Inviando una e-mail
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copia an potrete ricevere una copia omaggio
di Azione Nonviolenta, la rivista mensile del
Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini
nel 1964.
Abbonamento
annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia AN"
ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP,
città)
Le opere d’arte si
distinguono dai dettagli. Non voglio dire che il
nostro Congresso sia stato un’opera d’arte, per
carità, ma sicuramente tutti i partecipanti
hanno riconosciuto che “è andato bene”: adeguata
preparazione, svolgimento ordinato, discussioni
approfondite, conclusioni utili. Insomma,
l’obiettivo – che era quello di riunire gli
aderenti al Movimento per decidere le linee di
azione dei prossimi anni – è stato raggiunto,
come testimoniano le mozioni approvate che
pubblichiamo da pagina 12 a pagina 19. Dunque
possiamo soffermarci un attimo sui dettagli, su
particolari momenti dei quattro giorni
congressuali che, secondo me, hanno dato quel
sapore in più che fa la
differenza. L’apertura dedicata all’amico
Piergiorgio Acquistapace, da poco scomparso, ci
ha regalato attimi di vera commozione, anche
grazie alla presenza in sala della moglie,
Lucia, e delle figlie, Laura e Alessia. Così
come quei cinque minuti di silenzio, alla fine
del dibattito generale, lasciati idealmente e
concretamente all’intervento dello stesso
Piergiorgio e di Alexander Langer (grandi amici
della nonviolenza che ci hanno lasciato entrambi
prematuramente), che abbiamo sentito realmente
presenti tra noi, vera e propria compresenza.
Quel silenzio si è riempito di preghiere, di
meditazioni, di ricordi, di sensazioni, che
hanno creato un’unità palpabile fra tutti i
presenti. Significativa è stata la
premiazione dei due studenti dell’Istituto
d’Arte di Trento, Alex Fattore e Lara Mottes,
che hanno partecipato al progetto per la
realizzazione del manifesto di convocazione del
Congresso. La proiezione in video di tutti i
bozzetti, la spiegazione da parte dei ragazzi
delle motivazioni e delle idee alla base delle
loro opere, e le testimonianze delle due
insegnanti, sono riuscite a trasmettere lo
stretto legame esistente tra arte e nonviolenza.
Il premio consisteva nel dvd “Una forza più
potente”, il libro “Nonviolenza in cammino” e in
una spilletta del fucile spezzato “da indossare
quando si sarà raggiunta la piena consapevolezza
del suo significato”. Tanti applausi. Il
Congresso era generosamente ospitato nella
struttura dei Missionari Comboniani, sulle
colline di Verona, a ridosso del centro storico,
in un’oasi di verde. L’ambiente circostante,
silenzioso, lindo, accogliente, ha certamente
contribuito alla riuscita dell’evento. Il
quartiere si chiama “Veronetta” ed è ricco di
osterie, trattorie, ristorantini (mitico quello
del “Ropeton”) dove abbiamo consumato insieme
pranzi e cene. Bei momenti di festa e
convivialità, dove non è mai mancato il buon
vino locale. Anche l’accoglienza notturna, nel
vicinissimo ostello, è stata all’insegna della
sobrietà. C’è stato anche lo spazio per
un’istruttiva passeggiata comunitaria, nei
sentieri naturalistici sulla dorsale delle
colline, in visita alle mura magistrali della
città, con la guida esperta e brillante di
Alberto Tomiolo, che tra aneddoti vari ha
ricostruito la storia militare di Verona dai
Romani alle due guerre mondiali. Il panorama
sulla città è di quelli mozzafiato. La
manifestazione del 4 novembre “non festa ma
lutto” ha visto una significativa partecipazione
(oltre 200 persone in cammino per le vie di
Verona) a quella che è stata una vera e propria
“assemblea itinerante” riunita nel nome della
nonviolenza per onorare i caduti di tutte le
guerre, passate e presenti, nell'unico modo per
noi possibile: impegnarsi con la nonviolenza
attiva contro la guerra e la sua preparazione.
La formula della manifestazione con soste di
riflessione (già inaugurata nella nostra Marcia
Perugia-Assisi, e poi nella camminata da Assisi
a Gubbio, e anche nella passeggiata per le vie
della Firenze nonviolenta), ci ha permesso di
ascoltare Carlo Melegari sul tema
dell’immigrazione, davanti alla Basilica di San
Zeno; poi la testimonianza di Alberto Trevisan
davanti al Tribunale militare; la lezione di
storia dell’urbanistica delle fortificazioni
militari di Alberto Tomiolo, davanti
all’Arsenale; e il racconto di Sergio Paronetto,
al Ponte della Vittoria, del vero drammatico
volto della prima guerra mondiale; in Piazza Brà
abbiamo deposto la bandiera della nonviolenza
sulla lapide che ricorda l’olocausto nei campi
di sterminio nazisti e davanti al cippo dedicato
a tutti i caduti di tutte le guerre. Daniele
Lugli ha concluso richiamando il senso profondo
del “ripudio” della guerra. Nell’editoriale
di presentazione del Congresso, nel numero di
agosto-settembre, scrivevo “se riusciremo a
svolgere un buon Congresso e condurre una buona
manifestazione, avremo, nei fatti, già messo in
atto la nostra politica nonviolenta”. Mi fa
davvero piacere poter affermare ora che ciò è
effettivamente accaduto. Le amiche e gli amici
della nonviolenza che si sono riuniti a Verona
(un centinaio nei quattro giorni di lavori
congressuali) hanno dato vita ad un buon
Congresso, che costituisce la base ideale e
programmatica per i prossimi anni di vita del
Movimento Nonviolento.
