Stampa 

Il grande attrattore

Visite: 55

Sviluppo sostenibile, retoriche della resilienza e processi partecipativi

di Letizia Bindi* (da orticalab.it)

10 gennaio 2022

Back

Il “lavoro culturale” si caratterizza come potente leva di ricostruzione del senso di appartenenza e di impegno in favore delle aree più fragili e spopolate, un’opportunità per pensare e progettare nuove forme di animazione culturale dei territori e delle comunità. Eppure emerge una retorica delle eccellenze, con un continuo richiamo all’immediata disponibilità di progetti preconfezionati che rischia di pregiudicare quel processo di condivisione e co-progettazione tanto evocato nel discorso politico corrente.

Qualche anno fa l’Università di Nantes organizzò un interessante seminario sui patrimoni culturali locali e i désirs des territoires (Fournier – Broissard – Chastagner – Crozat 2012) nel quale colleghi di molti Paesi europei diversi si confrontarono su esperienze diverse di valorizzazione della cultura locale e sulle aspirazioni delle comunità al riconoscimento pieno del valore dei saperi, delle pratiche e dei modi di vita di cui erano custodi.

A distanza di un tempo relativamente breve, l’esperienza fragorosa e radicale del distanziamento pandemico e della crescente consapevolezza della crisi di un intero modello di sviluppo produttivo e di relazione tra cultura e natura, ripropone con forza quella domanda sui desideri e le opportunità, sulle scelte e le grandi aspettative che le comunità e i territori meno connessi, più fragili e periferici hanno maturato dinanzi al pericolo del definitivo spopolamento e isolamento cui la pandemia pareva condannarli.

Il dibattito era già cresciuto negli ultimi anni, intorno alla Strategia Nazionale delle Aree Interne (Lucatelli 2015; De Rossi 2018; De Rossi-Barbera 2021) , e aveva offerto l’occasione per riformulare modi e forme della governance del territorio, i processi partecipativi delle collettività alle iniziative economiche e culturali, ponendo al centro della progettazione territoriale una nuova idea di buen vivir (Gudynas 2011), l’aspirazione a una inclusione sociale compiuta, ad un nuovo rapporto tra spazi e tempi di vita.

L’idea, in fondo piuttosto semplice e a tratti, va detto, grossolana che le aree rurali, montuose, demograficamente rarefatte garantirebbero, sic et simpliciter, ai vecchi e nuovi abitanti standard di vita più alti e sostenibili, ripropone vecchie dicotomie oppositive tra urbano e rurale, tra centro e margini e impone di ripensare radicalmente le fondamenta del paradigma estrattivo e sviluppista della modernità industriale e liberista.

Per qualche tempo la narrazione, oggi invero molto diffusa, circa le piccole comunità capaci e virtuose si è sviluppata dapprima nei circuiti alternativi dell’associazionismo e della cooperazione, negli spazi della ricerca sociale, politica, dell’innovazione nella pianificazione e nella progettazione territoriale; ha preso corpo in modo carsico, attraverso esperienze e sperimentazioni, talora visionarie, spesso minoritarie che molto hanno avuto a che fare con l’impegno dei creativi, degli artisti, dei sognatori, potremmo dire, utilizzando una categoria volutamente anti-economica eppure prospettica e generativa come quelle di cui l’innovazione e l’economia hanno oggi più che mai bisogno.

Con il tempo, e a seguito in special modo dell’accelerazione pandemica, come si è detto, la riflessione e l’impegno per la rigenerazione delle aree interne e fragili ha guadagnato una posizione di riguardo nella programmazione politica: dapprima con l’avvio della SNAI e l’implementazione di progetti pilota nelle diverse aree interne individuate, più recentemente con una progettazione incentrata sulle politiche regionali, il supporto alle aree svantaggiate, il progetto di coesione e sviluppo per il Sud che si sta ora consolidando intorno ai Bandi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma anche nei nuovi cicli di programmazione dei fondi strutturali (FESR, FSE; PSRN, ecc.) aperti nel 2021.

