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Azione nonviolenta - Dicembre 2007 PDF Print E-mail

- Note a margine del nostro Congresso, di Mao Valpiana;
- Saluti e auguri di buon lavoro. I messaggi inviati al Congresso;
- Il Congresso ricorda l’amico Piergiorgio Acquistapace;
- La nonviolenza è politica per il disarmo, ripudia la guerra e gli eserciti, di Daniele Lugli;
- D’accordo, la nonviolenza è politica. E adesso cosa facciamo?, resoconto del dibattito;
- Il caso Verona, dalla città di pace alla tolleranza zero, di Sergio Paronetto e Alberto Tomiolo;
- Facciamo pace fin da oggi, un bambino alla volta, Elena Buccoliero intervista Ibu Robin Lim;
- XXII Congresso nazionale del Movimento Nonviolento: la Mozione generale, le Mozioni delle commissioni, le Mozioni particolari;
- Gli organi eletti dal Congresso;
- La comunicazione di massa non esiste. Danilo Dolci, poeta del fare e del creare, di Germano Bonora;
- Il Trentennale delle Edizioni dell’Amicizia. Spettacolare mostra nonviolenta ad Agnone;
- La pedagogia di Aldo Capitini tra profezia e liberazione, di Gabriella Falcicchio.

Le rubriche:

- Educazione. La pace non si studia, si vive in prima persona, di Valentina Tosi;
- Economia. La tecnologia militare italiana che tutto il mondo ci invidia, a cura di Paolo Macina;
- Per esempio. Riesumare i resti dei cadaveri delle vittime, per guarire i vivi, a cura di Maria G. Di Rienzo;
- Giovani. Diritto di ascoltare, di conoscere, diritto di capire, diritto di parlare, di Claudia Ferrari;
- Musica. Ligabue pianta foreste in Costa Rica per battere l’inquinamento dei concerti, a cura di Paolo Predieri;
- Cinema. Un paese tra orrore e folclore dove il disumano impera, a cura di Enrico Pompeo;
- Libri. Voci di pace e di libertà, a cura di Sergio Albesano;
- Lettere. Un Nobel discutibile, di Corrado Poli.


Note a margine del nostro Congresso

di Mao Valpiana

Le opere d’arte si distinguono dai dettagli. Non voglio dire che il nostro Congresso sia stato un’opera d’arte, per carità, ma sicuramente tutti i partecipanti hanno riconosciuto che “è andato bene”: adeguata preparazione, svolgimento ordinato, discussioni approfondite, conclusioni utili. Insomma, l’obiettivo – che era quello di riunire gli aderenti al Movimento per decidere le linee di azione dei prossimi anni – è stato raggiunto, come testimoniano le mozioni approvate che pubblichiamo da pagina 12 a pagina 19.
Dunque possiamo soffermarci un attimo sui dettagli, su particolari momenti dei quattro giorni congressuali che, secondo me, hanno dato quel sapore in più che fa la differenza.
L’apertura dedicata all’amico Piergiorgio Acquistapace, da poco scomparso, ci ha regalato attimi di vera commozione, anche grazie alla presenza in sala della moglie, Lucia, e delle figlie, Laura e Alessia. Così come quei cinque minuti di silenzio, alla fine del dibattito generale, lasciati idealmente e concretamente all’intervento dello stesso Piergiorgio e di Alexander Langer (grandi amici della nonviolenza che ci hanno lasciato entrambi prematuramente), che abbiamo sentito realmente presenti tra noi, vera e propria compresenza. Quel silenzio si è riempito di preghiere, di meditazioni, di ricordi, di sensazioni, che hanno creato un’unità palpabile fra tutti i presenti.
Significativa è stata la premiazione dei due studenti dell’Istituto d’Arte di Trento, Alex Fattore e Lara Mottes, che hanno partecipato al progetto per la realizzazione del manifesto di convocazione del Congresso. La proiezione in video di tutti i bozzetti, la spiegazione da parte dei ragazzi delle motivazioni e delle idee alla base delle loro opere, e le testimonianze delle due insegnanti, sono riuscite a trasmettere lo stretto legame esistente tra arte e nonviolenza. Il premio consisteva nel dvd “Una forza più potente”, il libro “Nonviolenza in cammino” e in una spilletta del fucile spezzato “da indossare quando si sarà raggiunta la piena consapevolezza del suo significato”. Tanti applausi.
Il Congresso era generosamente ospitato nella struttura dei Missionari Comboniani, sulle colline di Verona, a ridosso del centro storico, in un’oasi di verde. L’ambiente circostante, silenzioso, lindo, accogliente, ha certamente contribuito alla riuscita dell’evento. Il quartiere si chiama “Veronetta” ed è ricco di osterie, trattorie, ristorantini (mitico quello del “Ropeton”) dove abbiamo consumato insieme pranzi e cene. Bei momenti di festa e convivialità, dove non è mai mancato il buon vino locale. Anche l’accoglienza notturna, nel vicinissimo ostello, è stata all’insegna della sobrietà. C’è stato anche lo spazio per un’istruttiva passeggiata comunitaria, nei sentieri naturalistici sulla dorsale delle colline, in visita alle mura magistrali della città, con la guida esperta e brillante di Alberto Tomiolo, che tra aneddoti vari ha ricostruito la storia militare di Verona dai Romani alle due guerre mondiali. Il panorama sulla città è di quelli mozzafiato.
La manifestazione del 4 novembre “non festa ma lutto” ha visto una significativa partecipazione (oltre 200 persone in cammino per le vie di Verona) a quella che è stata una vera e propria “assemblea itinerante” riunita nel nome della nonviolenza per onorare i caduti di tutte le guerre, passate e presenti, nell'unico modo per noi possibile: impegnarsi con la nonviolenza attiva contro la guerra e la sua preparazione. La formula della manifestazione con soste di riflessione (già inaugurata nella nostra Marcia Perugia-Assisi, e poi nella camminata da Assisi a Gubbio, e anche nella passeggiata per le vie della Firenze nonviolenta), ci ha permesso di ascoltare Carlo Melegari sul tema dell’immigrazione, davanti alla Basilica di San Zeno; poi la testimonianza di Alberto Trevisan davanti al Tribunale militare; la lezione di storia dell’urbanistica delle fortificazioni militari di Alberto Tomiolo, davanti all’Arsenale; e il racconto di Sergio Paronetto, al Ponte della Vittoria, del vero drammatico volto della prima guerra mondiale; in Piazza Brà abbiamo deposto la bandiera della nonviolenza sulla lapide che ricorda l’olocausto nei campi di sterminio nazisti e davanti al cippo dedicato a tutti i caduti di tutte le guerre. Daniele Lugli ha concluso richiamando il senso profondo del “ripudio” della guerra.
Nell’editoriale di presentazione del Congresso, nel numero di agosto-settembre, scrivevo “se riusciremo a svolgere un buon Congresso e condurre una buona manifestazione, avremo, nei fatti, già messo in atto la nostra politica nonviolenta”. Mi fa davvero piacere poter affermare ora che ciò è effettivamente accaduto. Le amiche e gli amici della nonviolenza che si sono riuniti a Verona (un centinaio nei quattro giorni di lavori congressuali) hanno dato vita ad un buon Congresso, che costituisce la base ideale e programmatica per i prossimi anni di vita del Movimento Nonviolento.