Saluti e auguri di buon lavoro I messaggi
inviati al Congresso
In apertura dei lavori sono stati
registrati letti i saluti ai congressisti
inviati da parte di persone amiche, o
rappresentanti istituzionali, che pur non
potendo intervenire personalmente, hanno
comunque voluto far pervenire un loro messaggio.
Riportiamo gli stralci più significativi di
alcuni saluti ricevuti e accolti dall’assemblea
con calorosi applausi. Da Sandro Canestrini,
avvocato di Rovereto Sono impedito dalle mie
negative condizioni fisiche dal partecipare al
Congresso, per la prima volta in tutti questi
anni. Vi auguro di tutto cuore ottimo successo
nei lavori, accompagnandovi come sempre con il
mio fraterno augurio. Da Giuliano Pontara,
Università di Stoccolma Mi piacerebbe essere
fisicamente presente a queste giornate di corale
ricerca e marciare con voi per le vie di Verona
(e magari tirar fuori sul più bello un panino di
tasca e mangiarlo ordinatamente in istrada). La
nonviolenza è fatta nel giornaliero, da uomini e
donne "terribilmente normali", con aggiunte
individuali che assieme possono creare ruscelli,
torrenti, fiumi. Da Ekkehart Krippendorff,
Università di Berlino La nonviolenza è
ovviamente qualcosa di diverso da una semplice
posizione intellettuale e generica di pura
negazione – la a-violenza, cioè la negazione
della violenza. Essa può essere solo
l'espressione pratica e il comportamento
concreto di una visione positiva e creativa
della vita. Da Giancarla Codrignani,
Presidente della LOC Ho detto che ritengo
rilevante il momento, sia per le vicende in
corso che hanno a che vedere con tutti i
problemi della violenza, sia perché i principi
che abbiamo coerentemente onorato negli anni
debbono essere riletti alla luce delle ipotesi
che sapremo formare per il futuro. Non
intendo soffermarmi su cose ovvie. Tuttavia
credo che, proprio a partire dalla nonviolenza,
si debba ridare senso al “fare politica” come
dovere civile costruttivo e “bello”. Se, poi, i
nonviolenti, saranno così efficaci da capire che
non si può più parlare di nonviolenza senza
partire dalla cultura di genere e dalla
competenza delle donne, forse si potrà aprire
qualche pagina nuova. Da Diego Cipriani,
Direttore UNSC Sono convinto che, anche ora
che la leva obbligatoria nel nostro Paese è
stata sospesa, la mission principale che il
legislatore ha voluto assegnare al servizio
civile nazionale sia quella del contributo che
esso è chiamato a dare alla “difesa della
Patria” con mezzi e attività non militari.
Dunque, la “cifra” che caratterizza il “nuovo”
servizio civile non è molto diversa da quella
del “vecchio” e cioè la nonviolenza. So bene che
anche voi, nella vostra lunga esperienza di Ente
“convenzionato”, prima, e “accreditato”, ora,
avete potuto sperimentare tutto ciò. Da
Paolo Ferrero, Ministro della Solidarietà
Sociale La crisi delle strutture che
abituavano gli individui a vivere in società -
lo Stato, il lavoro, la famiglia.... – unita
alla precarietà economica ed alla durezza della
vita urbana, aumenta l’incertezza e la paura di
tutti e tutte noi, e spinge ad individuare
nell’altro, nel diverso, il capro espiatorio a
cui imputare tutto il male e ad espellerlo con
violenza dalla comunità sociale, o dalla vita
stessa. In queste condizioni i valori e le
pratiche della nonviolenza assumono una
rilevanza ancor maggiore. La diffusione e
l’evoluzione delle idee nonviolente, la loro
capacità di estendersi dal tema della pace a
quelli dell’economia e dell’ambiente, della
politica, della giustizia e di tutte le
relazioni interpersonali, sono per tutti e tutte
noi motivo di conforto e di speranza. Da
Fausto Bertinotti, Presidente della Camera dei
Deputati La scelta della nonviolenza si
colloca oggi all’interno di un quadro
complessivo di grande drammaticità, in cui la
guerra e il terrorismo realizzano giorno dopo
giorno un progressiva erosione delle ragioni
dell’uomo, dei suoi diritti inalienabili, delle
basi fondanti della vita associata.
Declinare attraverso la pratica individuale
e collettiva la metodologia della trasformazione
pacifica e nonviolenta della società allargando
gli spazi del dialogo, dell’accoglienza e
dell’ascolto delle diversità rappresenta dunque
una premessa indispensabile per la costruzione
di un nuovo modello di società, sorretto dalla
cultura della partecipazione democratica, del
riconoscimento tra i popoli e le nazioni del
mondo e della pace. Da Franco Marini,
Presidente del Senato della Repubblica Il
pensiero e la figura di Aldo Capitini
costituiscono un modello e una fonte
inesauribile di ispirazioni per quanti credono
in un mondo affrancato dalla violenza e
dall’intolleranza.