La stessa apparizione, nella titolazione di un programma di intervento strategico nazionale, di una categoria come quella di resilienza , sino a pochi anni fa sconosciuta e maneggiata per lo più da un certo attivismo locale come forma di reazione all’isolamento e alle difficoltà di resistere a processi di sviluppo e crescita economica decisi dall’alto e scarsamente sostenibili, mostra la veloce assimilazione di discorsi della base da parte della governance e solleva quesiti in merito alla sua conseguente trasformazione. In qualche modo l’immaginario stesso della resilienza veicola cambiamenti sociali che tendono a una certa depoliticizzazione delle scelte e dei comportamenti collettivi e individuali (Olsson et al., 2015).

Esso implica, infatti, una certa assunzione di responsabilità e di agency da parte dei soggetti singoli o di gruppi più o meno formalizzati, sollevando implicitamente la governance istituzionale in toto o in parte dal compito assai più arduo e strutturale di affrontare in modo più sistematico, ai vari livelli di risoluzione, le criticità e le contraddizioni del modello socio-economico e produttivo sin qui adottato e sostenuto (Joseph 2013).

I tre pilastri individuati dalla progettazione SNAI e il tipo di interventi suggeriti e sostenuti da quella stagione di interventi andavano nella direzione di un sostegno alle attività di governance ed economia fondamentale: l’accessibilità e la mobilità, l’istruzione, i servizi di fondamentali di prossimità. A latere di queste categorie fondamentali di intervento, si è affiancata in questi anni una riflessione più ampia sulle linee e le prospettive di trasformazione e sviluppo da esplorare e intraprendere per rendere durevoli le scelte e le opportunità di innovazione, cambiamento e rigenerazione delle aree interne e fragili e tra queste l’innovazione sociale, la cultura, la partecipazione capillare delle comunità ai processi di cambiamento e sviluppo sostenibile dei territori hanno guadagnato uno spazio sempre più importante nel sistema delle competenze e della governance.

In particolare vi sono esperienze locali di rilievo che mostrano, in Italia e in altri contesti europei, come la cultura, la creatività e le arti possano valorizzare e contribuire a delineare una nuova idea dei territori, a configurare delle soluzioni nuove ai temi e alle sfide della contemporaneità: il cambiamento climatico, la sempre minore sostenibilità ambientale dei processi produttivi e degli stili di consumo delle società contemporanee. Contemporaneamente si fa avanti l’idea che le proposte culturali innovative, la progettazione di eventi e attività culturali possano rappresentare una opportunità per aree storicamente destinate a un’offerta culturale in minore. A lungo si è ritenuto, infatti, erroneamente che lo standard dell’offerta culturale – i suoi ritmi, la qualità e quantità degli investimenti dedicati, l’innovatività delle proposte – dovesse essere assimilato a quello dei grandi poli urbani, mentre oggi si è iniziato a comprendere che le proposte culturali da sostenere e promuovere nelle aree rurali e interne devono ispirarsi a logiche del tutto diverse, basate su numeri più piccoli, contesti di fruizione più rarefatti e ripetuti, standard economici più sostenuti.

Già nei decenni passati si erano privilegiate esperienze e spazi di recupero e interpretazione dell’identità territoriale – con tutto ciò che di ambivalente potenzialmente questi processi contengono - basate sulle rappresentazioni delle comunità rurali, montane, periferiche proposte dapprima dai musei della civiltà contadina negli anni Settanta e Ottanta, poi dai nuovi modelli museali centrati sul paradigma identitarista affermatisi in varie località negli anni Novanta e all’inizio del nuovo millennio. La divulgazione di un certo linguaggio e approccio etnoantropologico ha così progressivamente sedimentato una attenzione verso le pratiche e i saperi minuti radicati nel territorio, sostituendo spesso l’esercizio di memoria alla produzione reale, in una parola avviando il processo ambivalente di patrimonializzazione del paesaggio e dei sistemi di saperi e pratiche rurali e montane che oggi torna come valore aggiunto nell’idea multifunzionale e pro-turistica delle destinazioni rurali e montane. Si diffondono, ad esempio, in modo crescente esperienze eco-museali e festival orientati a una sempre maggiore visibilità e rivitalizzazione delle aree rurali e montane (Padiglione 2018).