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Saluti e auguri di buon lavoro
I messaggi inviati al Congresso


In apertura dei lavori sono stati registrati letti i saluti ai congressisti inviati da parte di persone amiche, o rappresentanti istituzionali, che pur non potendo intervenire personalmente, hanno comunque voluto far pervenire un loro messaggio. Riportiamo gli stralci più significativi di alcuni saluti ricevuti e accolti dall’assemblea con calorosi applausi.
Da Sandro Canestrini, avvocato di Rovereto
Sono impedito dalle mie negative condizioni fisiche dal partecipare al Congresso, per la prima volta in tutti questi anni. Vi auguro di tutto cuore ottimo successo nei lavori, accompagnandovi come sempre con il mio fraterno augurio.
Da Giuliano Pontara, Università di Stoccolma
Mi piacerebbe essere fisicamente presente a queste giornate di corale ricerca e marciare con voi per le vie di Verona (e magari tirar fuori sul più bello un panino di tasca e mangiarlo ordinatamente in istrada). La nonviolenza è fatta nel giornaliero, da uomini e donne "terribilmente normali", con aggiunte individuali che assieme possono creare ruscelli, torrenti, fiumi.
Da Ekkehart Krippendorff, Università di Berlino
La nonviolenza è ovviamente qualcosa di diverso da una semplice posizione intellettuale e generica di pura negazione – la a-violenza, cioè la negazione della violenza. Essa può essere solo l'espressione pratica e il comportamento concreto di una visione positiva e creativa della vita.
Da Giancarla Codrignani, Presidente della LOC
Ho detto che ritengo rilevante il momento, sia per le vicende in corso che hanno a che vedere con tutti i problemi della violenza, sia perché i principi che abbiamo coerentemente onorato negli anni debbono essere riletti alla luce delle ipotesi che sapremo formare per il futuro.
Non intendo soffermarmi su cose ovvie. Tuttavia credo che, proprio a partire dalla nonviolenza, si debba ridare senso al “fare politica” come dovere civile costruttivo e “bello”. Se, poi, i nonviolenti, saranno così efficaci da capire che non si può più parlare di nonviolenza senza partire dalla cultura di genere e dalla competenza delle donne, forse si potrà aprire qualche pagina nuova.
Da Diego Cipriani, Direttore UNSC
Sono convinto che, anche ora che la leva obbligatoria nel nostro Paese è stata sospesa, la mission principale che il legislatore ha voluto assegnare al servizio civile nazionale sia quella del contributo che esso è chiamato a dare alla “difesa della Patria” con mezzi e attività non militari. Dunque, la “cifra” che caratterizza il “nuovo” servizio civile non è molto diversa da quella del “vecchio” e cioè la nonviolenza. So bene che anche voi, nella vostra lunga esperienza di Ente “convenzionato”, prima, e “accreditato”, ora, avete potuto sperimentare tutto ciò.
Da Paolo Ferrero, Ministro della Solidarietà Sociale
La crisi delle strutture che abituavano gli individui a vivere in società - lo Stato, il lavoro, la famiglia.... – unita alla precarietà economica ed alla durezza della vita urbana, aumenta l’incertezza e la paura di tutti e tutte noi, e spinge ad individuare nell’altro, nel diverso, il capro espiatorio a cui imputare tutto il male e ad espellerlo con violenza dalla comunità sociale, o dalla vita stessa.
In queste condizioni i valori e le pratiche della nonviolenza assumono una rilevanza ancor maggiore. La diffusione e l’evoluzione delle idee nonviolente, la loro capacità di estendersi dal tema della pace a quelli dell’economia e dell’ambiente, della politica, della giustizia e di tutte le relazioni interpersonali, sono per tutti e tutte noi motivo di conforto e di speranza.
Da Fausto Bertinotti, Presidente della Camera dei Deputati
La scelta della nonviolenza si colloca oggi all’interno di un quadro complessivo di grande drammaticità, in cui la guerra e il terrorismo realizzano giorno dopo giorno un progressiva erosione delle ragioni dell’uomo, dei suoi diritti inalienabili, delle basi fondanti della vita associata.
Declinare attraverso la pratica individuale e collettiva la metodologia della trasformazione pacifica e nonviolenta della società allargando gli spazi del dialogo, dell’accoglienza e dell’ascolto delle diversità rappresenta dunque una premessa indispensabile per la costruzione di un nuovo modello di società, sorretto dalla cultura della partecipazione democratica, del riconoscimento tra i popoli e le nazioni del mondo e della pace.
Da Franco Marini, Presidente del Senato della Repubblica
Il pensiero e la figura di Aldo Capitini costituiscono un modello e una fonte inesauribile di ispirazioni per quanti credono in un mondo affrancato dalla violenza e dall’intolleranza.


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Il Congresso ricorda l’amico
Piergiorgio Acquistapace

Chi ha conosciuto Piergiorgio Acquistapace lo avverte qui, con noi.
Vedo Piergiorgio che cammina, determinato e sorridente, dietro lo striscione del Movimento Nonviolento a Vicenza. Lo rivedo qualche tempo prima, una sera, a Verona. Siamo insieme a tavola, c’è anche la moglie e una figlia. Facciamo festa: il male che l'aveva afferrato aveva allentato la sua presa. Il suo modo era attento, appropriato. Danilo Dolci avrebbe detto “esatto”. Le cose vanno fatte con cura, con costanza d’impegno, con leggerezza, senza sforzo apparente.
Tante cose ha fatto. La diffusione “militante” di Azione nonviolenta è un esempio. Piergiorgio aveva indetto un premio per i più attenti e solerti amici della nonviolenza: Art. 1 Sono messe in palio cinque copie dell’ultimo numero della rivista “Azione Nonviolenta” al modico prezzo di 3 euro trattabili. Art.2 I concorrenti dovranno prenotare una copia via e-mail all’indirizzo Vincono le copie i primi cinque concorrenti in ordine di prenotazione. Farà fede la data e l’orario indicati nella stessa mail Art. 3 I premi saranno consegnati direttamente agli interessati o a persone di fiducia espressamente indicate. Art.4 Ai concorrenti classificati dal 6° posto in poi saranno riservate espressioni di apprezzamento e riconoscenza con il proposito di aumentare il numero delle copie del prossimo numero di Azione nonviolenta e quant’altro ritenuto opportuno dall’insindacabile giudizio di Piergiorgio Acquistapace.
Non ci ha fatto mancare il suo contributo al congresso. La rivista molisana “Il ponte”, sett.-ott. 2007, apre con “Politica di pace e pratiche di nonviolenza” di Piergiorgio Acquistapace.
Molti sono i ricordi di amici molisani, di persone che hanno condiviso, in vari significativi momenti, il suo impegno, di amici della nonviolenza. Cito solo la breve nota di Luciano Capitini: Leggo che tutti abbiamo risentito pesantemente della mancanza del nostro caro amico. Come altri hanno detto, anch'io ho potuto trattenere a stento le lacrime. Di lui ricordo l'impressione che dava: una persona perfetta, un nonviolento privo di sbavature ed invece ricco di doti. Sono sempre stato impressionato dalla sua serenità, la calma, la profondità, che poi si attuavano in azioni incisive, precise, ricche di energia. Ammiravo la sua famiglia, il gruppo che aveva costituito attorno a sé. Ora non c'è più, e non riesco ad immaginare come potrebbe, una morte, colpirmi di più.
Concludo con Aldo Capitini: Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l'ho chiamata la compresenza.
Ringraziamo Piergiorgio Acquistapace per la sua presenza, che ci aiuta a sentire questa profonda vicinanza, questa unità, che fatichiamo a vivere.
(dall’apertura della relazione di Daniele Lugli)


