La notte di San Giovanni

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Incantamenti e devozione popolare a Campobasso e dintorni

di Giovanni Mascia 

25 giugno 2020

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Notte di San Giovanni. Notte di magia e di mistero, così prossima al solstizio d’estate. Lo scenario disegnato da Giuseppe Altobello è quello giusto. Gli occhi restano abbagliati dallo sfavillio delle stelle in cielo e delle lucciole in terra:

Me fanne mo chist’uocchie palummelle

tanta ch’è lumenosa chesta notta

ch’abbaglia e ceca pe le tanta stelle,

sempe cchiù lustre quante cchiù z’annotta,

pe tutte chelle luccele-cappelle

che cu lu fuoche sègnene la rotte

e parene vampate de puzelle

sfuìte da na sciamma che le scotta.

Notte di streghe, di cavalli che parlano, di tesori che affiorano dai nascondigli, di felce che fiorisce e sfiorisce in poche ore, di acqua mutata in vino, di voci lamentevoli che giungono dalle viscere delle montagne, di torce accese che si vedono girare attorno ai campanili prima di svanire...

Notte d’incantamenti. Le ragazze affidano i loro desideri ai fiori violacei dei cardi, prima recisi e bruciacchiati alla fiammella di una candela benedetta e, poi, lasciati alla guazza miracolosa della notte. Al mattino dopo, dai cardi di nuovo in fiore, sapranno se e quali desideri si avvereranno. Ma le ragazze potranno tirare le sorti anche decifrando la forma assunta dal bianco dell’uovo lasciato cadere in un bicchiere d’acqua la sera innanzi. Lo ricorda Nina Guerrizio, di come la giovane per paura di rimanere zitella,

bruscia buone le carde che sciuriva

e messa l’acqua nzieme che na chiara

la caccia a lu serine, ent’au becchiere.

E di come poi, comunque vadano le cose,

ze cunzola pensanne che nn’è sciute

lu taute [la bara] che quatte candeliere.

Notte di giuramenti antichi. Notte del comparatico. Notte del “San Giuuanne”, che è legame morale ancora fortissimo, e comunque impossibile da recidere se non in modo sacrilego. Sempre ben tenendo presente che

Vè prjme u Curps Dòmmene e dope San Giuuanne 

(Viene prima il Corpus Domini e dopo San Giovanni).

Il significato recondito del proverbio va oltre l’apparente banalità della festività del Corpus Domini che precede sempre quella di San Giovanni, analogamente alla figura di Cristo che precede per importanza quella di San Giovanni. No, il proverbio si ripete per dire che il mangiare viene prima di ogni cosa. Cioè prima provvediamo al “corpo” (Corpus Domini) e poi al resto, per esempio alle convenienze sociali, in questo caso esemplificate nel legame del comparatico. Insomma, un po’ come dire Prima i denti / e poi i parenti.

Del resto, per dare ascolto, si può anche dare ascolto all’invito di andare finalmente a dormire:

Iàmece a llite cu Ccriste

e ccu San Giuuanne Bbattiste;

cu tutte i Sante ‘n cumpagnie,

cu Ggésu e ccu Marie.

Tanto, si dormirà poco e male, nell’attesa ansiosa del mattino. Nei paesi che si affacciano sul mare, in ansia per il momento in cui il sole sorgerà dalle onde: nel disco del sole si vedrà allora il volto di San Giovanni che si lava in una conca d’oro, o anche il suo capo grondante sangue. Nei paesi dell’entroterra molisano, invece, in ansia per il momento in cui la stessa visione si specchierà nelle acque dei fiumi, sul far dell’alba.

Come la notte, anche il giorno di San Giovanni è pregno di connotati magici. La circostanza, molto remota, che in questo giorno vengano a cadere anche i festeggiamenti del Corpus Domini (qualora la Pasqua sia caduta il 25 aprile, festa di San Marco), è guardata con terrore, e con una punta di divertimento, se si deve dar credito alla vecchia profezia in latino medievale:

Quando Marcus Pascha dabit

et Johannes Coenam dabit,

totus mundus conquassabit.