Il Congresso ricorda l’amico Piergiorgio
Acquistapace
Chi ha conosciuto Piergiorgio Acquistapace lo
avverte qui, con noi. Vedo Piergiorgio che
cammina, determinato e sorridente, dietro lo
striscione del Movimento Nonviolento a Vicenza.
Lo rivedo qualche tempo prima, una sera, a
Verona. Siamo insieme a tavola, c’è anche la
moglie e una figlia. Facciamo festa: il male che
l'aveva afferrato aveva allentato la sua presa.
Il suo modo era attento, appropriato. Danilo
Dolci avrebbe detto “esatto”. Le cose vanno
fatte con cura, con costanza d’impegno, con
leggerezza, senza sforzo apparente. Tante
cose ha fatto. La diffusione “militante” di
Azione nonviolenta è un esempio. Piergiorgio
aveva indetto un premio per i più attenti e
solerti amici della nonviolenza: Art. 1 Sono
messe in palio cinque copie dell’ultimo numero
della rivista “Azione Nonviolenta” al modico
prezzo di 3 euro trattabili. Art.2 I concorrenti
dovranno prenotare una copia via e-mail
all’indirizzo
Vincono le copie i primi
cinque concorrenti in ordine di prenotazione.
Farà fede la data e l’orario indicati nella
stessa mail Art. 3 I premi saranno consegnati
direttamente agli interessati o a persone di
fiducia espressamente indicate. Art.4 Ai
concorrenti classificati dal 6° posto in poi
saranno riservate espressioni di apprezzamento e
riconoscenza con il proposito di aumentare il
numero delle copie del prossimo numero di Azione
nonviolenta e quant’altro ritenuto opportuno
dall’insindacabile giudizio di Piergiorgio
Acquistapace. Non ci ha fatto mancare il suo
contributo al congresso. La rivista molisana “Il
ponte”, sett.-ott. 2007, apre con “Politica di
pace e pratiche di nonviolenza” di Piergiorgio
Acquistapace. Molti sono i ricordi di amici
molisani, di persone che hanno condiviso, in
vari significativi momenti, il suo impegno, di
amici della nonviolenza. Cito solo la breve nota
di Luciano Capitini: Leggo che tutti abbiamo
risentito pesantemente della mancanza del nostro
caro amico. Come altri hanno detto, anch'io ho
potuto trattenere a stento le lacrime. Di lui
ricordo l'impressione che dava: una persona
perfetta, un nonviolento privo di sbavature ed
invece ricco di doti. Sono sempre stato
impressionato dalla sua serenità, la calma, la
profondità, che poi si attuavano in azioni
incisive, precise, ricche di energia. Ammiravo
la sua famiglia, il gruppo che aveva costituito
attorno a sé. Ora non c'è più, e non riesco ad
immaginare come potrebbe, una morte, colpirmi di
più. Concludo con Aldo Capitini: Ho insistito
per decenni ad imparare e a dire che la
molteplicità di tutti gli esseri si poteva
pensare come avente una parte interna unitaria
di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio,
una somma di possibilità per tutti i singoli,
anche i colpiti e annullati nella molteplicità
naturale, visibile, sociologica. Questa unità o
parte interna di tutti, la loro possibilità
infinita, la loro novità pura, il loro «puro
dopo» la finitezza e tante angustie, l'ho
chiamata la compresenza. Ringraziamo
Piergiorgio Acquistapace per la sua presenza,
che ci aiuta a sentire questa profonda
vicinanza, questa unità, che fatichiamo a
vivere. (dall’apertura della relazione di
Daniele Lugli)
La nonviolenza è politica per il disarmo
ripudia la guerra e gli eserciti
di Daniele Lugli
Al congresso abbiamo
dato un titolo inusitatamente lungo. Come
introdurre un incontro così impegnativo? Un
suggerimento viene da una conversazione avvenuta
in Cina oltre due millenni e mezzo fa: - Nel
Regno del Sud le cose vanno molto male, cosa
consiglierebbe il maestro? - Ridare alle
parole il loro senso originario, è la risposta
di Confucio. Anche nella periferia del Regno
del Nord, dove ci troviamo ora, le cose vanno
piuttosto male. Propongo poche aggiunte come
invito a riflettere sulle parole. La
nonviolenza. È pianta di molte radici, perché
molti sono gli elementi che la costituiscono,
molti gli approcci, gli approdi. Ma, se dobbiamo
darne un'immagine - io resto molto legato a
Capitini - è una freccia di direzione che diamo
alla nostra vita, al nostro agire individuale e
collettivo. Fondante è l'adesione personale, la
persuasione della sua possibilità e necessità.
Altro elemento è l'intenzionalità verso
l'apertura a quello che vive, quindi al suo
esistere, alla sua libertà, al suo sviluppo. È
l’impegno che assumiamo con l’adesione alla
carta del Movimento Nonviolento, movimento
pienamente politico. Constatiamo difficoltà,
inadeguatezza, ma non c'è salto tra la
nonviolenza e la pratica politica. In essa non
perde valore, anzi è momento di partenza,
l'impegno personale. Al centro dell'agire sono
persone, che sanno farsi centro, dal basso,
collegate tra loro a costruire reti orizzontali.