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La nonviolenza è politica per il disarmo
ripudia la guerra e gli eserciti

di Daniele Lugli

Al congresso abbiamo dato un titolo inusitatamente lungo. Come introdurre un incontro così impegnativo? Un suggerimento viene da una conversazione avvenuta in Cina oltre due millenni e mezzo fa:
- Nel Regno del Sud le cose vanno molto male, cosa consiglierebbe il maestro?
- Ridare alle parole il loro senso originario, è la risposta di Confucio.
Anche nella periferia del Regno del Nord, dove ci troviamo ora, le cose vanno piuttosto male.
Propongo poche aggiunte come invito a riflettere sulle parole.
La nonviolenza. È pianta di molte radici, perché molti sono gli elementi che la costituiscono, molti gli approcci, gli approdi. Ma, se dobbiamo darne un'immagine - io resto molto legato a Capitini - è una freccia di direzione che diamo alla nostra vita, al nostro agire individuale e collettivo. Fondante è l'adesione personale, la persuasione della sua possibilità e necessità. Altro elemento è l'intenzionalità verso l'apertura a quello che vive, quindi al suo esistere, alla sua libertà, al suo sviluppo. È l’impegno che assumiamo con l’adesione alla carta del Movimento Nonviolento, movimento pienamente politico. Constatiamo difficoltà, inadeguatezza, ma non c'è salto tra la nonviolenza e la pratica politica. In essa non perde valore, anzi è momento di partenza, l'impegno personale. Al centro dell'agire sono persone, che sanno farsi centro, dal basso, collegate tra loro a costruire reti orizzontali. Porsi al centro non è mettersi sopra, ma sollecitare lo sviluppo di quanti condividono le nostre esperienze.
È in atto una profonda involuzione politica e sociale. La nonviolenza ci sollecita a guardare dentro ai mutamenti, a dirci con sincerità quanto ci sembra di comprendere, anche se contrasta le nostre aspirazioni e ci fa soffrire. La nonmenzogna è un contributo non trascurabile che possiamo dare al rinnovamento della politica. Luther King traduceva satyagraha come potere dell'amore. Questo ci rammenta che la nonviolenza affronta il problema del potere sapendo che il potere non è quello che ci viene rappresentato nei suoi aspetti oscuri, ma che presenta una possibilità diversa e luminosa.
Hannah Arendt ci ricorda che il momento più alto e qualificato dell’azione è l’azione politica e che il potere corrisponde alla capacità umana non solo di agire ma di agire di concerto. Lo sapevano bene i ragazzi di Barbiana: Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia. Ogni volta, faticosamente, ci tocca di riscoprirlo.
Il potere consiste nella relazione, nella costruzione di relazioni, nell’agire consapevole e di concerto per la soluzione del problema, sempre più comune agli altri e a me. Il potere è nostro, è di tutti, ci appartiene. La Costituzione ce lo riconosce sovrano, ma esiste solo nel suo esercizio, non per sovranità riconosciuta ma per capacità esplicitata. Il potere e la violenza sono opposti: dove governa l’una l’altro è assente. Combattere la violenza in tutte le sue forme, in tutti i suoi luoghi, è dunque condizione per la buona politica, per l’instaurazione di un potere condiviso e riconosciuto.
La nonviolenza è politica. Se la democrazia è la soluzione politica meno peggio che siamo riusciti a mettere in campo, bisogna difenderla. La sua permanenza - democrazie occidentali minacciano di risultare accidentali - è insidiata dall'esterno e ancora più dall'interno. Per questo non troviamo particolarmente affascinanti le sirene dell'antipolitica. Rispecchiano la cattiva politica che contestano. Hanno in essa una giustificazione, ma non ne rappresentano un superamento.
La crisi della democrazia non è solo italiana. La crisi economica spiega qualcosa, non tutto. Un paese come la Svizzera, risparmiato dalle guerre, senza problemi economici pressanti o particolari difficoltà di integrazione, dà il massimo dei voti al partito che ha nel manifesto elettorale tre pecore bianche che scacciano una pecora nera. Pontara, abituato al buon uso delle parole, scrive di tendenze naziste. È una crisi grave e profonda. Non riguarda solo l'Italia, anche se come paese abbiamo delle specificità con cui confrontarci.
Gran parte del nord sembra dire che della politica non sa che farsene: ha da fare i soldi, la politica è solo ostacolo alle ghiotte occasioni di profitto. Le istituzioni debbono agevolare l’attività imprenditoriale senza interrogarsi sui suoi esiti. La politica ha subito una mutazione difficilmente reversibile in gran parte del meridione, che appare nelle mani della criminalità organizzata. Cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita controllano il territorio, modellano l’economia e la società in quelle zone, e non solo. La resistenza che incontrano non viene principalmente dalle donne e dagli uomini della “politica”. Resta una parte del paese in cui la disaffezione alle istituzioni, pur crescente, non ha ancora raggiunto i livelli descritti. Ma anche lì la democrazia sembra sempre più apparire un elemento residuale piuttosto che un ideale capace di mobilitare le coscienze.
Abbiamo specificità non invidiabili. Di due cose si meravigliava la corrispondente del “Financial Times”: gli italiani sembrano non avere un’idea di che cosa sia un conflitto d’interessi e accettano una situazione impensabile altrove in Europa; il Papa sembra considerarsi il re d'Italia e questo non desta apprezzabili reazioni. Noi che spesso sottolineiamo come la violenza culturale e strutturale siano alla base di ogni violenza manifesta, avremmo anche a questo riguardo un grosso lavoro da compiere.
Sento in giro molta delusione per l’azione del governo, proporzionata forse alle illusioni della vigilia. Chi come me da tempo vota in un’ottica di riduzione del danno ne risente forse meno. Illusioni, come Movimento, non ne abbiamo mai nutrite. Sapevamo che dalle urne elettorali non poteva scaturire molto di buono, perché molto di buono in giro non c’è. Anche questo ci rimanda una responsabilità generale in cui siamo pienamente coinvolti come cittadini, e come cittadini amici della nonviolenza, impegnati cioè a dare un’aggiunta per il miglioramento, se non la sopravvivenza, della democrazia. Non è una questione che possiamo addebitare solo alla mala casta dei politici. Profonda è la sfiducia collettiva nella possibilità di una politica diversa. Partiti, sindacati, istituzioni rappresentative si contendono, da tempo, gli ultimi posti nella considerazione dei cittadini italiani. Certo i partiti, anche nell’ultima competizione elettorale, potendo scegliere con la maggiore libertà le persone che sarebbero state elette, salvo qualche eccezione – che conosciamo una ad una – hanno fatto pessime scelte. Ma va anche ricordato che con qualsiasi legge elettorale, salvo quella pensata da Calderoli e da lui definita una porcata, il cattivo schieramento, che ha prevalso sul pessimo, non ce l’avrebbe fatta. Momenti di protagonismo sociale, che pure non mancano, non si collegano ai rari tentativi di rinnovamento delle istituzioni politiche. Anche sotto questo profilo il nostro impegno, minimo nelle dimensioni ma continuo e preciso, può dare un contributo utile. È un impegno per il progresso.
Possiamo non avere nel progresso indefinito e necessario dell’umanità la stessa fiducia che aveva Condorcet, intento a scriverne anche all’ombra della ghigliottina. Ne condividiamo però le direzioni che lo fanno come tale riconoscere: l’eliminazione delle disuguaglianze tra le nazioni, l’estensione dell’eguaglianza in seno ai singoli popoli, il perfezionamento della natura umana.