Al tempo stesso cultura e creatività delineano nuove prospettive di sviluppo territoriale, tengono insieme – come accade emblematicamente nell’esperienza di Castiglione d’Otranto nel Salento appena più interno – sviluppo rurale sostenibile, biodiversità coltivata e proposte culturali innovative così come alcune esperienze montane piemontesi, trentine e lombarde lasciano intuire il potenziale di cambiamento e sviluppo culturale, turistico ed economico delle residenze d’artista così come dei festival della montagna, del pastoralismo, della land art, del turismo sostenibile (Bindi, in corso di stampa). Altrettanto interessanti risultano alcune esperienze di collettivi di giovani ritornanti che hanno sviluppato in questi ultimi anni esperienze di ricerca-azione di grande rilievo: Montagne in Movimento, ad esempio, o il processo di rigenerazione avviato a Gagliano Aterno basato su workshop partecipativi con la popolazione locale, mappatura territoriale e progetti di rigenerazione urbanistica, o le ormai celebri esperienze virtuose di Biccari e Fontecchio che tanto hanno investito sul motore culturale della rigenerazione locale.

L’idea che la ricerca e la cultura siano cruciali per lo sviluppo sostenibile delle comunità e dei luoghi viene riaffermata con forza anche nelle aree segnate dal trauma del recente terremoto del 2016 e prima ancora in quello del 2009. La dorsale appenninica centro-meridionale diviene così un laboratorio di nuove forme di espressione culturale, di collettivi in cui giovani studiosi e attivisti ricostruiscono con minuziosità gli effetti che la destrutturazione del sisma ha determinato nei vissuti comunitari, nel senso di appartenenza locale, come accade nel caso del Collettivo Emidio di Treviri impegnato nell’area del cratere 2016 (Lazio, Abruzzo), o nell’esperienza marchigiana di C.A.S.A. (Cosa Accade Se Abitiamo) nell’area dei Monti Sibillini dove un’associazione ha dato vita a un processo di mappatura e riformulazione della proposta turistica del territorio che si è poi tradotta nella progettazione critica e creativa della tappa locale del Festival del Turismo Sostenibile IT.A.CÁ.

Sono numerosi gli esempi di innovazione sociale e culturale in agricoltura che si sono diffusi negli ultimi anni in Molise, con associazioni come Liberi di Essere – Officina Creattiva o con esperienze di agricoltura sociale come Fattoria Griot che associano nuova ruralità e inclusione culturale o ancora le azioni di animazione culturale e di esperienza profonda del territorio proposte nel quadro della Riserva MaB di Collemeluccio-Montedimezzo.

Il lavoro culturale si caratterizza come una potente leva di ricostruzione del senso di appartenenza e di impegno in favore delle aree più fragili e spopolate e in una opportunità per pensare e progettare nuove forme di animazione culturale dei territori e delle comunità. Non a caso è proprio al patrimonio culturale e alle attività creative e artistiche che si sta adesso cercando di dare consistenza e struttura attraverso i diversi bandi dedicati del PNRR dei quali dei quali fanno parte, tra gli altri il Piano Strategico Grandi Attrattori e il Piano Nazionale Borghi volti sia a puntuali e importanti interventi di tutela, valorizzazione e promozione culturale di alcuni luoghi e patrimoni eccellenti, sia alla progettazione di azioni di ampio respiro su piccoli comuni o aggregati di comuni volti alla loro rigenerazione socio-culturale.

Dal quadro complessivo delle azioni e misure delineate emerge un’azione centrata su progetti pilota, in buona sostanza puntiformi, connessi a poche, selezionatissime località, una retorica delle eccellenze che è parte essa stessa del discorso neo-liberista in materia di cultura e sviluppo locale accanto al continuo richiamo al fare presto, alla velocità e immediata disponibilità di progetti preconfezionati che è divenuta ormai parte integrante di una certa comunicazione e prassi politica. Tutto ciò rischia di andare a detrimento di quel processo di condivisione e co-progettazione che pure viene tanto evocato nel discorso politico corrente, rendendo il continuo richiamo ai processi partecipativi alla governance dello sviluppo locale poco più che una etichetta da apporre su progetti sostanzialmente imposti dall’alto.

