I Sanniti e Roma: rivedere la storia

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«Quando a Monte Vairano ci si curava col medico, a Roma ricorrevano al mago»

di Pino Miscione (da telegra.ph – 18.03.18)

13 gennaio 2020

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Montani atque agresti (LIV., Ab Urb. cond. IX,13). Questi erano i Sanniti: rozzi montanari che avevano in disprezzo la gente delle campagne e si tenevano lontani dal mare, rifiutando i commerci. Sarà vero?

La storia, come si sa, la scrivono i vincitori. Tito Livio, storico romano vissuto a cavallo del I sec. a.C. e il I d.C., ci ha lasciato questa descrizione di questo fiero e valoroso popolo, che combattè per oltre un secolo contro la nascente potenza romana per contendersi il predominio sulla Penisola. Samnites, gens fortissima Italiæ (PLIN., Nat. hist. III,106): guerrieri impavidi, ma di costumi rozzi e usanze semibarbare. Le fonti latine ci riportano addirittura che i sacerdoti sanniti spingevano i giovani guerrieri del loro popolo alla vittoria a tutti i costi, pena il loro sacrificio sull’altare. Nessuno storico contemporaneo prende oramai sul serio queste notizie storiche di parte; eppure, essendo la parte che vinse in modo inoppugnabile, fino a cancellare le tracce del popolo sconfitto quasi del tutto, esse hanno concorso ad alimentare questa vera e propria “leggenda nera”. Ma non tutto andò perduto.

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in una trasmissione televisiva (vd. link nella “Bibliografia”), mandata in onda da una Tv locale, in cui Gianfranco De Benedittis, archeologo e docente dell’UniMol, illustrava i risultati di quarant’anni di scavi, portati avanti nella località di Monte Vairano, nel comune di Busso, a pochi chilometri dal capoluogo di regione, Campobasso. Nel VI-IV sec. a.C., questa montagna, ora interamente ricoperta di boschi, venne strutturata urbanisticamente. Lo scavo archeologico ha riguardato solo una minima parte (2% circa) di un’area complessiva di 40-50 ettari, delimitata da mura per circa 3 chilometri, nelle quali si aprivano tre porte, che fanno di questo antico insediamento urbano il maggiore del Sannio pentro. Il sito di Monte Vairano, però, è del tutto eccezionale: per la prima volta disponiamo di rilevanze archeologiche relative a una città sannita mai romanizzata, come invece abbiamo ad esempio nei casi di Bovianum, Sæpinum, Æsernia. Difatti, quei resti riportati alla luce dopo oltre duemila anni, ci raccontano che questa città venne rasa al suolo, incendiata e mai più ricostruita, verosimilmente dal dittatore romano Lucio Cornelio Silla, nel corso della Guerra Sociale (91-88 a.C.). Lo storico latino Giulio Floro ci riporta che in quel periodo nel Sannio vi furono devastazioni superiori a quelle provocate da Pirro e da Annibale (Epit., I,11,8), mentre Strabone ci parla di un territorio praticamente irriconoscibile per i danni subiti (Geogr. V,4,11). Il sito di Monte Vairano potrebbe probabilmente celare l’antica Aquilonia, nota dalle fonti per una battaglia ivi vinta dai Romani nel 293 a.C. (LIV., Ab Urb. cond. X,44;) – così la pensa Adriano La Regina[1] – o, seguendo Strabone, la città di Panna (o Pauna) [Geogr. V,4,11]. Alla luce delle conoscenze attuali, è però ancora prematuro dare un nome certo alla città riscoperta tra i boschi di Monte Vairano.

Lo scavo archeologico è stato in gran parte finanziato dalla Banca Popolare delle Province Molisane, con un contributo della Fondazione Roma “Terzo Pilastro”, quale “indennizzo” – ha voluto rimarcare con ironia il Presidente della Banca molisana Luigi Sansone – per le distruzioni operate da Silla. Monte Vairano, distruzione oblio rinascita è il titolo di un libro, di cui è autore il già citato archeologo campobassano, uscito da pochi mesi, che presenta lo status quæstionis, alla luce delle ultime prospezioni archeologiche.

Diamo la parola al professor De Benedittis: 

«Monte Vairano è l’unica città in cui riusciamo a cogliere il modo di vivere di questa popolazione, e la qualità e il livello culturale di questo popolo, perché lo tocchiamo con mano. Si tratta di una cultura molto evoluta: ritroviamo il medico, l’architetto, il flautista, l’astronomo, come pure abbiamo tutte quelle attività minori, quali il ceramista, il barbiere, che ritroviamo in una città completa; le strade che abbiamo riportato alla luce hanno una larghezza superiore a quella delle città romane coeve: Pompei, Sæpinum. Si tratta di una cultura certamente perdente, volutamente cancellata. È subentrata, dopo la distruzione operata da Roma, una vera e propria damnatio memoriæ.