La nonviolenza è politica per il disarmo. Con il disarmo, cioè il toglierci le armi - le armi che abbiamo, l'armatura, la difesa - andiamo a toccare un punto molto sensibile. Ci sono preoccupazioni, paure, ossessioni securitarie, ma c’è anche la necessità della sicurezza.
La sicurezza, il poter stare senza preoccupazione, è certamente un bene ed è un bene collettivo. Nessuno può darcela se non ce la procuriamo noi. Dobbiamo riconoscerla come bene comune, quotidianamente custodirla, costruirla. Spesso facciamo il contrario: distruggiamo quella che abbiamo.
La sicurezza è cosa da preservare e costruire assieme con intelligenza e capacità momento per momento. Quando parliamo di disarmo dobbiamo fare i conti con la percezione della sicurezza, con le nostre paure. Diversamente le proposte di disarmo, che sembrano meglio intenzionate, argomentate, sostenute sono destinate a sicuro fallimento. Un esempio per tutti il referendum in Brasile sul porto d’armi: istituzioni, chiesa, società civile schierati per il disarmo, ma il voto popolare va in senso contrario. Potenza della lobby delle armi?
Qui emerge la necessità di un programma costruttivo. Ci sono esempi di azioni intenzionali, concertate, intelligenti nelle quali sono interessate e rese consapevoli della propria forza e indispensabilità le persone, che si avvertono nel rischio, spaventate anche da messaggi che sembrano avere lo scopo di atterrire. In esse c’è collaborazione delle istituzioni, delle polizie, degli operatori sociali, delle associazioni, dei cittadini. Il nostro posto è lì: nell’intervento dal basso, nella capacità di tessere relazioni tra attori così diversi, nel portare l’aggiunta necessaria, nell’attenzione al mutamento possibile.
Vi è una preoccupazione che riguarda l’intero Paese ed è collegata all’immigrazione. L’assassinio di una donna a Roma apre scenari inquietanti di razzismo e xenofobia. È in discussione la nostra capacità, la capacità delle nostre istituzioni, della società tutta, di includere e non di escludere. È fortemente correlata alla capacità di prendere le difficoltà come opportunità, di trasformare i conflitti, di instaurare relazioni. Bossi e Fini e il sindaco Tosi non hanno inventato le nostre paure: se ne sono fatti imprenditori e, poiché la cosa rende, trovano imitatori anche nel campo che si dice avverso.
Sento nelle scuole, tra giovani di bella presenza e di buoni risultati scolastici, circolare convinzioni razziste, propositi di spedizioni punitive, invettive contro il troppo che si concede agli stranieri togliendolo a noi. Episodi isolati di intolleranza violenta verso migranti e itineranti sono destinati a crescere. Così come non tarderanno a manifestarsi conflitti etnici. Da questi ci ha fin qui preservato la dispersione in centocinquanta nazionalità diverse della nostra immigrazione, rispetto alla compattezza di quella inglese, francese, tedesca (Commonwealth, Maghreb, Turchia). La diversa distribuzione delle presenze e il carattere recente dell’immigrazione più massiccia sono ulteriori elementi di differenza che hanno fin qui giocato a nostro favore. È un tema la cui importanza è destinata a crescere e che ci interpella direttamente.
Un giovane francese, passato dal movimento delle banlieu a un insegnamento alla Sorbona, ricordava gli arresti subiti, l’essere spogliati nudi per rendere più efficace e svelta la perquisizione e la convinzione diffusa nel movimento che la violenza resta l’unico modo di farsi intendere da parte di chi non ha voce. Sembra che l’esperienza passata non serva a nulla. E a nulla servirà se non saremo capaci di contribuire a una risposta diversa anche nel nostro paese. Cresceranno assieme violenze e illegalità e misure repressive e liberticide. Lo abbiamo già visto, lo stiamo vedendo. Senza fare i conti con questo ordine di problemi ogni nostro discorso sul disarmo rischia di non trovare ascolto.
...ripudia la guerra e gli eserciti. Secondo etimologia ripudia è collegato a pudere, vergognarsi, ovvero a pede, piede. Si ripudia qualcuno, qualcosa che era fortemente legato a noi e con cui non vogliamo più avere nulla a che fare. Allontaniamo addirittura col piede chi è stato con noi in così stretta relazione.
Che la guerra sia un flagello è scritto nella carta istitutiva dell’ONU, che sia cosa da dementi l’ha detto un Papa. Dovrebbe bastare per ripudiarla. Non è così. Accompagnata da aggettivi accattivanti sembra tornata presentabile. Un filosofo del diritto vieta perciò ai suoi allievi la parola guerra per sostituirla con “carneficina di massa”. Una santa carneficina di massa, una carneficina di massa giusta, una carneficina di massa preventiva, ecc. sembrano espressioni più difficilmente usabili.
Possiamo dimostrare che siamo stati e siamo coinvolti in azioni di guerra e non di polizia internazionale, contrarie alla Carta dell’ONU e alla Costituzione, ma se passa la convinzione che combattendo là la allontano da qui la maggioranza dirà che va bene così. Un'opinione coerentemente pacifista e disarmista è minoritaria. Non parliamo di quella nonviolenta. Eppure è evidente che quanto la politica non riesce a risolvere, neppure la guerra riesce a risolvere. Anzi lo aggrava e prepara di peggio. La guerra continua la politica con altri mezzi, e con lo stesso livello di inefficacia. Renè Girard dice non esservi più una politica intelligente, mentre la guerra è generalizzata, e non ci sono più capri espiatori disponibili per salvarci la pelle: tocca a noi.
Profonde sono le radici della guerra dentro di noi. Hanno consentito ai giovani di allora di trovare radiose le giornate di entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale e consentono oggi di non avere problemi nel reclutamento dei volontari. Nei corpi speciali la selezione è dura: almeno 10 aspiranti per posto. Leggo nel supplemento “Uomo” dell’Espresso che gli incursori di Marina non sono uomini ma “mezzi di assalto”. Ognuno è sub, artificiere, paracadutista e commando. Hanno più palle di tutti. Hanno talora tatuaggi, ma minuscoli, capelli anche lunghi, vestono come vogliono, sono guerrieri snob. Non sono male neppure i carabinieri del GIS e i paracadutisti del Col Moschin. I corpi d’élite non presentano difficoltà di reclutamento. E per il resto se non basteranno - finora sono bastati - gli incentivi all’arruolamento ci sono pronti i nuovi cittadini di centocinquanta nazionalità, per essere nel nostro esercito quello che negli USA sono latinos e neri.
L’esercito, dunque, da exercitu: ci si esercita a fare le cose della guerra. E ci sono cose necessarie che neppure i volontari possono fare. Si appaltano allora a schietti mercenari gli aspetti più cruenti, indicibili, della carneficina di massa. Torniamo alla paura che acceca. Parlare di rinuncia all’esercito, quando se ne richiede da più parti l’intervento anche per l’ordine interno, non è facile. Esercito viene anche da ex arcere, cioè buttare fuori, tenere lontano mentre la soluzione, lo sappiamo, sta nell’includere, nel conciliare, nel tenere vicino, nel camminare assieme. Ma mentre approfondiamo la nostra proposta non dimentichiamo che, in quelle classifiche di gradimento istituzionale con i partiti all’ultimo posto, l’esercito, seguito dalla polizia, svetta al primo.