È necessario, al contrario, ripensare lo sviluppo locale, riconsiderare le linee produttive e dove direzionare il supporto delle politiche ai territori: se verso la grande e media agroindustria, come si è fatto sinora, oppure verso le piccole aziende agro-pastorali attente alle biodiversità locali e al loro portato di cultura materiale o i laboratori artigianali che lavorano in modo eco-sostenibile le materie prime locali (latte, carni, ortaggi, legumi, cereali, lana e altre fibre). È necessario scegliere tra modelli urbani di offerta culturale e proposte innovative e in sintonia con le sollecitazioni che vengono dalla realtà locale, dai vecchi e nuovi abitanti delle campagne, delle montagne e delle aree meno battute del nostro Paese.

Ad Amatrice e dintorni, in uno degli epicentri del devastante terremoto 2016, dove ho il privilegio e la responsabilità di svolgere una ricerca etnografica da qualche tempo, in mezzo alle molte difficoltà e ritardi della ricostruzione, le esperienze più interessanti di ritorno e ricostruzione di legami al territorio e alla comunità locale stanno venendo da alcune esperienze associative in larga parte basate sulla proposta di attività culturali (Bindi 2020). Sono le straordinarie proposte creative di ceramica e di lana della Casa delle donne di Amatrice e Frazioni che con ostinazione hanno ritessuto intorno allo spazio SAE ad esse affidato una rete di presenze, spunti e progetti di grande rilievo, ma soprattutto di capillare presidio territoriale. Sono le iniziative spontanee di incontro e di festa messe insieme dalle associazioni della frazione di Configno e dalle associazioni che a quella frazione fanno capo o ancora il persistere di un gruppo di amici e scout che animano la socialità di Capricchia con occasioni costanti di incontro e con una preziosa e intensa capacità di accoglienza. Sono l’insieme delle attività poste in atto dal Coordinamento Transumanza che raccoglie l’attività e gli spunti di molte associazioni e realtà private e pubbliche diverse al fine di ridare ad un territorio così ferito ragioni per tornare e restare, motivi per riconoscersi nuovamente negli spazi mutati dalla catastrofe, luoghi nuovamente abitabili perché ritrovati e riempiti ancora una volta di persone, di immagini e narrazioni. Sono i cammini – quello delle Terre Mutate, i sentieri recuperati dal CAI con l’approfondimento conoscitivo degli antichi stazzi della pastorizia transumante e le memorie del pastoralismo, o ancora i progetti di recupero e ricostruzione condivisa tra popolazione locale e visitatori degli antichi muretti a secco proposti dall’Associazione Laga Insieme - che si fanno occasione di ritorno e di innovazione in una feconda circolarità che è ciò che garantisce a una collettività locale di rinnovare il patto di cittadinanza attiva e di appartenenza responsabile a un territorio.

Scrive nella sua raccolta di poesie La terza geografia il giovane poeta, agronomo e attivista Carmine Valentino Mosesso (2021), parlando dei piccoli paesi come il suo, Castel del Giudice, minuscola e competente comunità dell’Alto Molise:

Deve esserci qualcosa di impensato
a tenerli così mutevolmente vivi,
il talento di qualche dio locale
delegato a rianimarli.

Come etnografa dei luoghi appartati e periferici, delle aree fragili dell’Appennino mi ritengo impegnata in una restituzione delle mie ricerche che possa anche funzionare da occasione di ripensamento e di progettazione per le comunità con cui lavoro: comunità che nonostante il logorío dello spopolamento e delle ferite cui sono state esposte da secoli mantengono una loro sorprendente vivacità, una riserva di desideri che non possiamo lasciare inascoltati.

BIBLIOGRAFIA 

Bindi L. (a cura) (2020). Le vie della transumanza. Un patrimonio bio-culturale per la rigenerazione territoriale, Palladino Editore, Campobasso.

di Letizia Bindi* (da orticalab.it)

* Letizia Bindi è Direttrice del Centro BIOCULT - sul patrimonio bio-culturale e lo sviluppo locale - all’Università degli Studi del Molise, insegna Antropologia Culturale e Sociale. È stata Visiting Scholar in varie Università europee in Spagna, Francia, Polonia, Emirati Arabi. È membro delle maggiori società di studi antropologici italiane, europee e americane e partecipa ai Comitati Editoriali di numerose riviste scientifiche e collane di studi demo-etno-antropologici. QUI trovate la sua intervista.

Back

territorio