Porsi al centro non è mettersi sopra, ma
sollecitare lo sviluppo di quanti condividono le
nostre esperienze. È in atto una profonda
involuzione politica e sociale. La nonviolenza
ci sollecita a guardare dentro ai mutamenti, a
dirci con sincerità quanto ci sembra di
comprendere, anche se contrasta le nostre
aspirazioni e ci fa soffrire. La nonmenzogna è
un contributo non trascurabile che possiamo dare
al rinnovamento della politica. Luther King
traduceva satyagraha come potere dell'amore.
Questo ci rammenta che la nonviolenza affronta
il problema del potere sapendo che il potere non
è quello che ci viene rappresentato nei suoi
aspetti oscuri, ma che presenta una possibilità
diversa e luminosa. Hannah Arendt ci ricorda
che il momento più alto e qualificato
dell’azione è l’azione politica e che il potere
corrisponde alla capacità umana non solo di
agire ma di agire di concerto. Lo sapevano bene
i ragazzi di Barbiana: Ho imparato che il
problema degli altri è uguale al mio. Sortirne
tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è
l’avarizia. Ogni volta, faticosamente, ci tocca
di riscoprirlo. Il potere consiste nella
relazione, nella costruzione di relazioni,
nell’agire consapevole e di concerto per la
soluzione del problema, sempre più comune agli
altri e a me. Il potere è nostro, è di tutti, ci
appartiene. La Costituzione ce lo riconosce
sovrano, ma esiste solo nel suo esercizio, non
per sovranità riconosciuta ma per capacità
esplicitata. Il potere e la violenza sono
opposti: dove governa l’una l’altro è assente.
Combattere la violenza in tutte le sue forme, in
tutti i suoi luoghi, è dunque condizione per la
buona politica, per l’instaurazione di un potere
condiviso e riconosciuto. La nonviolenza è
politica. Se la democrazia è la soluzione
politica meno peggio che siamo riusciti a
mettere in campo, bisogna difenderla. La sua
permanenza - democrazie occidentali minacciano
di risultare accidentali - è insidiata
dall'esterno e ancora più dall'interno. Per
questo non troviamo particolarmente affascinanti
le sirene dell'antipolitica. Rispecchiano la
cattiva politica che contestano. Hanno in essa
una giustificazione, ma non ne rappresentano un
superamento. La crisi della democrazia non è
solo italiana. La crisi economica spiega
qualcosa, non tutto. Un paese come la Svizzera,
risparmiato dalle guerre, senza problemi
economici pressanti o particolari difficoltà di
integrazione, dà il massimo dei voti al partito
che ha nel manifesto elettorale tre pecore
bianche che scacciano una pecora nera. Pontara,
abituato al buon uso delle parole, scrive di
tendenze naziste. È una crisi grave e profonda.
Non riguarda solo l'Italia, anche se come paese
abbiamo delle specificità con cui confrontarci.
Gran parte del nord sembra dire che della
politica non sa che farsene: ha da fare i soldi,
la politica è solo ostacolo alle ghiotte
occasioni di profitto. Le istituzioni debbono
agevolare l’attività imprenditoriale senza
interrogarsi sui suoi esiti. La politica ha
subito una mutazione difficilmente reversibile
in gran parte del meridione, che appare nelle
mani della criminalità organizzata. Cosa nostra,
camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita
controllano il territorio, modellano l’economia
e la società in quelle zone, e non solo. La
resistenza che incontrano non viene
principalmente dalle donne e dagli uomini della
“politica”. Resta una parte del paese in cui la
disaffezione alle istituzioni, pur crescente,
non ha ancora raggiunto i livelli descritti. Ma
anche lì la democrazia sembra sempre più
apparire un elemento residuale piuttosto che un
ideale capace di mobilitare le coscienze.
Abbiamo specificità non invidiabili. Di due
cose si meravigliava la corrispondente del
“Financial Times”: gli italiani sembrano non
avere un’idea di che cosa sia un conflitto
d’interessi e accettano una situazione
impensabile altrove in Europa; il Papa sembra
considerarsi il re d'Italia e questo non desta
apprezzabili reazioni. Noi che spesso
sottolineiamo come la violenza culturale e
strutturale siano alla base di ogni violenza
manifesta, avremmo anche a questo riguardo un
grosso lavoro da compiere. Sento in giro
molta delusione per l’azione del governo,
proporzionata forse alle illusioni della
vigilia. Chi come me da tempo vota in un’ottica
di riduzione del danno ne risente forse meno.
Illusioni, come Movimento, non ne abbiamo mai
nutrite. Sapevamo che dalle urne elettorali non
poteva scaturire molto di buono, perché molto di
buono in giro non c’è. Anche questo ci rimanda
una responsabilità generale in cui siamo
pienamente coinvolti come cittadini, e come
cittadini amici della nonviolenza, impegnati
cioè a dare un’aggiunta per il miglioramento, se
non la sopravvivenza, della democrazia. Non è
una questione che possiamo addebitare solo alla
mala casta dei politici. Profonda è la sfiducia
collettiva nella possibilità di una politica
diversa. Partiti, sindacati, istituzioni
rappresentative si contendono, da tempo, gli
ultimi posti nella considerazione dei cittadini
italiani. Certo i partiti, anche nell’ultima
competizione elettorale, potendo scegliere con
la maggiore libertà le persone che sarebbero
state elette, salvo qualche eccezione – che
conosciamo una ad una – hanno fatto pessime
scelte. Ma va anche ricordato che con qualsiasi
legge elettorale, salvo quella pensata da
Calderoli e da lui definita una porcata, il
cattivo schieramento, che ha prevalso sul
pessimo, non ce l’avrebbe fatta. Momenti di
protagonismo sociale, che pure non mancano, non
si collegano ai rari tentativi di rinnovamento
delle istituzioni politiche. Anche sotto questo
profilo il nostro impegno, minimo nelle
dimensioni ma continuo e preciso, può dare un
contributo utile. È un impegno per il progresso.