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D'accordo, la nonviolenza è politica.
E adesso che cosa facciamo?

Che la nonviolenza sia politica nessuno lo ha messo in dubbio. Più dibattuto è stato il tema sulle forme di partecipazione che il MN dovrebbe darsi e il punto più delicato ha riguardato proprio il rapporto con i partiti.
Il più determinato rispetto ad una ipotesi di impegno politico diretto è Rocco Pompeo, del MN di Livorno: “Dopo tanto dibattito credo sia giunto il momento di impegnarci come MN su una proposta politica alternativa, concreta e davvero praticabile”. La sua ipotesi è “portare una interferenza diretta nello schieramento politico italiano interloquendo con chi, tra i partiti, ha dichiarato una opzione per la nonviolenza - segnatamente i Verdi, Rifondazione Comunista e Sinistra Democratica. Ad essi dovremmo presentarci esigendo che la nostra partecipazione sia visibile e libera, in un rapporto di pari dignità”.
Piercarlo Racca, MN di Torino, interviene con un invito al realismo sottolineando che non ci sono le energie per fondare un “partito dei nonviolenti”, mentre potrebbe essere utile dare suggerimenti a chi la politica la fa professionalmente.
Tra chi difende l'identità del MN si inserisce Pasquale Pugliese, MN di Reggio Emilia: “Il MN non è un fine in sé, è uno strumento e come tale può cambiare. Ma trasformarlo in una lista elettorale è molto più che modificarlo. Significa cambiare strumento”. Il compito del MN oggi, prosegue Pasquale, è fare politica dalla base dove, ad esempio, “il tema del disarmo è completamente dimenticato. Abbiamo bisogno di provare ad intaccare questa inciviltà profonda che avanza. Per questo vorrei che rinforzassimo il nostro Movimento in quanto tale, insieme ad Azione Nonviolenta”.
Anche Luca Giusti, del MN di Genova, si sente poco coinvolto dall'idea di un impegno politico istituzionale e rilancia la proposta per una campagna nazionale condotta secondo l'esempio gandhiano. Ma “non è facile trovare un unico obiettivo per un movimento nazionale ed articolato come è il nostro, quindi propongo di metterci a disposizione dei territori ogni volta laddove emerge un conflitto, sociale o ambientale, per dare un apporto secondo lo spirito della nonviolenza”.
Per Massimiliano Pilati, del MN di Trento, tutto questo avviene già. “In tutte le nostre zone c'è qualcosa su cui impegnarci, a Trento devo solo decidere se oppormi all'inceneritore o alla TAV. Io vedo la necessità di essere lì, sul proprio territorio. Perché sono quelle le campagne dove – la Val di Susa insegna – gli amici della nonviolenza fanno la differenza”.
Gianni Tamino, del MN di Padova, in passato europarlamentare con i Verdi, torna ad abbracciare anche temi globali. “Il vero nodo da affrontare come MN non è trasformarsi in partito né mandare propri uomini all'interno della politica, ma creare le condizioni perché le proprie idee abbiano spazio all'interno della politica”.
Per questo non sono i numeri a fare la differenza. “Di difesa popolare nonviolenta si parla dagli anni Ottanta, di corpi civili di pace almeno dal '95, ma non sono per nulla obiettivi raggiunti. Il nostro compito è favorire un dibattito anche molto piccolo ma che crei veramente qualcosa prima di tutto attraverso i rapporti umani – da qui l'importanza di essere tra persone che si conoscono e che, pur in 200, sappiano coinvolgere ognuno altri 200, in una reazione a catena che formi una massa critica”.
La questione, spiega Gianni, non è diffondere conoscenze ma cambiare atteggiamenti profondi. “Temi come il disarmo o la decrescita non si risolvono con elaborazioni intelligenti. Quelle le abbiamo già da oltre un secolo. Il problema è portare la gente nel suo complesso a dire: il re è nudo. La società civile in genere è più avanti delle istituzioni, ma qualche volta sembra che venga meno. Ecco allora, con la crisi della politica, lo spazio per l'antipolitica, che è politica meschina. Occorre diffondere nell'opinione pubblica la consapevolezza che la soluzione dei conflitti non può essere una soluzione armata, o che non è possibile un progresso infinito. Se questo passa è possibile che nelle istituzioni la politica della nonviolenza vada avanti - con o senza di noi nelle file dei partiti”.


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Il caso Verona,
dalla città di pace alla tolleranza zero

Verona delle Arene di pace, di Nigrizia, di Azione nonviolenta. Ma anche Verona dei divieti, delle chiusure, del razzismo, della violenza. Come è possibile spiegare un passaggio così repentino, un tale crollo di speranza?
Su questo ci siamo confrontati nella serata di avvio del Congresso, un dibattito aperto alla città. Graditi ospiti nell'analisi della situazione erano Sergio Paronetto, insegnante, di Pax Christi, e Alberto Tomiolo, scrittore, del Movimento Nonviolento.

Dall'intervento di Sergio Paronetto
Verona è una città frammentata, un labirinto di labirinti, ma è anche un laboratorio di esperienze, le più varie, le più strane.
La prima urgenza del nostro tempo è il disarmo. Siamo prossimi alle basi militari di Aviano, Ghedi, Vicenza, dobbiamo capire che in un eventuale scenario di guerre preventive nucleari verranno coinvolte proprio alcune città venete. Cosa vuol dire costruire una difesa nonviolenta? E che ruolo può avere una città come Verona?
Poi c'è una violenza familiare, quotidiana, diffusa, che rovina il cuore, la mente, il corpo e si sviluppa a causa di depressioni, solitudini, assenza di relazioni. La nostra città coltiva una retorica buonista che spesso maschera il vuoto. I conflitti irrisolti, se non elaborati, esplodono in rabbie solitarie e in violenza sociale. Tutto questo, mescolandosi con i conflitti portati con sé da persone che arrivano da lontano con le loro povertà vecchie e nuove, diventa di ancora più difficile gestione.
C'è poi una questione morale aperta da vent'anni, da Tangentopoli in avanti. Oggi il rapporto sulla mafia della Confesercenti indica la criminalità organizzata come prima azienda italiana, 90 miliardi di euro l'anno pari al 7% del PIL, e anche Verona naviga nel sistema mafioso.
La nonviolenza cosa ha da dire su questo, in quanto forza della verità? Il “potere dell'amore”, come la chiamava Martin Luther King, è energia vitale di cittadini attivi che mettono in gioco se stessi, si liberano dalla paura e dalla tristezza che alimentano in loro la spirale delle intolleranze e delle violenze. Abbiamo bisogno di liberarci dalle paure: quelle eccitate, inventate, costruite, esibite, manipolate come strumento di lotta politica, ma anche le paure reali. Oggi abbiamo molti motivi per sentirci insicuri, e anche chi sostiene il contrario ha al suo interno tante zone d'ombra.
In una città come Verona può affermarsi la sicurezza di tutti e con tutti, dove si producono e si inventano beni comuni intesi come fraternità, collegamento, interdipendenza. Molti progetti veronesi vanno da tempo in questa direzione, bisogna dare spazio e respiro a queste realtà presenti in una Verona carica di contraddizioni e contrasti, ma anche ricca di energie vitali.

Dall'intervento di Alberto Tomiolo
La vittoria elettorale della destra nelle ultime elezioni è scritta nella storia di questa città. Verona è stata la caserma di tutti gli eserciti di tutte le epoche, da Cangrande in avanti. Avamposto della Repubblica di Venezia, dell'Impero Austroungarico, retroguardia della I Guerra Mondiale, capitale della Repubblica di Salò e infine, elemento molto concreto degli ultimi anni, caserma nella riorganizzazione delle presenze militari americane dopo la II Guerra Mondiale.
C'è un anno fatale per la città, il 1955. In città si sta lavorando alla trasformazione del piano di ricostruzione in piano regolatore generale della città. Verona è allora una delle 5 città italiane più bombardate. Verona è oggi una città bella e ben conservata ma molto diversa da come avrebbe potuto essere se il piano regolatore non fosse stato affidato ai poteri forti della città, cioè alle grandi imprese edilizie che imposero la distruzione del centro storico: intere strade demolite per fare spazio al parcheggio delle banche, agli interessi delle assicurazioni...
Adesso, e i primi atti del nuovo sindaco ce lo dimostrano, viviamo una sorta di ricostruzione bis. Allora era materiale ed effettiva, oggi è una ricostruzione dalla paura.
Inoltre Verona non ha avuto un ceto borghese degno di questo nome, quello che in altre regioni – la Lombardia, il Piemonte, la Liguria – ha caratterizzato un salto culturale per tutta la popolazione.
Nel 1992, dopo la vicenda del caso Maso, Turoldo scriveva: “Mi chiedo se proprio quei figli che siamo tentati di definire come mostri, non siano invece i figli più logici, più sinceri, più coerenti con il sistema di cui siamo produttori e protagonisti”.
Questo è il nostro compito: dobbiamo togliere a Verona la soddisfazione di essere diventata finalmente se stessa.


