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Società


Un Grillo che viene da lontano

 

I partiti politici cardine della democrazia di rappresentanza. La televisione li delegittima e rivoluziona il rapporto fra politica e società. Internet offre una nuova opportunità di partecipazione democratica e il V-day ne è la prova clamorosa.

I partiti, padri e figli della Costituzione
L’impianto della  vita della nostra dimensione comunitaria è (sapientemente) scritto nella Costituzione ed è imperniato sui partiti che dopo la Liberazione hanno rappresentato un laboratorio incessante e pluralista per le dinamiche di democrazia di questo Paese.
La cultura democratica in discussione, da affermare con difficoltà dopo vent’anni di restringimento radicale delle libertà politiche e personali, era quella della rappresentanza.
In definitiva il popolo, ancora analfabeta e ai margini dell’informazione, delegava con entusiasmo la sua rappresentanza ai partiti politici antifascisti, che con la lotta partigiana avevano ricostruito il sentimento dell’orgoglio nazionale, rappresentati a loro volta dal miglior ceto politico nella storia del nostro Paese.
Quel ceto politico, nell’ambito di una dialettica chiara e rutilante, era lo specchio sufficientemente fedele dello scontro allora in atto fra interessi di classe radicali.
Si stava costruendo la fisionomia della nostra modernità e i partiti, dall’antifascismo alla Costituzione, sono stati in grado di dare un contributo utilissimo e di eccezionale portata strategica.
I partiti politici (quelli “pesanti”, cellulari e territoriali) sono stati i vettori sui quali s’è irradiata la  prospettiva nuova che ha impostato il concetto di modernità, così come oggi ancora lo intendiamo.
Nelle loro sezioni operai e contadini analfabeti uscivano dalla loro condizione di marginalità e conquistavano insieme la coscienza dei loro diritti.
Sui loro giornali, letti collettivamente e commentati nelle Camere del lavoro e nelle parrocchie, si alfabetizzava un popolo nuovo, che arrivava all’informazione dalla politica e che compiva incessantemente il percorso di ritorno.
Da allora ad oggi però, la situazione è cambiata radicalmente.
La democrazia di rappresentanza nel nostro Paese è detenuta (il termine risulta appropriato per molti versi) da un sistema che tributa i consensi di maggioranza relativa a Forza Italia, nata sull’ossatura dell’azienda di Berlusconi e che s’intitola come una squadra di pallavolo; che s’arrovella intorno alle spregiudicate strategie di autoconservazione di un partitino che esiste a Ceppaloni (Bn) e dintorni; che ha consentito la nascita e il radicamento di una formazione completamente a disposizione dell’attuale Ministro delle infrastrutture, la cui levatura politica e culturale è quella che è.
Per non parlare della Lega o della fantasiosa diaspora socialista.
Quando parliamo del sistema dei partiti ricordiamoci che, dalla Costituzione ad oggi, nel suo orizzonte ha imperversato la comunicazione di massa e la televisione in particolare, rivoluzionandone la fisionomia.

Spiazzati dalla Tv
La televisione in Italia esordisce nel ’54.
In poco più di mezzo secolo porta a termine la stolida rivoluzione nel mezzo della quale ancora ci troviamo.
Si presenta dimessa e claudicante, con una diretta iperrealista e in bianco e nero e si candida a rappresentare (era la proto-tv) un mondo in trasformazione repentina, al quale riconosce comunque pregnanza e realtà.
Mano a mano che la tecnologia la rinnova, che la mette in onda a colori, che ne moltiplica i canali e ne affina le strategie seduttive, scopre la sua vocazione (quasi) irrimediabilmente commerciale e si trasforma nella “Cattiva maestra” deprecata dall’ultimo Popper.
Il mondo al quale la proto-tv s’inchinava, è risucchiato gradualmente dalla neo-tv che non ammette altra realtà che sé medesima, perpetrando il “delitto perfetto” che Baudrillard aveva denunciato, il quale fa coincidere l’assassino con l’arma utilizzata per il suo compimento.
In questo fosco scenario cambiano e radicalmente i rapporti fra la politica e la società.
Se i partiti erano stata la nobile e alta protesi d’esercizio per la democrazia di rappresentanza, mano a mano che la televisione porta avanti la sua subdola e clamorosa rivoluzione essi restano spiazzati, sempre più poveri (solo d’idee e di militanti), protervi e autoreferenziali, ad amministrare il loro patetico e inattuale armamentario per l’organizzazione del consenso.
Loro chiudono (ancora chiudono) le campagne elettorali con comizi di piazza con qualce centinaio di persone imbandierate, mentre il piccolo schermo celebra i milionari fasti d’ascolto di Porta a Porta, Ballarò, di Anno Zero e così via.
Pretendono di occuparsi d’altro (della politica), al di sotto della comprensione della trasformazione “turbo” che essa ha ampiamente subito.
S’è compiuta per eccesso la (nefasta) trasformazione antropologica dall’”homo legens” all’ “homo videns” che Sartori ha descritto minuziosamente.
Al centro di questo processo i partiti si sono “alleggeriti” di militanti, del patrimonio valoriale e del radicamento territoriale.
Negli ultimi vent’anni hanno svolto una specie di selezione all’incontrario che ha allontanato disillusi, quanti s’erano avvicinati alla politica disinteressatamente, rafforzando una “Casta” proterva e spregiudicata, che della autoreferenzialità ha fatto la ragione profonda della sua conservazione.

