il maestoso palazzo in piazza S. Domenico dei Di Sangro di Casacalenda sui quali erano stati costretti ad investire largamente, una sorta di ricatto), come se fossero tenuti in ostaggio.

Pochi castelli evolveranno in residenze signorili una volta venute meno le esigenze difensive e ciò accadde quando il Sud diventando un vicereame dell’impero di Spagna e quindi incorporato in un’entità statale strutturata in cui il ruolo di feudatario era assimilato a quello di rappresentante a livello locale della corona e non più un dominus privo di controllo. Per attuare tale disegno organizzativo si procedette alla cosiddetta rifeudalizzazione sostituendo nella guida dei feudi la vecchia nobiltà angioina, pertanto di antico “credo” francese, con persone fedeli ai nuovi dominanti più capaci di interpretare la figura di funzionario; homines novi si direbbe vedendo i loro cognomi che rivelano un’estrazione borghese se non un’origine famigliare artigianale come i Battiloro (Scapoli), battitori d’oro, i Pignatelli (Monteroduni), fabbricanti di pignatte, e via dicendo.

A farne le spese di questo avvicendamento furono pure i Monforte e i Caldora i cui più illustri esponenti rispettivamente Cola e Giacomo, erano stati tra i principali sostenitori della causa dei D’Angiò. Siamo debitori, si sarà notata la carenza, di una elencazione delle dimore patrizie ex-castello che neanche adesso, però, forniamo in maniera completa limitandoci, perché i maggiormente significativi, a citare per ciò che stiamo per dire, i castelli di Pescolanciano, di Casacalenda, di Civitacampomarano che hanno in comune l’adattamento dei beccatelli, “apparati a sporgere” dell’arte militare, e in quanto tali manufatti che incutono timore in mensole di sostegno di leggiadri loggiati, un capovolgimento di senso.

Il caso dell’opera castellana che sta a Pescolanciano è emblematico perché costituisce una rappresentazione plastica, come si usa dire oggi, di quella questione centrale della castellologia nostrana toccata all’inizio per cui esiste una correlazione biunivoca se non triunivoca tra grandezza del castello, quella del feudo e, quale conseguenza, del livello nella gerarchia nobiliare del suo feudatario. Ebbene i D’Alessandro non si accontentarono di possedere il feudo di Pescolanciano e perseguirono una politica di acquisizione di quelli circostanti, arrivando a raggrupparne ben 6 in modo da configurare una sorta di “signoria” che dovette valere loro il titolo di duca seppure non fosse un ducato; la sede era il castello di Pescolanciano che, perciò, assunse le dimensioni e le forme del palazzo rinascimentale, completo del cortile porticato.

Non significa, va detto, che ad un prestigioso del castello si associa, necessariamente, al di là del chiamarsi duca o principe, il principe Sanfelice della vicina Bagnoli, un prestigioso feudatario tanto scarsi sono stati i nomi di prestigio, per gesta belliche o per meriti culturali, tra i possessori di feudi nella nostra terra con l’eccezione dei citati precedentemente Cola di Monforte conte di Campobasso e  Giacomo Caldora proprietario del possente castello di Carpinone e di Angelo Di Costanzo fine poeta della cerchia michelangiolesca in confino per qualche ragione nel suo castello, ormai diruto, di Cantalupo.

Un’ulteriore annotazione rispetto a quanto prima discusso è che, è da immaginarsi, l’assommarsi in un unico individuo della titolarità di una pluralità di feudi contigui e (nel cosiddetto corridoio dei Pietravalle sono disposti a catena) riduca la possibilità di vita sociale che secondo le usanze di quell’età si svolgeva esclusivamente tra membri della medesima casta; aver fatto, figurativamente e non, il vuoto intorno a sé, avendo acquistato i feudi contermini, comporta che i nobili vicini siano, comunque, lontani e gli incontri, in particolare quelli mondani, giocoforza, cioè a causa della distanza che si interpone tra le sedi abitative delle dinastie feudali, si riducano e di qui l’assenza di saloni da ricevimento nelle loro magioni.

Ciò concorre alla mancanza di magnificenza che si riscontra in molti castelli molisani all’interno (con un’esclusione eccellente, quello di Gambatesa con le bellissime sale affrescate). D’altro canto il non avere confinanti significa non avere conflitti, un po’ come succede nei condomini odierni, relativi, appunto ai confini; a testimoniare tale conflittualità vi è lo scontro tra S. Massimo e Cantalupo, paesi che stanno spalla a spalla, il quale si svolse nel 1492 e in cui perì il figlio del feudatario di quest’ultimo centro.

di Francesco Manfredi-Selvaggi

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