Ciò che di negativo, di primitivo, di barbaro ci viene tramandato dalle fonti latine – come ad esempio i sacrifici umani di cui abbiamo detto –, serviva ad esaltare le capacità belliche dei Romani. Ed invece lo scavo archeologico ci ha riportato che il popolo dei Sanniti aveva rapporti con tutto il Mediterraneo; abbiamo infatti ritrovato un centinaio di anfore rodie e di altra provenienza: Tunisia, Dalmazia, Spagna e Francia (Massilia). Ritroviamo monete coniate nelle città bagnate dal Mar Nero, in Grecia (Pharos, Thasos), Dalmazia, Epiro (Apollonia), Spagna (Ebusus) e Tunisia, le quali ci permettono di comprendere che la loro era una partecipazione diretta e attiva ai grandi commerci che si svolgevano nel Mediterraneo. Non odiavano il mare, come spesso si ripete, ma erano aperti a tutte le civiltà più vicine. Sappiamo inoltre dello stretto legame che li univa alle popolazioni della Magna Grecia, e in particolare dello speciale vincolo con Taranto, la cosiddetta συγγένεια (consanguineità, fratellanza). Parlavano una loro lingua, l’osco, il “sannitico”.

Abbiamo elementi in quantità necessaria perché si possa descrivere quale fosse la loro vita quotidiana: le loro case erano abitate da nuclei familiari in cui la donna era legata al telaio. Il tessuto urbano disponeva di ampi spazi produttivi, per la produzione della ceramica, ad esempio; esistevano poi i mercati del lusso ed altri spazi consimili.

Occorre rivedere la loro storia, sotto tutti i suoi aspetti. Questa civiltà durò fino a quando i Romani decisero di cancellare dalla memoria storica i Sanniti: nel I sec. a.C., a conclusione della Guerra Sociale, essi distrussero le case nonché tutti quegli elementi che avrebbero potuto permettere alla città di sopravvivere: acquedotti e strade. La città morì, scomparve, per cui non si riesce, allo stato dei fatti, a riconoscerne il nome. Si trattò di una distruzione terribile; e tuttavia, sotto due metri di terra, abbiamo ritrovato una città “intatta” nella sua maglia urbanistica, ancorché distrutta; potremmo dire che qui riscontriamo una situazione “congelata”: le tegole delle case, che qui noi abbiamo disposto a formare dei castelletti, vogliono significare il livello di distruzione qui avvenuto.

Le capacità economiche di questa popolazione sono date dalla loro capacità commerciale, in particolare legate a due prodotti fondamentali, la lana e il cuoio. Questa attitudine ad intraprendere commerci permetteva loro di disporre delle possibilità economiche per essere una potenza militare, in grado di confrontarsi con Roma. Che disponessero di ingenti fonti lo si evince anche dal fatto che il loro santuario più importante, Pietrabbondante, presenta una qualità artistica elevatissima. Noi parliamo di pastorizia pensando ai poveri pastori montanari, ma dietro il pastore c’è il proprietario terriero, che è colui che ha il denaro, che si può permettere di costruire il tempio a Pietrabbondante, come pure fare la guerra contro Roma. Ecco, questi sono i Sanniti.

Abbiamo detto delle professioni “nobili”: architetto, musicista, urbanista, medico. Dietro tutto questo c’è una filosofia della vita che lascia trasparire lo stretto rapporto con Taranto e con la filosofia pitagorica. I Sanniti sono sempre stati descritti come eredi degli Spartani, compresa la loro concezione “filosofica” che prevede il mito della scienza. Quando noi parliamo di “medico” a Monte Vairano, parliamo del II secolo a.C., quando a Roma il medico non c’era, poiché a Roma si praticava il tempio, dove c’era la magia, il sacro che doveva curare. A Monte Vairano è il medico che cura. L’architetto è un matematico, la musica è matematica, tutti aspetti fondamentali della filosofia pitagorica, che i Sanniti conoscono bene perché avevano ottimi rapporti con Taranto. Ovviamente, per forza di cose, la biblioteca di Monte Vairano non c’è, non l’abbiamo ancora ritrovata, perché l’esplorazione archeologica ha riguardato una minima parte del sito.

Cicerone ci racconta (Cato maior de sen.XII,41) dell’incontro, proprio a Taranto (intorno al 388-387 a.C.), fra Platone, Archita di Taranto e Gaio Ponzio Telesino – un filosofo, quest’ultimo, proveniente dal Sannio –;  si dettero convegno nella città ionica per discutere “della virtù e del piacere”, argomento di grandissima rilevanza. Ponzio Telesino è un personaggio che conosceva evidentemente benissimo la filosofia del tempo. E ancora: nei cosiddetti “papiri ercolanesi” compaiono due filosofi sanniti, apparenti alla scuola pitagorica, i quali insegnavano la filosofia. Questi elementi ci danno un’idea di questa antica popolazione che è sorprendente, che in verità sconcerta anche me.