Possiamo non avere nel progresso indefinito
e necessario dell’umanità la stessa fiducia che
aveva Condorcet, intento a scriverne anche
all’ombra della ghigliottina. Ne condividiamo
però le direzioni che lo fanno come tale
riconoscere: l’eliminazione delle disuguaglianze
tra le nazioni, l’estensione dell’eguaglianza in
seno ai singoli popoli, il perfezionamento della
natura umana. La nonviolenza è politica per
il disarmo. Con il disarmo, cioè il toglierci le
armi - le armi che abbiamo, l'armatura, la
difesa - andiamo a toccare un punto molto
sensibile. Ci sono preoccupazioni, paure,
ossessioni securitarie, ma c’è anche la
necessità della sicurezza. La sicurezza, il
poter stare senza preoccupazione, è certamente
un bene ed è un bene collettivo. Nessuno può
darcela se non ce la procuriamo noi. Dobbiamo
riconoscerla come bene comune, quotidianamente
custodirla, costruirla. Spesso facciamo il
contrario: distruggiamo quella che abbiamo.
La sicurezza è cosa da preservare e
costruire assieme con intelligenza e capacità
momento per momento. Quando parliamo di disarmo
dobbiamo fare i conti con la percezione della
sicurezza, con le nostre paure. Diversamente le
proposte di disarmo, che sembrano meglio
intenzionate, argomentate, sostenute sono
destinate a sicuro fallimento. Un esempio per
tutti il referendum in Brasile sul porto d’armi:
istituzioni, chiesa, società civile schierati
per il disarmo, ma il voto popolare va in senso
contrario. Potenza della lobby delle armi?
Qui emerge la necessità di un programma
costruttivo. Ci sono esempi di azioni
intenzionali, concertate, intelligenti nelle
quali sono interessate e rese consapevoli della
propria forza e indispensabilità le persone, che
si avvertono nel rischio, spaventate anche da
messaggi che sembrano avere lo scopo di
atterrire. In esse c’è collaborazione delle
istituzioni, delle polizie, degli operatori
sociali, delle associazioni, dei cittadini. Il
nostro posto è lì: nell’intervento dal basso,
nella capacità di tessere relazioni tra attori
così diversi, nel portare l’aggiunta necessaria,
nell’attenzione al mutamento possibile. Vi è
una preoccupazione che riguarda l’intero Paese
ed è collegata all’immigrazione. L’assassinio di
una donna a Roma apre scenari inquietanti di
razzismo e xenofobia. È in discussione la nostra
capacità, la capacità delle nostre istituzioni,
della società tutta, di includere e non di
escludere. È fortemente correlata alla capacità
di prendere le difficoltà come opportunità, di
trasformare i conflitti, di instaurare
relazioni. Bossi e Fini e il sindaco Tosi non
hanno inventato le nostre paure: se ne sono
fatti imprenditori e, poiché la cosa rende,
trovano imitatori anche nel campo che si dice
avverso. Sento nelle scuole, tra giovani di
bella presenza e di buoni risultati scolastici,
circolare convinzioni razziste, propositi di
spedizioni punitive, invettive contro il troppo
che si concede agli stranieri togliendolo a noi.
Episodi isolati di intolleranza violenta verso
migranti e itineranti sono destinati a crescere.
Così come non tarderanno a manifestarsi
conflitti etnici. Da questi ci ha fin qui
preservato la dispersione in centocinquanta
nazionalità diverse della nostra immigrazione,
rispetto alla compattezza di quella inglese,
francese, tedesca (Commonwealth, Maghreb,
Turchia). La diversa distribuzione delle
presenze e il carattere recente
dell’immigrazione più massiccia sono ulteriori
elementi di differenza che hanno fin qui giocato
a nostro favore. È un tema la cui importanza è
destinata a crescere e che ci interpella
direttamente. Un giovane francese, passato
dal movimento delle banlieu a un insegnamento
alla Sorbona, ricordava gli arresti subiti,
l’essere spogliati nudi per rendere più efficace
e svelta la perquisizione e la convinzione
diffusa nel movimento che la violenza resta
l’unico modo di farsi intendere da parte di chi
non ha voce. Sembra che l’esperienza passata non
serva a nulla. E a nulla servirà se non saremo
capaci di contribuire a una risposta diversa
anche nel nostro paese. Cresceranno assieme
violenze e illegalità e misure repressive e
liberticide. Lo abbiamo già visto, lo stiamo
vedendo. Senza fare i conti con questo ordine di
problemi ogni nostro discorso sul disarmo
rischia di non trovare ascolto. ...ripudia
la guerra e gli eserciti. Secondo etimologia
ripudia è collegato a pudere, vergognarsi,
ovvero a pede, piede. Si ripudia qualcuno,
qualcosa che era fortemente legato a noi e con
cui non vogliamo più avere nulla a che fare.