(Quando la Pasqua cadrà il 25 aprile (san Marco)

e il Corpus Domini (Coena Domini) il 24 giugno (san Giovanni Battista)

tutto il mondo andrà in rovina).

Preso atto che non si ripeterà prima del 2038, c’è da considerare che in tempi a noi relativamente vicini la circostanza si è verificata nella tragica primavera del 1943, quando si avverò in pieno l’antica profezia, con i milioni di morti provocati dalla II Guerra Mondiale.

Sì, perché le forze magiche che agiscono a San Giovanni possono esercitarsi anche in senso malefico. Specie nei confronti di chi non osserva il precetto del riposo festivo. A Campobasso e dintorni si racconta ancora di una contadina che, incurante della ricorrenza sacra, si accinse comunque a impastare il pane. E ne fu impedita dalla vista raccapricciante dell’acqua mutata in sangue, al contatto con la farina. Così, a Toro, la visione di una mano sanguinante, con il mignolo mozzato, apparsa e rimasta indelebilmente impressa su una lastra di vetro del balcone, terrorizzò la padrona di casa, convincendola che non era quello del Santo il giorno per le grandi pulizie.

Certo è che la devozione verso il Santo miracoloso resta ancora viva. Specie nei campobassani, che si riversano in massa ai piedi della statua di Paolo Saverio Di Zinno nel Convento di San Giovanni dei Gelsi, il giorno della festa. Per gozzovigliare sì, secondo la censura discreta di Giuseppe Altobello, ma anche per ribadire il loro attaccamento al Santo, la cui potenza taumaturgica è ribadita nelle parole della formula evangelica (Matteo, XI, 11), incisa sulla lapide posta sulla facciata del sacro tempio:

Inter natos mulierum non surrexit major

Joanne Baptista 

(Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista).

È lui, il santo che vigilerà sulla imminente mietitura:

Chesta è nuttata de devuzijone

e quanne z’è appusata l’ammuina

che fa lu magna-magna mbrijacone

nu iame a san Giuanne che destina,

se vo, de farce chine lu cascione

a la metènna che ce sta vecina.

Turillo Tucci, da parte sua, è molto più severo: mette in bocca alla popolana Cenza Pezzanera e alla comare Carmela Cinchesacche critiche feroci all’indirizzo dei concittadini che si danno alla crapula, cioè a “le peparuole fritte, ru baccalà, la scupecia e le nucelle”, per non dire di “l’allucche, l’ammuina che fanne chill’àute mmaleditte che vìnnene la rrobba”, senza alcun rispetto per la sacralità del luogo e del vicino camposanto. Le critiche delle due popolane si spingono fino a chiamare “Assassini, anemale selvagge”, i concittadini che “‘gni anne vanne a rapì ru ‘nferne ‘nnanz’a ru campesante”. Secondo loro due (siamo nel 1954), “so’ funite chille tiempe quanne ze calave llà basce sulamente pe la devuziona a ru Sante”.

Ma sono mai esistiti quei tempi, quando si calava da Campobasso o si saliva dai paesi vicini spinti solo dalla devozione per il santo, e per implorarne la protezione nell’emblema del cappellino di paglia con il nastrino purpureo a ciocca di ciliegia, tanto desiderato da bambini e bambine? Giuseppe Altobello, che scriveva alcuni decenni prima di Turillo Tucci, si trovava anch’egli a denunziare “l’ammuina che fa lu magna-magna ubrjiacone”. Senza che ciò gl’impedisse di rilevare la devozione che a quell’ “ammuina” si accompagnava. Chissà. Non sarà proprio nel connubio evidenziato dall’Altobello il segreto della gran presa che la festa di San Giovanni continua ad avere sul popolo di Campobasso e dintorni?

(Articolo pubblicato il 24 giugno 1993 sulla pagina molisana del «Roma» di Napoli)

di Giovanni Mascia 

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