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Faciamo pace fin da oggi,
un bambino alla volta

Ibu Robin Lim, l'ostetrica dai piedi scalzi, è venuta a Verona per una serata inserita nel Congresso del Movimento Nonviolento e aperta alla città.
di Elena BuccolieroPremio “Alexander Langer” 2006, Ibu Robin, 49 anni, vive a Bali con il marito Will Hammerle, i sette figli, i nipoti. Nel dicembre 2004, dopo lo tsunami, corre nella regione di Aceh, nell'isola di Sumatra travagliata anche da conflitti di natura etnica e religiosa, e comincia a lavorare con le donne sopravvissute in un’opera di tipo sanitario e ostetrico ma anche di elaborazione del lutto, di ricostruzione del tessuto sociale e delle relazioni d’aiuto tra le persone.
Attualmente è direttore esecutivo di due cliniche, a Bali e ad Aceh. Non veri e propri ospedali ma “centri comunitari”, dove è possibile fermarsi anche per una tazza di tè o per fare due chiacchiere. A Bali dal 2002 ha fondato anche un centro giovanile che fa formazione professionale e prevenzione delle varie forme di abuso. E il suo esempio, anche in campo educativo, è di grande verità e coinvolgimento diretto nelle situazioni più estreme.
“Quando mi sono recata a portar soccorso alle vittime dello tsunami ho portato con me i miei figli adolescenti”, ha raccontato Ibu Robin. “Hanno sperimentato insieme a me il più grande disastro del pianeta. Hanno sollevato corpi morti, hanno assaggiato la salinità dell'acqua per trovare acqua dolce per i sopravvissuti, sono stati fermati dai militari. Molti mi hanno criticata perché li mettevo in questa situazione. In seguito però mia figlia è stata coinvolta nella Commissione Verità e Riconciliazione dell'ONU per il Timor Est.
Io credo che possiamo costruire la pace un bambino alla volta. E se vogliamo che la prossima generazione si metta sulla strada della nonviolenza dobbiamo allattare al seno i neonati, accoglierli in modo rispettoso e insegnare la pace fin dal momento del concepimento”.
In tutta l'Indonesia le sue sono le uniche cliniche dove le donne possono entrare insieme al loro nucleo familiare e in cui possono scegliere di partorire in acqua. Ma non è soltanto questo.
“Lavoriamo da molto tempo per strappare la nascita all'industria medica e restituirla alle donne. Questo è molto importante soprattutto in Indonesia dove le donne non sono trattate con rispetto, soprattutto durante il parto durante il quale vengono addirittura abusate, picchiate se osano piangere e fatte partorire in condizioni non igieniche.
Noi diamo buone cure alle mamme. Le accogliamo insieme alle loro famiglie, ci assicuriamo che siano alimentate correttamente, le accarezziamo sulla schiena finché partoriscono e soprattutto cerchiamo di preservare la loro dignità”.
Chi sono le mamme che si rivolgono al vostro centro?
“Sono le più povere. Per questo vengono da noi, perché in qualunque altro ospedale indonesiano devono pagare cifre molto alte per partorire e, se non hanno denaro, non possono portare via il bambino. Quello che però ci spezza il cuore è sentire donne che vengono da noi al secondo parto, dopo aver avuto il primo figlio in un ospedale, e poi ci ringraziano perché non le abbiamo picchiate quando piangevano durante il parto”.
Anche la nonviolenza politica sta nascendo e le cose da fare sono molte. Che cosa pensa del titolo del nostro congresso?
“La nonviolenza per me è essenziale, ne abbiamo bisogno come dell'acqua e del latte materno. Dobbiamo respirare, mangiare e bere nonviolenza. Dopo lo tsunami ogni giorno i soldati feriti venivano alla nostra clinica e volevano che li curassimo. Noi eravamo disposti a farlo, come per tutti i cittadini, a patto che lasciassero le armi fuori dalla clinica. Erano ragazzi, bambini in armi, non è stato difficile convincerli a non portare le armi con sé. Poco a poco è diventata un'abitudine”.
Vi è mai capitato di avere paura?
“Non direi. Noi non abbiamo preso parte nel conflitto tra i ribelli e questo voleva dire non avere nessuna protezione. In realtà non eravamo neppure in pericolo. Quello che ci ha preservato è stato il servizio dato a chiunque ne avesse bisogno, al di là delle appartenenze politiche e culturali, e l'aver preso una posizione fortissima per la nonviolenza.
Una sola volta ho avuto veramente paura. Ci avevano chiesto di circoncidere degli orfani e io non volevo eseguire l'ordine ma non sapevo come sottrarmi. Al colloquio con le autorità sono andata insieme a mio figlio 17enne e, quando ancora non sapevo come gestire la situazione, è stato lui a parlare per primo: 'Mi dispiace signore, la religione di mia madre è la nonviolenza, non può fare violenza a dei bambini'. A quel punto mi hanno lasciata libera di scegliere”.


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XXII CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Verona, 1-4 Novembre 2007

Mozione generale

Le amiche e gli amici della nonviolenza, riuniti in Verona per il 22° Congresso del Movimento Nonviolento, al termine di lavori articolati in commissioni e sedute tematiche:
- esprimono adesione alle linee generali di analisi e di programma esposti nell'introduzione del Presidente;
- assumono gli impegni risultanti dai lavori delle commissioni come approvati dall'assemblea e gli indirizzi delle mozioni particolari approvate dall'assemblea stessa;
- ribadiscono la necessità dell'apporto dei pensieri e delle pratiche della nonviolenza, esercizio competente del potere di tutti e di ciascuno, per affrontare la grave crisi della politica e delle stesse strutture della democrazia rappresentativa, evidentemente, anche nei paesi di più lunga e consolidata tradizione;
- si impegnano nel confronto e sono aperti alla collaborazione con quelle forze politiche e sociali che si mostreranno più consapevoli della profondità della crisi del nostro paese e dell'illusorietà di soluzioni affidate all'ingegneria istituzionale o alla demagogia dell'antipolitica;
- indicano nella diffusione e approfondimento del lavoro dei Centri del Movimento Nonviolento e dei singoli aderenti, nel loro collegamento a livello regionale, nel loro coordinamento affidato al comitato nazionale, nella costante apertura, proposta e pratica di collaborazione ai movimenti o realtà diffuse che alla nonviolenza si ispirano, la condizione necessaria perché l'aggiunta della nonviolenza per la politica buona sia credibile e possibile;
- indicano nella diffusione di Azione nonviolenta, nel suo utilizzo come essenziale strumento di comunicazione dei pensieri e delle pratiche della nonviolenza, un impegno prioritario per tutti gli aderenti.
Il Movimento Nonviolento impegna se stesso, tutti i propri iscritti, le sedi e i centri, il comitato di coordinamento e il direttivo, a realizzare entro l'autunno del 2010, a conclusione del Decennio per la nonviolenza, una iniziativa (marcia, raduno o altro) possibilmente di dimensioni europee (coinvolgendo altri movimenti nonviolenti, in collaborazione con War Resisters' International), che riaffermi la priorità dell'opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione tramite il metodo della nonviolenza attiva. Tale evento sarà preparato e costruito con specifiche giornate – almeno due all'anno, da individuare nelle date e nei contenuti -, nella quale tutti i gruppi e i singoli aderenti si attiveranno localmente in modo pubblico per riaffermare l'identità del Movimento Nonviolento e la sua visibilità.
La marcia o evento conclusivo del 2010 sarà riempito dai contenuti emersi dalle iniziative proposte da questo XXII Congresso ed effettivamente realizzate nei prossimi 3 anni. Sarà il punto di arrivo di un percorso collettivo, realizzato con “familiarità e tensione” dagli aderenti al Movimento Nonviolento che nuovamente si riuniranno nel XXIII Congresso Nazionale, nel 2010.
Approvata (unanimità)

