Sappiamo che storicamente
la festività del Natale ha assunto significati molteplici, dalla celebrazione del
“Sol invictus”, nella cultura classica, al ricordo della nascita di Gesù per la
religione cristiana.
Di fatto in
tutto il mondo, ma soprattutto nella tradizione contadina, l’avvicinarsi di
tale giorno corrispondeva ad un momento intenso di riflessione sulla propria
esistenza per orientarla verso gli affetti domestici e l’intimità familiare.
C’era ancora in modo
particolare la ricerca di un tempo più intenso di solidarietà verso gli altri.
Non dimenticheremo certo
l’educazione alla generosità. Erano soprattutto i docenti delle scuole primarie
a suscitarla anche con le letterine che i bambini leggevano appunto in famiglia
per il pranzo di Natale.
Altro valore associato a
questa festività è stato sempre quello della pace, oggi ancora negata nelle
relazioni interpersonali come in quelle sociali o internazionali.
L’augurio che ci facciamo e
che estendiamo a tutti è che gli uomini possano davvero lavorare per costruire
una società dove il rispetto per i diritti dell’altro, la giustizia e la
capacità di condivisione attraversino finalmente la Terra.
Quella che sogniamo non è
la pace nel senso di assenza di violenza tra le persone, come con
un’interpretazione errata del nostro modo di pensare ha letto erroneamente nei
nostri scritti Alessia Acquistapace; la mitezza infatti non ha per noi la
valenza moderata o negativa che la giovane studentessa dà al termine. Noi
piuttosto ci vediamo la prospettiva di vita che la parola assume nei Vangeli e
nella stessa vita di Gesù Cristo, che non è certo acquiescente di fronte ai
tanti aspetti violenti ed ingiusti della società del suo tempo, ma opera fino
alla croce per portare gli uomini verso l’amore, il solo grande valore capace
di farci superare ogni istinto di egoismo, di sopraffazione e di mancanza di
rispetto per la vita dell’altro, indirizzando l’impegno all’affermazione della
piena dignità di ognuno e di tutti.
Questo atteggiamento
esistenziale attivo e dinamico sogniamo di realizzare in noi e negli altri, ma
siamo anche consapevoli che, proprio perché la non violenza e la pace sono uno
stile di vita da costruire in ogni essere umano, c’è la necessità intorno a noi
di educare gli uomini e le donne nel senso appena precisato, di opporsi a leggi
discriminatorie e spesso violente, ma anche di dotarsi di norme, strutture e
regole capaci di garantire la nascita e la permanenza della pace stessa nella
società e tra i singoli soggetti. La legalità, allora, come rispetto di tali
principi e di leggi costruite democraticamente, diventa il fondamento etico della
società secondo la norma Kantiana dell’uomo misura di tutte le cose, anche se è
chiaro che deve servire a fondare collettività giuste e democratiche in cui i
diritti fondamentali della persona, codificati dall’ONU sessant’anni fa,
possano essere garantiti a tutti.
Non
possiamo pertanto pensare che la pace e la non violenza siano in grado di realizzarsi solo con i
buoni propositi senza difenderci, anche con la dissuasione non violenta e la
rieducazione, da chi non è disponibile a rinunciare alla violazione dei diritti
personali e sociali degli altri. Per questi ultimi poi davvero ci rifiutiamo
d’immaginare qualsiasi forma di priorità, perché il rispetto per la persona in
generale, come quelli specifici per la vita, per la salute, per l’istruzione, per
i beni essenziali alla sussistenza o per altre necessità sono per noi
egualmente da difendere, rispettare e promuovere. Per tale ragione non
riusciamo a fare distinzioni ad esempio tra la violenza sulla persona, sulla
natura o nelle relazioni sociali; la non violenza infatti è, come dicevamo, uno
stile di vita: o lo possediamo come comportamento generale oppure non esiste
affatto.
In sintesi, per essere chiari, l’insicurezza
personale e sociale per chi subisce violenza sessuale non è meno grave per chi muore
sul lavoro o nell’aggressione in una rapina e noi abbiamo il dovere di tutelare
tutti con le leggi.
Certo le
articolazioni analitiche di realizzazione della pace vanno continuamente
studiate in relazione alla società ed ai suoi problemi, cercando le strategie
di azione migliori in relazione al momento storico in cui si vive. Pensare che
le teorie sulla non violenza siano dogmi sarebbe l’errore più grave per chi
deve sempre sforzarsi di vagliarle criticamente e di renderle continuamente
attuali.
Oggi
sembrano davvero lontani tali valori e tradizioni che il Natale per secoli ha
evocato!
Perfino
nella simbologia il presepe e l’albero sono stati sostituiti dalla figura di un
Babbo Natale posto sui balconi nell’atteggiamento di arrampicarsi per entrare
nelle case.
Il ricordo della nascita di
Gesù ci fa pensare piuttosto nel presente al rifiuto che i pellegrini Maria e
Giuseppe incontrarono bussando invano alle porte e trovando rifugio soltanto in
una grotta.