I Sanniti avevano una concezione della democrazia, seppure con i limiti di quei tempi. Ci sono sempre stati presentati come popolazioni legate alla transumanza, che vivevano in villaggi sparsi sul territorio; mentre oggi possiamo dire che essi si organizzavano in poche città che governavano il territorio. Ognuna ne amministrava una parte, ogni città aveva cioè la propria amministrazione. Era una forma di democrazia molto aperta: ogni città eleggeva una persona che entrava a fa parte di un grande Consiglio, che decideva la politica internazionale, ad esempio combattere contro Roma. A Monte Vairano vediamo proprio questo aspetto: una città che disponeva di una propria autonomia strutturale, urbanistica, con strade ortogonali di grande qualità, edifici pubblici, ma soprattutto una propria autonomia amministrativa; e soprattutto un concetto della libertà, che purtroppo non è stato evidenziato dalla storiografia romanocentrica, che è stato negato dalle fonti, ma che oggi ritrova la sua verità. I Sanniti combatterono per la libertà, al punto tale che i Romani furono costretti a cancellare questa cultura. Un concetto di democrazia certamente debole, perché in effetti un eccesso di democrazia non li ha aiutati; però è interessante sottolineare che la loro ideologia politica era legata alla democrazia, alla libertà. Questo ai Romani dava fastidio, perché proiettati ormai verso l’Impero: Silla sarà un dittatore, dopo di lui arriverà Cesare, e subito dopo Augusto. Roma ha già in programma di trasformare il proprio impegno nel Mediterraneo secondo certe logiche politiche, che negavano la libertà. Nel mondo romano si passa, in quel periodo, dalla libertas, a quella che io definirei liberalitas; i politici romani andranno incontro ai cittadini con elargizioni, ma non dando loro la libertà. Nei Sanniti, invece, chi portava il cinturone era un cittadino che andava a votare, era il simbolo della libertà che ognuno doveva portare.

Questo è quello che mi esalta di più, come molisano: ridare dignità al passato di questo territorio, che se lo merita. Lo dico da archeologo, perché davvero lo credo. Gli studi storici sono improntati dalla retorica della romanitas; oggi è giusto che la storia sia non la “storia di Roma”, ma sia la “storia”; non dobbiamo divulgare semplicemente ai nostri ragazzi la storia di una civiltà – grande, per carità, perché ha grandissimi meriti –, ma far capire che esiste la storia d’Italia, a cui i Sanniti hanno dato il loro contributo, in quanto popolazione italica a tutti gli effetti.

Da studioso molisano, credo sia necessario far conoscere questi scavi archeologici, al fine di ridare dignità ai Sanniti, il nostro passato, rivedendo l’immagine di quello che eravamo, per dare ai nostri giovani quelle radici forti che oggi mancano e di cui hanno bisogno. Questa terra ha bisogno di sognare. Noi oggi vediamo che si allontanano da questa regione, magari dimenticandola, anche se c’è come un affetto che rimane. Oggi forse noi riusciamo a dare loro anche la forza di andare altrove portando anche il nostro messaggio, quello di una radice forte, come quella dei Sanniti, che hanno da insegnare a parecchia gente: libertà, scienza, futuro».

Mia conclusione:

All’inizio del I sec. a.C., le ultime vestigia di Monte Vairano e del Sannio intero vennero distrutte da un dittatore romano. È probabile che, dopo duemila e passa anni, ci riproveranno ancora. Staremo a vedere come andrà a finire stavolta … 

Bibliografia:

“Millibar”, settimanale di Telemolise, puntata n. 100 del 24 gennaio 2018

AA.VV., Sannio. Pentri e Frentani dal VI al I sec. a.C.. Atti del Convegno, Matrice (CB) 1984

G. DE BENEDITTIS, Monte Vairano. La casa di “LN”. Catalogo della Mostra, Campobasso 1988

G. DE BENEDITTIS, “L’abitato di Monte Vairano”, in Samnium. Archeologia del Molise, edd. S. Capini, A. Di Niro. Catalogo della Mostra, Roma 1991, pp. 127-130

F. COARELLI, A. LA REGINA, “Monte Vairano”, in Abruzzo e Molise. Guida archeologica Laterza, Bari 1984, pp. 277-283

[1] A. LA REGINA, “Centri fortificati sannitici”, in Culture Adriatiche Antiche di Abruzzo e Molise, Roma 1978, pp. 401-402; F. COARELLI, A. LA REGINA, “Monte Vairano”, in Abruzzo e Molise. Guida archeologica Laterza, Bari 1984, pp. 277-283.

di Pino Miscione (da telegra.ph – 18.03.18)

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