Mozioni delle Commissioni
CORPI CIVILI DI PACE (COMMISSIONE 1)
Il XXII Congresso del Movimento Nonviolento ribadisce la validità della funzione svolta dall’Associazione IPRI ((Italian Peace Research Institute)-Rete CCP (Corpi Civili di Pace), di cui il Movimento Nonviolento è cofondatore con altre associazioni. Il Movimento Nonviolento ritiene che la funzione principale di questa associazione che riunisce la ricerca sulla pace (IPRI) e la proposta di interventi nonviolenti in zone di conflitto (Rete CCP) debba continuare ad essere quella di perseguire l’obiettivo di proporre la costituzione da parte dello Stato o dell’Europa di corpi Civili di Pace quale alternativa dell’attuale politica di invio di missioni militari spacciandole per interventi di pace anche quando senza ombra di dubbio sono interventi di guerra.
Come obiettivi da perseguire a livello istituzionale identifichiamo:
Legge per l’istituzione anche nel nostro Paese di un Istituto di ricerca sulla Pace;
Legge che istituisca dei Corpi civili di pace quale alternativa all’invio di militari all’estero in zone di conflitto;
Programma di incontri culturali e seminariali di pratica nonviolenta da proporre alle Amministrazioni locali tramite la rete della associazioni locali.
Pur essendoci già delle iniziative di volontari in zone di conflitto, il Movimento Nonviolento ritiene che un riconoscimento di questa funzione da parte dello Stato sia un passo necessario di riconoscimento al ruolo che posso esercitare i Corpi civili di pace :
Prevenzione
Mediazione, interposizione e soluzioni nonviolente in situazioni di conflitto
Interventi di riconciliazione
Tutte queste attività devono essere necessariamente distinte da interventi di aiuti umanitari o di “ricostruzione” che sono ruoli normalmente gestiti dalle ONG.
E’ necessario quindi che l’attività dell’ IPRI-Rete CCP con l’attivo impegno del Movimento Nonviolento, progettuale e anche autonomo, continui ad essere di interlocuzione con le nostre istituzioni parlamentari, governative ed Enti Locali.
Approvata (1 astenuto)


SERVIZIO CIVILE (COMMISSIONE 2)
Il Movimento Nonviolento si impegna a:
Salvaguardare il significato/valore del SC (Servizio civile) come contributo alla DPN (difesa popolare nonviolenta), e pertanto ad essere informato sulle ricerche in atto e sulla realtà operativa odierna del sistema SCN (Servizio civile nazionale).E quindi a :
impegnare il Comitato di Coordinamento a partecipare e contribuire criticamente al dibattito sul processo di sviluppo del SC nelle prospettive individuando modi, luoghi,tempi e soggetti strategici più idonei, non appena i dati delle ricerche sono disponibili.
Utilizzare la rubrica SC su Azione nonviolenta come strumento di confronto in modo costante e attinente ai “fatti” attuali del SC.
Curare la qualità della realizzazione dei progetti di SC posti in essere aumentando lo sforzo per :
rafforzare la realizzazione di percorsi formativi nelle specifiche tematiche legate a nonviolenza, DPN, EDAP (Educazione alla pace)
individuare programmi operativi più dettagliati e condivisi. Questo già a partire dal progetto in avvio a Brescia il 5 Novembre 2007 per poi modificare i progetti da presentare nel 2008.
Avviare e curare il confronto per la condivisione di attività progettuali con associazioni, movimenti e soggetti affini al Movimento Nonviolento a partire da quelli presenti sui territori delle sedi del MN accreditate per il SC, al fine di presentare i progetti 2008 in forma co-progettante.
Individuare almeno un’idea progettuale in materia di DPN, al fine di sperimentare con volontari in SC forme di DPN, in Italia o in collegamento con la WRI (War Resisters’ International). Obiettivo sarà presentare un progetto di tale natura entro il 2009.
Valutare l’opportunità di aggiornare l’accreditamento al SC del Movimento Nonviolento nei tempi consentiti da UNSC (Ufficio nazionale Servizio civile) e Regioni al fine di facilitare, appena possibile, la realizzazione della presente mozione.
Approvata (1 astenuto)

EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA (COMMISSIONE 3)La commissione ha preso le mosse da una breve analisi delle esigenze raccolte nella scuola e al di fuori di essa rispetto alla formazione alla nonviolenza, e di ciò che già viene fatto a nostra conoscenza, dentro e fuori dal Movimento Nonviolento.
Nelle premesse è stato concordato che:
l'educazione è un campo strategico, e già politico, per la crescita della nonviolenza;
le esperienze di educazione alla pace e alla nonviolenza in questi anni stanno crescendo presso Enti Locali, scuole, associazioni, Università;
i contenuti trasmessi comprendono sia aspetti di educazione alla proposta della nonviolenza richiamandosi ai grandi autori e alle più importanti esperienze della storia, sia proposte mirate a sviluppare competenze nella gestione dei conflitti interpersonali e sociali vissuti da chi si avvicina alla formazione alla nonviolenza;
lo specifico della nonviolenza consiste proprio nel guardare alla complessità tenendo insieme i conflitti di livello micro, meso e macro; ricerca e azione; violenza diretta, culturale e strutturale;
le più importanti azioni che il Movimento Nonviolento mette in campo rispetto alla formazione sono:
la pubblicazione di Azione nonviolenta, fondamentale strumento di formazione;
una piccola linea editoriale che dà diffusione a riflessioni ed esperienze altrimenti difficili da reperire;
i campi estivi per giovani e adulti;
la partecipazione ai lavori del Comitato per il Decennio dell'educazione alla pace e alla nonviolenza;
la formazione ai volontari in Servizio Civile, presso le proprie sedi e, ove possibile, per altre realtà;
incontri sui temi della nonviolenza in tutti i luoghi dove si è chiamati e dove è possibile andare.
Di fronte al compito di rinforzare questi settori e di aprire a nuove possibilità, sono stati individuati tre nuclei di lavoro che nascono da esigenze specifiche:
Obiettivo: diffondere i contenuti della nonviolenza, per nulla scontati, cominciando dagli ambiti preposti alla formazione, ovvero la scuola, l'università, il servizio civile nazionale. Azioni: sono stati individuati alcuni impegni diversamente graduati che ricordiamo fin da oggi a tutti gli iscritti al MN e, per quanto possibile, a tutti gli abbonati ad AN, ovvero;
- proporre personalmente l'abbonamento ad Azione nonviolenta e l'acquisto di materiale librario alle biblioteche comunali e di quartiere dei luoghi dove abitiamo, alle biblioteche scolastiche, agli uffici che si occupano di servizio civile;
- prendere contatto con i Comuni di residenza affinché si impegnino nella promozione dell'educazione alla pace e alla nonviolenza, assumendo formalmente il tema nei loro statuti comunali e agendo coerentemente nella promozione di iniziative nelle scuole e sul territorio;
- far vivere nella propria realtà gruppi aperti di riflessione, di studio e di azione per la formazione alla nonviolenza, sull'esempio dei Centri di Orientamento Sociale di Aldo Capitini e dei laboratori maieutici di Danilo Dolci.
2) Obiettivo: valorizzare la ricchezza di esperienze già in atto, promuovendone lo scambio e il confronto a scopo sia di autoformazione, sia di moltiplicazione delle iniziative.
Azioni: proseguimento della rubrica sull'educazione, eventualmente dandole uno spazio più ampio per raccontare esperienze in atto, e creazione di una sezione specifica del sito dedicata all'educazione, di cui un primo progetto è già stato abbozzato da Luca Giusti e Raffaella Mendolia che valuteranno la possibilità di seguirlo anche in seguito, insieme al webmaster del sito del Movimento.
Questa sezione del sito potrebbe comprendere:
progetti ed esperienze di educazione e formazione alla nonviolenza;
materiali di lavoro elaborati e sperimentati da insegnanti iscritti al Movimento per condurre lezioni delle loro discipline, evidenziando lo specifico della nonviolenza o sviluppando una formazione più completa e senso critico rispetto alle discipline;
indirizzi di persone del MN disponibili a essere riferimento o a fare formazione;
bibliografie tematiche;
uno spazio per le scuole per la nonviolenza presentate in Azione nonviolenta, con i link;
link ad associazioni amiche;
un blog di scambio tra gli insegnanti iscritti al Movimento o impegnati sul tema, per una comunicazione veloce e leggera sui contenuti e i metodi che sperimentano nel loro lavoro
Obiettivo: favorire l'incontro tra chi opera nel campo dell'educazione e formazione alla nonviolenza, anche in un rapporto di collaborazione e apertura con altre realtà.
Azioni: progettare un seminario specifico sull'educazione alla nonviolenza proponendone la realizzazione congiunta al Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) e preparandolo attraverso il sito e la rivista. Anche su questo è stata individuata una referente per la sua preparazione, in una amica del Movimento Nonviolento che fa parte dell'MCE da molti anni e può quindi fungere da figura di collegamento tra le due associazioni.
Approvata (1 astenuto)