Allontaniamo addirittura col piede chi è stato
con noi in così stretta relazione. Che la
guerra sia un flagello è scritto nella carta
istitutiva dell’ONU, che sia cosa da dementi
l’ha detto un Papa. Dovrebbe bastare per
ripudiarla. Non è così. Accompagnata da
aggettivi accattivanti sembra tornata
presentabile. Un filosofo del diritto vieta
perciò ai suoi allievi la parola guerra per
sostituirla con “carneficina di massa”. Una
santa carneficina di massa, una carneficina di
massa giusta, una carneficina di massa
preventiva, ecc. sembrano espressioni più
difficilmente usabili. Possiamo dimostrare
che siamo stati e siamo coinvolti in azioni di
guerra e non di polizia internazionale,
contrarie alla Carta dell’ONU e alla
Costituzione, ma se passa la convinzione che
combattendo là la allontano da qui la
maggioranza dirà che va bene così. Un'opinione
coerentemente pacifista e disarmista è
minoritaria. Non parliamo di quella nonviolenta.
Eppure è evidente che quanto la politica non
riesce a risolvere, neppure la guerra riesce a
risolvere. Anzi lo aggrava e prepara di peggio.
La guerra continua la politica con altri mezzi,
e con lo stesso livello di inefficacia. Renè
Girard dice non esservi più una politica
intelligente, mentre la guerra è generalizzata,
e non ci sono più capri espiatori disponibili
per salvarci la pelle: tocca a noi. Profonde
sono le radici della guerra dentro di noi. Hanno
consentito ai giovani di allora di trovare
radiose le giornate di entrata dell’Italia nella
prima guerra mondiale e consentono oggi di non
avere problemi nel reclutamento dei volontari.
Nei corpi speciali la selezione è dura: almeno
10 aspiranti per posto. Leggo nel supplemento
“Uomo” dell’Espresso che gli incursori di Marina
non sono uomini ma “mezzi di assalto”. Ognuno è
sub, artificiere, paracadutista e commando.
Hanno più palle di tutti. Hanno talora tatuaggi,
ma minuscoli, capelli anche lunghi, vestono come
vogliono, sono guerrieri snob. Non sono male
neppure i carabinieri del GIS e i paracadutisti
del Col Moschin. I corpi d’élite non presentano
difficoltà di reclutamento. E per il resto se
non basteranno - finora sono bastati - gli
incentivi all’arruolamento ci sono pronti i
nuovi cittadini di centocinquanta nazionalità,
per essere nel nostro esercito quello che negli
USA sono latinos e neri. L’esercito, dunque,
da exercitu: ci si esercita a fare le cose della
guerra. E ci sono cose necessarie che neppure i
volontari possono fare. Si appaltano allora a
schietti mercenari gli aspetti più cruenti,
indicibili, della carneficina di massa. Torniamo
alla paura che acceca. Parlare di rinuncia
all’esercito, quando se ne richiede da più parti
l’intervento anche per l’ordine interno, non è
facile. Esercito viene anche da ex arcere, cioè
buttare fuori, tenere lontano mentre la
soluzione, lo sappiamo, sta nell’includere, nel
conciliare, nel tenere vicino, nel camminare
assieme. Ma mentre approfondiamo la nostra
proposta non dimentichiamo che, in quelle
classifiche di gradimento istituzionale con i
partiti all’ultimo posto, l’esercito, seguito
dalla polizia, svetta al primo.
D'accordo, la nonviolenza è politica. E
adesso che cosa facciamo?
Che la nonviolenza sia politica nessuno lo ha
messo in dubbio. Più dibattuto è stato il tema
sulle forme di partecipazione che il MN dovrebbe
darsi e il punto più delicato ha riguardato
proprio il rapporto con i partiti. Il più
determinato rispetto ad una ipotesi di impegno
politico diretto è Rocco Pompeo, del MN di
Livorno: “Dopo tanto dibattito credo sia giunto
il momento di impegnarci come MN su una proposta
politica alternativa, concreta e davvero
praticabile”. La sua ipotesi è “portare una
interferenza diretta nello schieramento politico
italiano interloquendo con chi, tra i partiti,
ha dichiarato una opzione per la nonviolenza -
segnatamente i Verdi, Rifondazione Comunista e
Sinistra Democratica. Ad essi dovremmo
presentarci esigendo che la nostra
partecipazione sia visibile e libera, in un
rapporto di pari dignità”. Piercarlo Racca,
MN di Torino, interviene con un invito al
realismo sottolineando che non ci sono le
energie per fondare un “partito dei
nonviolenti”, mentre potrebbe essere utile dare
suggerimenti a chi la politica la fa
professionalmente. Tra chi difende
l'identità del MN si inserisce Pasquale
Pugliese, MN di Reggio Emilia: “Il MN non è un
fine in sé, è uno strumento e come tale può
cambiare. Ma trasformarlo in una lista
elettorale è molto più che modificarlo.
