Frosolone: Ritorno dalla Transumanza

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Fenomeno sociale, storico ed economico che ha segnato per molti secoli la vita dei popoli molisani

di Michele Marinaro - fb

24 maggio 2018

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Uno dei più bei canti d’amore della tradizione popolare molisana, ritenuto capracottese, è certamente “Ritorno dalla transumanza”, fenomeno sociale, storico ed economico che ha segnato per molti secoli la vita dei popoli molisani. Le donne e i pastori lo cantavano in primavera, quando gli uomini tornavano in paese dopo i mesi trascorsi al pascolo in Puglia. Le prime tre strofe venivano eseguite dalla voce femminile, a cui replicava la voce maschile. Il canto ha una struttura piuttosto semplice, una melodia lenta e un tono struggente.

Nella storia della transumanza frosolonese occupano un posto preminente le famiglie baronali dei Della Posta e dei D’Alena, ai loro tempi le più ricche e potenti di Frosolone, il cui sostentamento economico derivava prevalentemente dall’allevamento di bestiame. I Della Posta, fin dal 500, ebbero la loro residenza a Frosolone ove, durante la stagione estiva, raccoglievano i loro superbi armenti (si parla complessivamente di oltre 10.000 unità). Abitavano nel quartiere Sant’Angelo e uno dei componenti la famiglia, Scipione Della Posta, proveniente da Roccacinquemiglia (frazione di Castel di Sangro), è descritto come “cittadino facultoso e potente, cavallaro della Regia Dogana di Foggia”.

La Dogana delle pecore di Foggia fu istituita nel 1447 dal re Alfonso V d’Aragona, capostipite del ramo spagnolo aragonese di Napoli, prima a Lucera e subito dopo fu trasferita a Foggia, con un ordinamento che riprendeva, variandolo, quello della dogana spagnola. La dogana regolamentava la cosiddetta "mena" (conduzione) relativamente al settore agricolo, l'allevamento e la transumanza nel Tavoliere delle Puglie e permetteva la riscossione dei proventi derivanti dalla transumanza e dal diritto di pascolo, dai pastori i cui armenti svernavano in Puglia. La dogana assicurava uno dei principali cespiti dell'erario del Regno di Napoli. Fu soppressa durante l'occupazione francese del Regno con una legge promulgata da Giuseppe Bonaparte il 21 maggio 1806 e il palazzo di ubicazione, uno dei più antichi di Foggia, oggi è sede della provincia. L'UNESCO ha eletto il palazzo a "Monumento messaggero della Cultura di Pace" per essere stato, nei secoli, punto di riferimento per i popoli del Mezzogiorno d’Italia. La famiglia D’Alena era originaria di Apricena (FG) e tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, si trasferì a Frosolone. 

Qui divenne economicamente e socialmente preminente già nella metà del 1700, subentrando alla famiglia Della Posta. Donato D’Alena, nato a Frosolone nel 1643 è annoverato tra i maggiori proprietari della Dogana di Foggia. Viveva con la sua famiglia nel palazzo D’Alena, ubicato di fronte all’antica chiesa di San Pietro Apostolo, distrutta dal terremoto del 1805 e non più ricostruita, attuale Largo Vittoria, oggi di proprietà delle famiglie D’Antonio-Marinaro. Il primato della famiglia continuò anche nel secolo successivo. Un documento del 6 giugno 1801 conferma che il Barone D’Alena era il primo contribuente di Frosolone nel versamento della tassa tra benestanti per le Milizie Provinciali. La famiglia D’Alena arrivò a possedere, oltre a numerosi bovini e cavalli, 20.000 pecore. 

Possiamo solo immaginare quale fosse la portata della transumanza di allora con un numero così elevato di armenti. Fino agli anni settanta, con la transumanza della famiglia Cristofaro Carrino, la portata era ancora considerevole e attraversava Frosolone, per salire in montagna, in via Filangieri, accompagnata dallo scampanio a distesa delle campane di tutte le chiese del paese. Allora era tradizione per i frosolonesi vederla passare da sopra la Loggia dei pezzenti. Fino al secolo XVIII l’industria armentizia dominava quindi l’economia frosolonese e l’archivio della Dogana di Foggia conserva una vasta documentazione in merito. Successivamente subentrò l’arte dell’acciaio lavorato, forbici e coltelli. Oggi la transumanza di Frosolone, praticata ancora attraverso i tratturi, unica superstite d’Italia, è sostenuta con costanza, caparbietà e coraggio dalla famiglia Colantuono della frazione di Acquevive, capeggiata da Carmelina, e i capi transumanti sono 300 bovini.

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di Michele Marinaro - fb

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