ECONOMIA, ECOLOGIA, ENERGIA (COMMISSIONE 4)
La Commissione ha affrontato con notevole interesse e partecipazione il complesso legame tra economia, ecologia ed energia. E’ ormai per noi ovvio come l’attuale sistema economico abbia creato un’economia violenta, antropocentrica e malata che sta rapidamente portando verso il disastro. Ad essa va opposta un’economia nonviolenta, rispettosa della natura e di tutti gli esseri viventi. Nell’ottica capitiniana del “ad ognuno di fare qualcosa” abbiamo raccolto una serie di pratiche virtuose che chiediamo di applicare e promuovere a tutti gli aderenti al Movimento Nonviolento:
sviluppare forme di scambi non monetari anche attraverso la creazione di banche del tempo;
riciclare e riparare le cose e gli oggetti, anche supportando il piccolo lavoro artigiano legato a questo, soprattutto nelle sue forme legate al lavoro femminile e migratorio;
creare momenti di scambio di cose ancora utili che non usiamo più, organizzando delle “feste del riuso” nei nostri comuni;
coltivare un orto, autoprodurre alimenti;
organizzare i nostri acquisti in gruppi di acquisto solidale presso agricoltori biologici locali, sia per ridurre gli spostamenti della merce, sia per rafforzare forme di economia locale;
sempre in un’ottica di promuovere forme di autoproduzione, si propone di portare nelle scuole l’esperienza degli orti a scuola e questo anche per far capire ai bambini l’importanza dell’origine degli alimenti e di un approccio consapevole ad essi;
ricordare l’importanza di potenziare e facilitare l’uso della mobilità ciclo-pedonale in città, scoraggiando l’uso dell’automobile;
praticare e promuovere forme di turismo locale “di vicinato” e consapevole, anche per ridurre il traffico aereo;
applicare e promuovere nei nostri comuni forme di risparmio energetico sull’illuminazione, sul riscaldamento e sul riutilizzo dell’acqua piovana nelle nuove costruzioni;
sposare l’economia solare (forma di energia alla quale si riconducono tutte le altre energie rinnovabili alternative, dall’eolico al legno) alla quale affidarci anche nel piccolo delle nostre case attraverso i pannelli solari.
Questo decalogo è consapevolmente un elenco incompleto delle buone pratiche possibili che ci portano ad avere stili di vita sostenibili che rientrano nel desiderio di un vita più sobria e di una politica legata alla decrescita felice del consumo.
Il Movimento Nonviolento si impegna ad una costante informazione sui temi trattati (anche attraverso la promozione dell’abbonamento cumulativo tra le riviste Azione nonviolenta e Gaia) e soprattutto a farsi promotore di forme di economia locali che vadano verso la costruzione di vere e proprie reti di economia solidale.
Approvata (unanimità)

RISPOSTE DI MOVIMENTO ALLA CRISI DELLA POLITICA (COMMISSIONE 5)
Per “crisi della politica” si deve intendere innanzitutto la crisi dei partiti e dei politici, a partire da quelli di sinistra, che troppe volte hanno perso il fondamento e il riferimento nella loro cultura e storia di origine, sino al punto di annullare ogni distinzione concreta fra destra e sinistra.
Tutti ciò ha contribuito, complice la “cattiva maestra TV”, ad un diffuso imbarbarimento e alla diffusione di una cultura parafascista, intollerante, nichilista che contagia gran parte della gioventù.
Di fronte a questo scenario, il Movimento Nonviolento dovrà impegnarsi lungo le seguenti linee direttrici:
Operare per coinvolgere la cittadinanza in una politica dal basso che realizzi concretamente l’ideale della omnicrazia capitiniana, dell’empowerment, dell’arte di non essere governati, dell’autogoverno. Questo processo sarà più facile da sviluppare nella piccola scala, ovvero in singoli quartieri, piccole cittadine e paesi dove tuttora sono più forti i legami di solidarietà;
In questa opera di diffusione del “potere dal basso” il Movimento Nonviolento privilegerà la partecipazione a quelle esperienze di lotta già radicate nel territorio, in difesa di comunità minacciate dalla politica centralista, sviluppista, corruttrice, delle “grandi opere” e della militarizzazione del territorio (TAV, autostrade, rigassificatori, inceneritori, basi militari). Gli attivisti del Movimento Nonviolento sono in grado di contribuire all’addestramento alle lotte nonviolente coinvolgendo anche settori non sempre in sintonia con tale orientamento (centri sociali, movimenti antagonisti). Si invita a costituire una banca dati ed una mappatura delle esperienze in corso;
Il Movimento Nonviolento promuove una cultura della nonviolenza intesa come “rivoluzione permanente” e come “sovvertimento di una società inadeguata” (Capitini) a partire innanzitutto dal proprio specifico di “opposizione integrale alla guerra”, con un programma costruttivo che intende realizzare forme di difesa popolare nonviolenta, interna ed esterna, mediante i Corpi civili di pace, e una diffusa capacità di trasformazione nonviolenta dei conflitti, dal micro al macro, mediante tecniche di mediazione;
Il Movimento Nonviolento continua il suo lavoro di interlocuzione con il livello della politica istituzionale sia su temi e proposte legislative specifiche, sia su un confronto culturale che richiami alla loro responsabilità quei politici e quelle istituzioni che troppo spesso si richiamano alla nonviolenza in termini genericamente retorici;
Consapevole dell’enorme portata di questo impegno, il Movimento Nonviolento si propone di potenziare le proprie strutture e sedi organizzative, aumentare la partecipazione degli attivisti, migliorare gli strumenti di comunicazione, a cominciare dalla rivista Azione nonviolenta, e svolgere un capillare lavoro culturale e di formazione in tutte le sedi e le occasioni propizie, in sinergia con altre associazioni e movimenti dell’area nonviolenta.
Approvata (3 astenuti)

RESISTENZA NONVIOLENTA CONTRO IL POTERE MAFIOSO (COMMISSIONE 6)
La commissione, pur ritenendo degna di grande attenzione l'evoluzione della situazione nelle diverse aree del paese interessate dal fenomeno mafioso, ha