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Gli indici di produttività per la transumanza

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Il caso che si esamina è quello della società transumante

di Francesco Manfredi Selvaggi

10 febbraio 2022

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È un mondo quello pastorale che sembra immutabile, senza tempo e, invece, pure in questo comparto si è registrata un’evoluzione nei millenni per migliorare l’efficienza lavorativa. Il caso che si esamina è quello della società transumante.

Non è vero che la transumanza sia sempre esistita e, neanche, come vedremo più avanti, si sia svolta sempre allo stesso modo. Quello che si è appena enunciato è la tesi iniziale che intendiamo dimostrare. L’argomento forte che ci spinge a credere che questo fenomeno non abbia avuto inizio nella notte dei tempi è che la domesticazione degli animali, cioè la loro sottomissione ai comandi dell’uomo, è avvenuta in un preciso periodo storico il quale è il Neolitico.

L’addomesticamento delle bestie le ha rese docili, per cui disposte ad obbedire alla volontà umana. Forse, però, si sta esagerando nell’impiegare i termini di comando (veramente si è usato volontà) e obbedire perché piuttosto che di un atteggiamento coercitivo delle popolazioni primitive nei confronti del bestiame per costringerlo a certi comportamenti è più opportuno parlare di “assecondamento guidato” di una disposizione naturale degli ovini a spostarsi stagionalmente alla ricerca degli erbaggi migliori.

Se in ere remotissime le pecore compivano le loro migrazioni semestrali in modo disordinato e senza seguire percorsi definiti i nostri antenati preistorici cominciarono a irregimentarli in armenti, aiutati in ciò dai cani pastore, e a delimitare alcuni tracciati ben precisi lungo i quali le pecore erano tenute a procedere. Si tratta, lo si sarà capito, dell’ “istituzionalizzazione” dei tratturi perché nel frattempo, cioè contemporaneamente alla trasformazione della fauna selvatica in domestica, i popoli della preistoria avevano “inventato” l’agricoltura (altro che primitivi!) alla quale si associa la proprietà privata per cui è interdetto il passaggio delle greggi sui campi coltivati; il movimento dei capi ovini non più allo stato brado viene confinato nelle piste tratturali per salvaguardare le colture.

Vale la pena, per mettere in rilievo l’eccezionalità della transumanza, compararla con la situazione americana: le mandrie di bisonti anch’esse effettuavano lunghi tragitti, scorazzavano nel mitico far west, cercando i prati con la vegetazione erbosa più florida e solo che qui l’essere umano non ha saputo far altro che cacciare questa specie simbolo delle grandi praterie. I bianchi portarono dal Vecchio al Nuovo Mondo le armi da fuoco, ben più micidiali delle frecce dei nativi, per cui arrivarono a sterminare i bisonti (altro che superiorità della civiltà occidentale!).

La transumanza, riprendendo il filo del discorso, si associa alla domesticazione la quale, e adesso, rivendicando, comunque, una continuità di fondo del discorso, passiamo ad un nuovo argomento, è stata funzionale a sfruttare porzioni di territorio altrimenti non “redditizie”. Almeno ai fini alimentari le zone in altitudine e le piane aride sono improduttive, a meno che le magre piante erbacee lì presenti, non commestibili per la razza umana, diventino nutrimento per la razza ovina: la carne e il latte, trasformato in formaggio, della seconda costituiscono cibo per la prima.

In termini diversi, i monti abruzzesi e il Tavoliere pugliese vengono messi in valore dall’allevamento delle pecore, l’attività lavorativa capace di, appunto, valorizzarli. La zootecnia assurge ad un ruolo primario nella struttura economica di tali zone marginali e come qualsiasi settore produttivo deve tendere a migliorare, non è un gioco di parole, la produttività. Nel caso specifico della pastorizia transumante gli indicatori per misurare la crescita della produttività ipotizzabili sono due, da un lato, la quantità di capi per ettaro di superfici pascoliva e, dal lato opposto, la quantità di addetti alla conduzione in relazione al numero di bestie.

Certamente, fa un po’ senso nominare gli elementi classici di valutazione finanziaria per un comparto, quello pastorale, al quale si sono sempre attribuiti caratteri di arcaicità, una sensazione condivisibile, ma a disposizione ancora non sono pronti indici di sostenibilità ambientale condivisi i quali calzerebbero meglio a questa attività. Ci si spiega: la transumanza è piuttosto un modo di adattamento dell’economia all’ecosistema, che impone l’utilizzo alternato delle superfici a pascolo a seconda delle stagioni così rispettando le capacità di rinnovamento dell’erba tra le piane e le alture, che un metodo di estrazione di profitto da una risorsa territoriale, le distese prative a valle, in Puglia senza che si tenga conto dei cosiddetti limiti dello sviluppo dettati dalla capacity di quelle a monte, in Abruzzo.

In un sistema ecologico tutto è connesso, le potenzialità naturali di distinte aree si devono confrontare fra loro. Se è difficile, per quanto detto, aumentare il bestiame per unità di terreno, si può agire per incrementare la produttività sull’organizzazione del lavoro al fine di ottimizzare il “capitale umano”. È uno sforzo che ha visto impegnata la società transumante fin dalla sua origine. Man mano la figura di allevatore si è separata da quella di agricoltore, una scelta sofferta quella che ha portato alla nascita della transumanza perché con lo spostamento degli animali viene a mancare il letame per la conduzione dei campi.

La condizione degli armenti diviene un campo di attività a sé stante e, però, questo è solo un passaggio verso una pastorizia specializzata. È necessario differenziare i compiti lungo la lunga traversata dall’Appennino al piano, occorrono molteplici competenze, dal massaro al casaro ai garzoni ai butteri. Non esiste, cioè, un mestiere di pastore univocamente definito, necessita la compresenza di una pluralità di professionalità. È in nuce quel processo di suddivisione delle mansioni che si affermerà in pieno nell’era capitalistica.

Alla stessa maniera del capitalismo anche nel mondo pastorale è indispensabile il capitalista, ovvero l’armentiere, sia esso un barone grande possidente di bestiame, sia esso una confraternita che raggruppa le greggi di molteplici proprietari. Al fine di accrescere la produttività si può agire, in definitiva, sull’efficienza e a questa contribuiscono anche le donne (dall’Abruzzo in giù per tradizione sono i maschi a fare i pastori) che, rimaste a casa, in ogni casa c’è un telaio per tessere, eseguono la filatura e la tessitura della lana. L’evoluzione c’è stata anche qui con l’affermazione di imprenditori che gestiscono lanifici a Castel di Sangro, Trivento, Sepino, ecc..

di Francesco Manfredi Selvaggi

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