Poveri

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Il racconto che è valso al giornalista Corrado Sala il primo posto al Premio letterario nazionale "Nicola e Cinzia Di Nezza"

di Corrado Sala - fb

04 giugno 2018

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IL RACCONTO E' QUESTO 

Questo è il racconto che mi è valso il primo posto al Premio letterario nazionale, "Nicola e Cinzia Di Nezza". E' una storia vera, nella quale solo pochissimi tratti sono legati alla fantasia. Soprattutto è la storia di due persone, come tante, passate senza traccia tra milioni e milioni altre, e che nessuno avrebbe mai più ricordato se adesso non fossero qui, nelle mie parole e negli occhi di chi legge. E' una storia che viene dal mio paese, San Martino, e quelli che vedete nella foto sono loro, Leo e Adele, che adesso riposano nella pace dei semplici.

Grazie ad Emiliano Di Tata per la fotografia 

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POVERI

Per molto tempo ho dormito in un sacco. Un sacco legato alla vita, di quelli che servono per stipare il grano o le olive. E mia sorella Adele, che dormiva con me nello stesso letto, ha avuto la stessa sorte. Legata anche lei. Mamma pensava che in quel modo il demonio, e con lui la tentazione, sarebbe rimasto lontano. Almeno sino a quando papà non fosse tornato a casa.

Papà andò via col buio. Dicembre 1912. Mancavano pochi giorni a Natale. Da San Martino alla stazione ferroviaria, una piccola costruzione in mattoni davanti ad un solo binario, occorreva circa un’ora. Papà aveva un carretto e un somaro, e il somaro dormiva con noi. Accanto all’unica stanza che faceva da cucina e camera da letto, c’era una rimessa che faceva da stalla e da bagno. Andare in bagno, semplicemente, significava fare tutto sullo stesso fondo scivoloso utilizzato dal somaro. Papà non aveva nessuno che potesse accompagnarlo quel giorno. Papà non aveva niente. Soltanto noi e il suo somaro. E un carretto composto da quattro tavole che sembravano sfasciarsi ad ogni fosso. E di fossi, allora, ce n’erano tanti. Io mi chiamo Leo, Adele è mia sorella, mamma si chiamava Annina e papà Domenico. Minguccio. Quel giorno papà si svegliò alle tre, un’ora prima del necessario. Non era riuscito a dormire. Al mattino avrebbe lasciato tutto: la fame e la povertà, soprattutto, e quel fetore acre e pungente che era ovunque in casa, che ci impregnava i vestiti logori e sembrava inzupparci anche le ossa. Un terribile fetore di escrementi fermentati che pareva essere diventato parte del nostro stesso respiro. Era come se circolasse nel nostro sangue. Forse per questo motivo tutti ci scansavano, mentre quelli più educati, mossi a compassione, ci salutavano da lontano. L’espressione “puzzano di fame” ha una sua ragione. Quella frase sembrava fosse stata inventata per noi. Papà, però, era stato fortunato. Lui la puzza poteva levarsela di dosso. Per sempre. Maggio 1911. Lo ricordo bene che fu di maggio, perché in campagna c’erano le ciliegie. Io non le avevo mai mangiate. Il nostro era solo un quadrato di terra messo davanti ad una fontanella, a margine di una strada polverosa e maligna. Non avevamo alberi da frutta, salvo un susino, e l’unico sapore di frutta che conoscevo era quello, un sapore asprissimo, perché noi non aspettavamo mai che le susine maturassero. Le mangiavamo acerbe. Le mangiavo per fame, non per piacere. Quel giorno di maggio, però, il contadino del podere accanto, mentre lo guardavo col cesto in mano, oltre il filo spinato, si avvicinò e me ne dette tre. Avevano un sapore che non conoscevo, mai sentito prima. Mi parve il sapore del Paradiso, perché io credo che il Paradiso, se ne esiste uno, deve essere per forza un posto dolcissimo. 