Significa cambiare strumento”. Il compito del MN
oggi, prosegue Pasquale, è fare politica dalla
base dove, ad esempio, “il tema del disarmo è
completamente dimenticato. Abbiamo bisogno di
provare ad intaccare questa inciviltà profonda
che avanza. Per questo vorrei che rinforzassimo
il nostro Movimento in quanto tale, insieme ad
Azione Nonviolenta”. Anche Luca Giusti, del
MN di Genova, si sente poco coinvolto dall'idea
di un impegno politico istituzionale e rilancia
la proposta per una campagna nazionale condotta
secondo l'esempio gandhiano. Ma “non è facile
trovare un unico obiettivo per un movimento
nazionale ed articolato come è il nostro, quindi
propongo di metterci a disposizione dei
territori ogni volta laddove emerge un
conflitto, sociale o ambientale, per dare un
apporto secondo lo spirito della
nonviolenza”. Per Massimiliano Pilati, del MN
di Trento, tutto questo avviene già. “In tutte
le nostre zone c'è qualcosa su cui impegnarci, a
Trento devo solo decidere se oppormi
all'inceneritore o alla TAV. Io vedo la
necessità di essere lì, sul proprio territorio.
Perché sono quelle le campagne dove – la Val di
Susa insegna – gli amici della nonviolenza fanno
la differenza”. Gianni Tamino, del MN di
Padova, in passato europarlamentare con i Verdi,
torna ad abbracciare anche temi globali. “Il
vero nodo da affrontare come MN non è
trasformarsi in partito né mandare propri uomini
all'interno della politica, ma creare le
condizioni perché le proprie idee abbiano spazio
all'interno della politica”. Per questo non
sono i numeri a fare la differenza. “Di difesa
popolare nonviolenta si parla dagli anni
Ottanta, di corpi civili di pace almeno dal '95,
ma non sono per nulla obiettivi raggiunti. Il
nostro compito è favorire un dibattito anche
molto piccolo ma che crei veramente qualcosa
prima di tutto attraverso i rapporti umani – da
qui l'importanza di essere tra persone che si
conoscono e che, pur in 200, sappiano
coinvolgere ognuno altri 200, in una reazione a
catena che formi una massa critica”. La
questione, spiega Gianni, non è diffondere
conoscenze ma cambiare atteggiamenti profondi.
“Temi come il disarmo o la decrescita non si
risolvono con elaborazioni intelligenti. Quelle
le abbiamo già da oltre un secolo. Il problema è
portare la gente nel suo complesso a dire: il re
è nudo. La società civile in genere è più avanti
delle istituzioni, ma qualche volta sembra che
venga meno. Ecco allora, con la crisi della
politica, lo spazio per l'antipolitica, che è
politica meschina. Occorre diffondere
nell'opinione pubblica la consapevolezza che la
soluzione dei conflitti non può essere una
soluzione armata, o che non è possibile un
progresso infinito. Se questo passa è possibile
che nelle istituzioni la politica della
nonviolenza vada avanti - con o senza di noi
nelle file dei partiti”.
Il caso Verona, dalla città di pace alla
tolleranza zero
Verona delle Arene di pace, di Nigrizia, di
Azione nonviolenta. Ma anche Verona dei divieti,
delle chiusure, del razzismo, della violenza.
Come è possibile spiegare un passaggio così
repentino, un tale crollo di speranza? Su
questo ci siamo confrontati nella serata di
avvio del Congresso, un dibattito aperto alla
città. Graditi ospiti nell'analisi della
situazione erano Sergio Paronetto, insegnante,
di Pax Christi, e Alberto Tomiolo, scrittore,
del Movimento
Nonviolento.
Dall'intervento di Sergio
Paronetto Verona è una città frammentata, un
labirinto di labirinti, ma è anche un
laboratorio di esperienze, le più varie, le più
strane. La prima urgenza del nostro tempo è
il disarmo. Siamo prossimi alle basi militari di
Aviano, Ghedi, Vicenza, dobbiamo capire che in
un eventuale scenario di guerre preventive
nucleari verranno coinvolte proprio alcune città
venete. Cosa vuol dire costruire una difesa
nonviolenta? E che ruolo può avere una città
come Verona? Poi c'è una violenza familiare,
quotidiana, diffusa, che rovina il cuore, la
mente, il corpo e si sviluppa a causa di
depressioni, solitudini, assenza di relazioni.
La nostra città coltiva una retorica buonista
che spesso maschera il vuoto. I conflitti
irrisolti, se non elaborati, esplodono in rabbie
solitarie e in violenza sociale. Tutto questo,
mescolandosi con i conflitti portati con sé da
persone che arrivano da lontano con le loro
povertà vecchie e nuove, diventa di ancora più
difficile gestione. C'è poi una questione
morale aperta da vent'anni, da Tangentopoli in
avanti. Oggi il rapporto sulla mafia della
Confesercenti indica la criminalità organizzata
come prima azienda italiana, 90 miliardi di euro
l'anno pari al 7% del PIL, e anche Verona naviga
nel sistema mafioso. La nonviolenza cosa ha
da dire su questo, in quanto forza della verità?
Il “potere dell'amore”, come la chiamava Martin
Luther King, è energia vitale di cittadini
attivi che mettono in gioco se stessi, si
liberano dalla paura e dalla tristezza che
alimentano in loro la spirale delle intolleranze
e delle violenze. Abbiamo bisogno di liberarci
dalle paure: quelle eccitate, inventate,
costruite, esibite, manipolate come strumento di
lotta politica, ma anche le paure reali. Oggi
abbiamo molti motivi per sentirci insicuri, e
anche chi sostiene il contrario ha al suo
interno tante zone d'ombra. In una città
come Verona può affermarsi la sicurezza di tutti
e con tutti, dove si producono e si inventano
beni comuni intesi come fraternità,
collegamento, interdipendenza. Molti progetti
veronesi vanno da tempo in questa direzione,
bisogna dare spazio e respiro a queste realtà
presenti in una Verona carica di contraddizioni
e contrasti, ma anche ricca di energie
vitali.