“Natale con i tuoi e Pasqua
con chi vuoi” recitava un proverbio.
Niente di tutto questo in
una società in cui sempre più spesso cerchiamo viaggi esotici e comunicazioni a
distanza piuttosto che il calore della famiglia o il dialogo profondamente
umano negl’incontri di amicizia.
Dunque anche nel rivivere
le festività del Natale dobbiamo rassegnarci ad un calo profondo di umanità, se
è vero che sembriamo incapaci di vivere autenticamente gli affetti familiari e
di praticare l’accoglienza per i poveri, i sofferenti e gli stranieri che
invece tendiamo sempre più ad emarginare e addirittura ad escludere.
Non abbiamo imparato molto
dal messaggio di Gesù Cristo se nella nostra esistenza non c’è alcun posto per
la solidarietà e l’unico nostro obiettivo sembra diventato l’accumulo smisurato
di ricchezza e denaro.
Ecco allora il nostro
Natale all’insegna di un consumismo acritico e di regali spesso superflui e
banali!
Come possiamo poi
lamentarci che i giovani non abbiano più valori che orientino alla condivisione
e siano piuttosto indirizzati alla ricerca del consumo inutile, indotto tra
l’altro da un’economia profondamente ingiusta ed immorale?
Ci rendiamo perfettamente
conto che tali riflessioni alla vigilia di Natale rischiano di rappresentare un
terribile pugno nello stomaco per le nostre coscienze stordite dall’abbondanza
egoistica di prodotti non necessari e da luci accecanti senza più il calore
della festa.
Non sarà così se saremo
capaci di trovare intorno a noi qualche buona notizia o un’ispirazione che ci
guidi a rompere il buio che spesso circonda il periodo storico che stiamo
attraversando.
Un industriale italiano
della pasta che in autunno spontaneamente aumenta il salario ai propri operai o
lo Stato del New Jersey che finalmente
decide di cancellare la pena di morte sono due novità positive che, come una
cometa, riescono ad illuminare la strada da percorrere.
Intanto in tutta una serie
di volumi pubblicati di recente si avverte questa necessità di ridare valore
alle dimensioni spirituali, etiche o umane, che dir si voglia, relative
all’esistenza.
Pensiamo poi ai tanti
soggetti che, rinunciando a tutto, hanno scelto non di condividere con il
prossimo solo i propri averi, ma la stessa loro esistenza. Abbiamo in mente i
missionari, ma anche i tanti laici che sono nel mondo non a testimoniare la
giustizia, ma a costruirla con il lavoro a sostegno di chi soffre o è povero. È
gente con capacità ed intelligenza che non utilizza certo le abilità personali
per l’arricchimento, ma per costruire strade di uguaglianza e di condivisione.
Sarà finalmente il prevalere
dell’essere sull’avere per parafrasare una celebre espressione di Erich Fromm?
Ci auguriamo francamente
che possa essere così, perché ci appare sul serio l’unico sistema di vita
comprensibile.
Se questa è davvero la sola
scelta autenticamente umana, al di là di proprie ispirazioni religiose o
laiche, lo stile da assumere è quello dell’accoglienza ed insieme dell’offerta.
Sono dimensioni interiori
che possono spingerci ad amare l’uomo come persona ed a spenderci perché la
vita possa avere un livello di dignità accettabile per tutti.
Allora il principio dei
doni che offriamo dev’essere quello della gratuità e dell’essenzialità senza
l’attesa dei riconoscimenti, perché diversamente il nostro messaggio d’amore
sarebbe inquinato dall’egoismo.
Questo è l’atteggiamento
che i cristiani chiamano carità o agàpe ed è il principio ispiratore
fondamentale dell’esistenza che il Dio di Gesù Cristo ci ha insegnato.
È il comportamento che
tanti personaggi hanno cercato di tenere nel corso della civiltà umana per
seminare pace ed amore e che noi storicamente non abbiamo saputo valorizzare,
preferendo mettere in primo piano spesso i seminatori di egoismo, di odio e di
violenza.
Quante pagine dei testi
scolastici di storia abbiamo dedicato ai primi e quante ai secondi?
Pensiamo sia immaginabile
che da subito noi riusciamo a dare ai giovani il gusto di rivivere le festività
natalizie a partire da questa prospettiva che, ripetiamo, non è solo cristiana,
ma semplicemente umana.
Quel Gesù, di cui in questi
giorni riviviamo la venuta sulla Terra, ci ricorda nel Vangelo di Matteo qual è
il valore di un gesto di amore “ Venite, benedetti dal Padre mio, prendete
possesso del Regno, … perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi
deste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste;
infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi. … In verità vi dico:
ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei
fratelli, l’avete fatta a me.”
Se non vogliamo essere modelli
bigotti di un materialismo dilagante, ma testimoni credibili di un rapporto di
amore per gli altri, certo questo è l’unico annuncio attraente di un Natale
autentico.
Le strade per viverlo in
tale maniera sono tante.
Basta avere la voglia di
cercarne la bellezza e la luce per non rimanere al buio.