Fu a maggio, dunque, che la vita per papà cominciò a cambiare. Un cugino, emigrato nel 1900 a Saint Louis, in Missouri, nella “Merica”, come noi chiamavamo l’America, gli scrisse. Io una busta “via aerea” non l’avevo mai vista. In realtà credo di non aver mai visto una busta prima di quella. A noi non scriveva mai nessuno. Quel giorno, tuttavia, il postino si fermò proprio davanti casa. “C’è una lettera per Domenico” - disse. “Una lettera, per Minguccio, e chi scrive?” - rispose mia madre uscendo da dietro un lenzuolo steso sopra un filo legato tra l’anello a muro per il somaro e un palo di legno. Un lenzuolo marrone, che un tempo era bianco, lavato con un po’ di calce e d’acqua dentro un catino che aveva perso tutto il suo smalto. “Vieni alla Merica – c’era scritto - qui puoi lavorare e spedire i soldi a casa”. A quel tempo, in America, cercavano muratori, e gli italiani erano considerati bravissimi in questo mestiere. Papà era un contadino, ma avrebbe imparato. Mastri italiani, alla Merica, ce n’erano. Davanti a noi, ad esempio, abita ancora oggi un signore che andò in America dopo papà, a New York, nel 1919. Era talmente bravo che lo chiamavano “seicento mattoni”, perché era l’unico che in un solo giorno riusciva a metterne in posa una quantità così grande. In realtà si chiamava Pasqualino e fu quello che, molti anni dopo, mi disse la verità. Quel giorno di dicembre del 1912, però, io sapevo solo una cosa: papà se ne andava e sarebbe stato molto tempo lontano. Ci avrebbe spedito i dollari dalla Merica e poi, da vecchio, lo avremmo visto tornare. Sbucare all’angolo tra via Marina e via Stella e avvicinarsi finalmente a casa per consumare l’ultimo tempo che l’Eterno Padre gli aveva messo da parte. “Vieni alla Merica”, c’era scritto sul foglio piegato dentro a quella busta azzurrognola col perimetro inframezzato da piccole righe colorate e con la scritta “Air Mail” stampata in blu. Mi ricordo ancora il francobollo. C’era una statua con una corona in testa e una torcia in mano. Ma io non ho mai saputo la statua di quale santo fosse.

Alle tre del mattino papà si alzò. Andò a pisciare nella stalla, al buio. Poi accese la candela. Ai piedi del letto c’era un bagaglio dalle fibbie arrugginite e stretto in mezzo da una corda. Dentro poche cose: un pantalone rattoppato più volte, due camicie, un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Non c’erano mutande. Le mutande mio padre non le aveva, e del resto nemmeno io, nemmeno Adele e nemmeno mamma. Quando loro avevano il “mese”, quell’odore acre di escrementi diventava con le mestruazioni ancora più pungente. Era come se diventasse una pittura oleosa spalmata su ogni cosa. La fame puzza; è per questo che puzzano anche i poveri. Di quel giorno ricordo la luce della candela e il volto di mamma rigato di lacrime. Papà aveva venticinque anni e mamma solo ventitré ma sulla pelle del viso il sole le aveva scavato quel genere di rughe che non appartengono al tempo ma alla fatica. Mamma si alzò e andò nella stalla, a pisciare anche lei, poi tornò nell’unica stanza dove io e Adele, nello stesso letto, facevamo finta di dormire. Io avevo sei anni, Adele cinque. Mise a scaldare dell’acqua sopra i ceppi accesi e ci buttò dentro della cicoria secca. Era quello il nostro caffè, e lo fu per tanto tempo, perché noi siamo stati sempre poveri. In quel pentolino cascarono anche le su lacrime e quando si sedettero, per l’ultima volta l’uno difronte all’altra, non si dissero nulla. Mamma piangeva col rosario in tasca, poi si asciugò gli occhi e aprì la mano: stringeva venti lire. Era tutto quello che aveva e che nel tempo era risuscita a mettere da parte. “Prendile – disse – ti serviranno”. Papà si alzò, fece il giro di mezzo tavolo e le mise una mano sul fazzoletto che le stringeva i capelli. Forse voleva dirle qualcosa, ma non riuscì a dire nulla, solo a farle quella strana carezza sul capo. Fuori, sulla strada, non c’era ancora nessuno. Faceva freddo, papà si calò bene il cappello sulla testa, poi alzò il bavero della giacca (papà non aveva un cappotto) e tirò fuori il somaro dalla stalla. Il nostro somaro si chiamava Pietro, nome che in dialetto diventava soltanto “Pieee …”, con quelle “e” attaccate le une alle altre che diminuivano o aumentavano a seconda della perentorietà dell’ordine e del comando. Il dialogo tra un uomo è un animale è una cosa assolutamente individuale e quello con un somaro ancora di più. Sembra una frase scontata, ma non lo è: mio padre e Pietro si capivano a volo. Così quella mattina, quando mio padre entrato nuovamente nella stalla chiamo: “Piè!” - con una sola “e” - e Pietro scosse la testa come per dire “no”, non andare. E pure, docilmente, come sempre, si fece legare al carretto. Mio padre ci mise sopra la vecchia valigia, si girò senza abbracciare mia madre, appoggiò il piede sopra un pedale di ferro e salì. “Appena mi sono sistemato ti spedisco soldi e notizie” – le disse. “Non dimenticarti della campagna. Con quella ci mangiate e vi scaldate.” Ci alzammo anche io e Adele. Papà scese dal carretto e mise una mano sulla testa anche a noi, come aveva fatto con mamma. Volevo abbracciarlo, ma in quel tempo non c’era spazio per i sentimenti. Papà risalì sul carretto, poi toccò leggermente Pietro con le redini, il carretto emise un cigolio sinistro che pareva un pianto soffocato e se ne andò. Mancavano pochi giorni a Natale. Lo vedemmo allontanarsi come fosse un soldato prima della guerra. Era il 21 dicembre, il giorno più lungo dell’anno e anche quello più lungo della mia vita. Era il 1912 e mio padre non l’avrei più rivisto. Piangevamo tutti quando lo vedemmo curvare col carretto verso via Marina e sparire dietro l’angolo dopo essersi girato un’ultima volta. Da quel momento avrebbe impiegato circa un’ora per raggiungere a meno di cinque chilometri di distanza la piccola stazione dei treni. Ne avrebbe preso uno per Campobasso e poi un altro per Napoli da dove si sarebbe imbarcato per la Merica. Chi lo vide partire, ci disse che mise una mano anche sulla testa di Pietro, dopo averlo legato ad una staccionata insieme al carretto. Poi lo abbracciò al collo e si mise a piangere. Sapeva che non lo avrebbe più rivisto. A quel tempo non c’era spazio per i sentimenti ma di un animale potevi fidarti, non avrebbe mai raccontato la commozione di un uomo.

