L’archeologia oggi, massimo interesse e massimo pericolo

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L’economia capitalista ha portato ad un’intensificazione delle trasformazioni territoriali con conseguenze sul patrimonio archeologico

di Francesco Manfredi-Selvaggi (da ilbenecomune.it)

28 maggio 2020

La scoperta dell’antichità ha due secoli così come si può far risalire a 200 anni fa l’inizio dell’economia capitalista, finito il feudalesimo che è retaggio del medioevo. Essa ha portato ad un’intensificazione delle trasformazioni territoriali con conseguenze sul patrimonio archeologico. 

L’età contemporanea la si fa iniziare nel 1789, l’anno della Rivoluzione Francese, data che possiamo considerare anche quella in cui matura l’interesse per l’archeologia. In verità l’Accademia Ercolanense viene fondata nel 1713 ma allora tutta l’attenzione è concentrata sugli scavi di questo sito e di quello prossimo di Pompei e non estesa ancora all’intero patrimonio archeologico. 

Solo in seguito, e progressivamente gli studiosi vengono ad occuparsi dell’insieme delle testimonianze antiche. Da due secoli e mezzo a questa parte passi notevoli sono stati fatti in questo campo e, però, nello stesso tempo tale periodo è quello in cui si è avuta la distruzione di tanti resti di epoca remota, superiore a quella che si era avuta in precedenza. 

La causa è, di certo, la modernizzazione della struttura economica con la crescita, specie dopo la II guerra mondiale, dei centri urbani maggiori e di ciò che si chiama lo sprawl, cioè la diffusione delle costruzioni in campagna. C’è, poi, il problema delle attività produttive e del traffico automobilistico che provocano l’inquinamento dell’aria con le polveri e gli agenti nocivi che si depositano sui ruderi (l’anfiteatro di Larino è vicinissimo alla tangenziale che collega con la Bifernina).

 I fattori che abbiamo appena elencato, capaci di alterare le permanenze di età antica sono di tipo antropico e sono caratteristici dell’era che viviamo, ma a manomettere l’eredità archeologica concorrono pure quelli di origine naturale. Tra questi vi sono le piene dei fiumi le quali determinano il crollo dei ponti come quello sul torrente Teverone in agro di Tufara di età romana; è il caso, a proposito di questa opera, di evidenziare che pur essendo da sempre a vista una delle sue spalle non è stata in passato ritenuta meritevole di approfondimenti storici invece condotti una decina di anni fa dal prof. G. De Benedittis, a conferma di quanto detto sopra circa il maggior impegno profuso negli studi sull’antichità nella fase attuale. In genere, l’uomo e la natura sono alleati nel danneggiamento dei beni culturali. 

Si prenda il tema del reinselvatichimento dei terreni collinari il quale è dovuto al calo demografico con l’abbandono dell’agricoltura, specie in montagna; esso ha portato alla crescita della vegetazione in seno alle aree archeologiche di altura, di Montevairano e di Gerione, processo che è cominciato tanto tempo fa, non addebitabile sicuramente solo alla civiltà odierna. Queste due importanti emergenze sono rimaste per secoli nascoste, coperte dalle piante e scoperte nel senso letterale del termine, scoperchiate, pochi decenni addietro e ciò, per inciso, è una prova di quanto affermato prima, cioè che le ricerche sull’archeologia hanno una datazione recente. 

Si è detto di ciò che è successo sui rilievi e adesso ci spostiamo nel piano che è il terreno prediletto per gli insediamenti dei Romani senza prima specificare quanto segue: i Sanniti si installarono dove il suolo si eleva, erigendo ad altitudini significative i recinti fortificati che, però, essendo luoghi in cui rifugiarsi nei momenti di pericolo non contenevano all’interno né residenze stabili né attrezzature civili, e, pertanto, non hanno sofferto particolarmente della invasione di essenze vegetali dentro il perimetro murario il quale, a sua volta, per la possanza che lo contraddistingue non può essere scalfito dalle radici degli alberi (ad esempio quello di monte Ferrante a Carovilli). 

Nella pianura amata da Roma alla caduta dell’Impero si ha una ritrazione della popolazione che non era più capace di controllare il deflusso delle acque il quale provocava impaludamenti. Ciò ha causato lo svuotamento di una intera città, Altilia, fatto davvero singolare se si considera che nell’idea stessa di città è contenuto il concetto di permanenza, centro che non si è più ripreso dal declino a differenza di quanto è successo alle altre presenze romane in territorio sannita. 

Tale perdita di un impianto urbanistico di così consistente pregio per le sue ampie superfici pubbliche, i percorsi, il foro lastricati, attrezzature collettive, il teatro e la basilica, tipologia architettonica rivelatasi idonea pure per le chiese, basiliche appunto, si è rivelata, vista con gli occhi di oggi, un danno, anche se Saepinum è ancora una delle località di valenza culturale più significative della regione. Di Boiano, Venafro, Isernia, Trivento, Larino, aventi una uguale origine, non ci rimangono che la rete viaria sempre regolare, a scacchiera in prevalenza, ma anche a spina di pesce, di influenza greca (cardi e decumano), che è obbligata per il capoluogo pentro essendo disposto su una dorsale. 

Nelle fasce pianeggianti si è avuto il più intenso sviluppo, ovunque per cui anche qui da noi, nell’ultimo mezzo secolo che ha portato alla cancellazione delle tracce delle civilizzazioni che si sono succedute nelle nostre zone per far spazio allo sviluppo insediativo e alla localizzazione di stabilimenti lavorativi tanto che nella cittadina matesina capitale del Sannio Pentro non si sa neanche dove fosse ubicata la piazza del Municipio e neppure il rinvenimento abbastanza recente della strada di fattura imperiale ci permette, in quanto è venuto alla luce un piccolo tratto, di capire quale dovesse essere, visto il suo andamento, la planimetria urbica. 

Tale ritrovamento è stato del tutto casuale essendo riemerso il tracciato viario durante gli scavi per la sistemazione idraulica lungo il Calderari: la citazione di questo episodio è funzionale al ragionamento che si propone che è che tante delle novità archeologiche non derivano da indagini programmate a tavolino, bensì da subitanee riemersioni di “oggetti” sepolti, non previste. 

 

Quando all’inizio si è riconosciuto che l’archeologia ha fatto notevoli passi in avanti ora e nei due secoli precedenti non si è specificato, e lo facciamo adesso, che ciò è dipeso, da un lato, dall’incremento della voglia di conoscenza del passato, da una crescita dello spirito critico (lo storicismo crociano) finalizzato alla comprensione delle radici della società contemporanea, e, dall’altro lato, all’impiego di mezzi d’opera nei lavori edili e stradali capaci di sconvolgere il sottosuolo con ciò che il tempo vi ha in esso custodito, ma anche di far venir fuori con il movimentare grandi volumi di terra quanto è sepolto al di sotto della coltre superficiale (le ville romane a Pietrabbondante e a S. Pietro Avellana nell’esecuzione di un metanodotto, il Cavaliere di S. Biase nella realizzazione di un’arteria viaria e così via). Ciò che connota negativamente, è paradossale, anche per gli effetti dannosi sull’eredità culturale che viviamo, cioè la spinta trasformazione del territorio, può essere letto, talvolta, positivamente.

di Francesco Manfredi-Selvaggi (da ilbenecomune.it)

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