La partecipazione viaggia su internet
Intanto però l’universo autocratico e verticale della televisione, comincia ad essere insidiato dall’interattività orizzontale della rete.
Se il mezzo è davvero il messaggio, lo è perché ridisegna in maniera radicale la forma e il contenuto di quello che investe.
Se i giornali e la radiotelevisione sono stati i vettori della democrazia di rappresentanza che nei partiti ha trovato la sua quadratura, internet allude ancora imprecisamente a una “governance” orizzontale e partecipativa che assalta il vecchio “establishment”, senz’averne però ancora pronto uno di ricambio.
Nell’ambito di questo orizzonte va inquadrato il V-day di Beppe Grillo e soprattutto il suo successo clamoroso.
Liquidarlo come fenomeno populista e antipolitico vuol dire mostrare il nervo scoperto riguardo a un processo che non sarà né superficiale, né di breve durata.
La politica risponde stizzita e terrorizzata al cospetto di una dimensione che ha sottovalutato innanzitutto per inadeguatezza culturale (i più stizziti sono anche i meno adeguati).
Nella sostanza: Grillo ha portato avanti battaglie di grande rilievo.
Quella contro gli inceneritori ancora in corso, la denuncia che ha ampiamente anticipato il crack della Parmalat, quella recente contro la svendita di Telecom a Tronchetti Provera.
Tutto ciò mentre i partiti della politica si occupavano d’altro; in generale della gestione e della conservazione del potere e dei privilegi che ne derivano.
Nella forma: è stato detto che il V-day è nato e s’è alimentato in internet e questo è vero.
Ma ciò non vuol dire che per il conseguimento di un consenso così vasto sia bastato attivare le mailing lists.
Il blog di Grillo esiste da anni ed è il dodicesimo più frequentato al mondo (circa decentomilapersone al giorno).
Nel suo seno sono nate iniziativa che dalla rete hanno investito il sociale.
In tutt’Italia gruppi di cittadini (chi avrebbe il coraggio di chiamarli qualunquisti?) scaricano il settimanale che Grillo pubblica in forma telematica, ne fanno fotocopie e le distribuiscono nei bar, nei cinema, nelle sale da ballo e in altri luoghi di ritrovo.
Fanno, in definitiva, quello che facevano i militanti dei partiti fino a vent’anni fa e che continuano a fare i milioni di giovani impegnati nel volontariato laico e cattolico.
Con mezzi economici risibili ma con molta determinazione, Grillo ha saputo cogliere e coltivare le opportunità di comunicazione offerte dalle nuove tecnologie e dal web innanzitutto.
Ha creato una rete motivata e interattiva che segnala lo slittamento progressivo del rapporto fra politica e società; dalla rappresentanza alla partecipazione.
Anche il suo recente invito alla formazione di liste civiche locali, coglie le risultanze di un processo in atto da tempo e sotto gli occhi di tutti.
La crisi dei partiti si è incancrenita fino a dissipare ogni loro competenza.
Se tradizionalmente la società civile deteneva una maggiore competenza specifica e professionale (il commercialista era bravo a leggere i bilanci e l'ingegnere s'intendeva del piano regolatore) la politica - la funzione alta e nobile che ha impiantato la Costituzione -, esercitava il compito difficile e sofisticato di utilizzare quella competenza nell'ambito di una concezione generale e valoriale del mondo e della storia.
Non è più così.
La politica in crisi identitaria dà vita a uno stolido e incessante "teatrino", come ha detto addirittura Berlusconi con una sagace locuzione, e per legittimarsi (per organizzare il suo consenso) ricorre ad esponenti della società civile reclutati in base al consenso che detengono, spesso derivante dall' esposizione sociale (i medici vanno per la maggiore) e addirittura a prescindere da come la pensino.
Questo processo subdolo e devastante, nel tempo, ha innescato la "transumanza della politica" che porta (addirittura con qualche ragione) i rappresentanti dei partiti a trasmigrare da una formazione all'altra (quando non da uno schieramento all'altro), a contributo ormai irrisarcibile della degenerazione dell'intero sistema di rappresentanza.
Grillo è un segnale, dinamicissimo e minaccioso, per  i partiti prigionieri dei privilegi e delle prebende di una “Casta” ormai senza vergogna e allo sbando.
Non comprendere lo spessore e la portata del processo che ha clamorosamente innescato sarebbe un errore esiziale per  la civiltà politica di questo Paese.
Sarebbe come se, quando il saggio indica la luna, lo stolto distogliesse lo sguardo dal suo dito per guardare l’orologio, preoccupato di perdere il volo di Stato che lo porterà, insieme a figlio e portaborse, a vedere il Gran Premio automobilistico di Monza (e mi scuso per la chiusura antipolitica e qualunquista).

di ANTONIO RUGGIERI*

*Megachip

 

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