Di papà non sapemmo più nulla. Passarono i giorni, i mesi e gli anni ma il postino, da noi, non si fermò mai. Mamma recitava ogni sera un rosario per lui, e lo fece sempre. “Io abito ancora qui con te. E’ questa la tua casa” – diceva. Poi, nel 1960, a me venne detta la verità. Quell’anno dalla Merica tornò Pasqualino, “seicento mattoni”, quello che abita difronte casa nostra. Lui era partito nel 1919, sette anni dopo, ma quando arrivò a New York alcuni paesani gli raccontarono la storia. Papà fece quello che fecero in tanti. Scelse un’altra vita, un’altra donna, un’altra famiglia. Mamma e Adele però non lo seppero mai. Gli venne detto che papà morì durante la traversata e che fu gettato in mare. Ma io conosco la verità e ancora adesso, alla sera, quando torno nella stessa casa dove continuo a dormire con Adele, prima di chiudere la porta per la notte guardo l’angolo tra via Marina e via Stella e ripenso a quel giorno di dicembre di molti anni prima. Ripenso a quell’uomo, alla sua disperazione, e mi chiedo quanto abbia pianto nel buio mentre scendeva verso la stazione dei treni. A molto tempo da allora non mi sento di condannarlo. Fuggiva dalla fame e da quell’Inferno dei vivi che, purtroppo, tocca sempre a qualcuno. Io e Adele non ci siamo mai toccati e quei sacchi non sono mai serviti a niente. Abbiamo solo continuato a dormire nello stesso letto e abbiamo continuato ad essere poveri. Tutti i giorni andiamo in campagna e qui, in paese, ci ridono alle spalle per come lo facciamo: io sempre davanti e mia sorella dietro. Come fosse una fila indiana di sole due persone. Io porto la zappa sulle spalle ed entrambi abbiamo il volto cotto dal sole e scavato dalle rughe. Mamma è impazzita di dolore. Se n’è andata pensando che il mare fosse la sua casa, insieme a papà sul fondo. Anche Pietro è morto, quasi subito. Lo trovammo una mattina, disteso su un lato, con gli occhi aperti e la vita che se n’era andata. Dalla Merica, per noi, non arrivò mai un soldo né una lettera. Anche se conoscevo la verità, continuai sempre a dire che papà era morto. Qualche volta a don Giulio, il prete del paese, ho chiesto una messa e lui l’ha detta. Senza pagare, perché noi siamo sempre rimasti poveri.

di Corrado Sala - fb

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