Dall'intervento di Alberto
Tomiolo La vittoria elettorale della destra
nelle ultime elezioni è scritta nella storia di
questa città. Verona è stata la caserma di tutti
gli eserciti di tutte le epoche, da Cangrande in
avanti. Avamposto della Repubblica di Venezia,
dell'Impero Austroungarico, retroguardia della I
Guerra Mondiale, capitale della Repubblica di
Salò e infine, elemento molto concreto degli
ultimi anni, caserma nella riorganizzazione
delle presenze militari americane dopo la II
Guerra Mondiale. C'è un anno fatale per la
città, il 1955. In città si sta lavorando alla
trasformazione del piano di ricostruzione in
piano regolatore generale della città. Verona è
allora una delle 5 città italiane più
bombardate. Verona è oggi una città bella e ben
conservata ma molto diversa da come avrebbe
potuto essere se il piano regolatore non fosse
stato affidato ai poteri forti della città, cioè
alle grandi imprese edilizie che imposero la
distruzione del centro storico: intere strade
demolite per fare spazio al parcheggio delle
banche, agli interessi delle assicurazioni...
Adesso, e i primi atti del nuovo sindaco ce
lo dimostrano, viviamo una sorta di
ricostruzione bis. Allora era materiale ed
effettiva, oggi è una ricostruzione dalla paura.
Inoltre Verona non ha avuto un ceto borghese
degno di questo nome, quello che in altre
regioni – la Lombardia, il Piemonte, la Liguria
– ha caratterizzato un salto culturale per tutta
la popolazione. Nel 1992, dopo la vicenda
del caso Maso, Turoldo scriveva: “Mi chiedo se
proprio quei figli che siamo tentati di definire
come mostri, non siano invece i figli più
logici, più sinceri, più coerenti con il sistema
di cui siamo produttori e
protagonisti”. Questo è il nostro compito:
dobbiamo togliere a Verona la soddisfazione di
essere diventata finalmente se stessa.
Ibu Robin Lim, l'ostetrica dai piedi scalzi,
è venuta a Verona per una serata inserita nel
Congresso del Movimento Nonviolento e aperta
alla città. di Elena BuccolieroPremio
“Alexander Langer” 2006, Ibu Robin, 49 anni,
vive a Bali con il marito Will Hammerle, i sette
figli, i nipoti. Nel dicembre 2004, dopo lo
tsunami, corre nella regione di Aceh, nell'isola
di Sumatra travagliata anche da conflitti di
natura etnica e religiosa, e comincia a lavorare
con le donne sopravvissute in un’opera di tipo
sanitario e ostetrico ma anche di elaborazione
del lutto, di ricostruzione del tessuto sociale
e delle relazioni d’aiuto tra le persone.
Attualmente è direttore esecutivo di due
cliniche, a Bali e ad Aceh. Non veri e propri
ospedali ma “centri comunitari”, dove è
possibile fermarsi anche per una tazza di tè o
per fare due chiacchiere. A Bali dal 2002 ha
fondato anche un centro giovanile che fa
formazione professionale e prevenzione delle
varie forme di abuso. E il suo esempio, anche in
campo educativo, è di grande verità e
coinvolgimento diretto nelle situazioni più
estreme. “Quando mi sono recata a portar
soccorso alle vittime dello tsunami ho portato
con me i miei figli adolescenti”, ha raccontato
Ibu Robin. “Hanno sperimentato insieme a me il
più grande disastro del pianeta. Hanno sollevato
corpi morti, hanno assaggiato la salinità
dell'acqua per trovare acqua dolce per i
sopravvissuti, sono stati fermati dai militari.
Molti mi hanno criticata perché li mettevo in
questa situazione. In seguito però mia figlia è
stata coinvolta nella Commissione Verità e
Riconciliazione dell'ONU per il Timor Est.
Io credo che possiamo costruire la pace un
bambino alla volta. E se vogliamo che la
prossima generazione si metta sulla strada della
nonviolenza dobbiamo allattare al seno i
neonati, accoglierli in modo rispettoso e
insegnare la pace fin dal momento del
concepimento”. In tutta l'Indonesia le sue
sono le uniche cliniche dove le donne possono
entrare insieme al loro nucleo familiare e in
cui possono scegliere di partorire in acqua. Ma
non è soltanto questo. “Lavoriamo da molto
tempo per strappare la nascita all'industria
medica e restituirla alle donne. Questo è molto
importante soprattutto in Indonesia dove le
donne non sono trattate con rispetto,
soprattutto durante il parto durante il quale
vengono addirittura abusate, picchiate se osano
piangere e fatte partorire in condizioni non
igieniche. Noi diamo buone cure alle mamme.
Le accogliamo insieme alle loro famiglie, ci
assicuriamo che siano alimentate correttamente,
le accarezziamo sulla schiena finché
partoriscono e soprattutto cerchiamo di
preservare la loro dignità”. Chi sono le
mamme che si rivolgono al vostro
centro? “Sono le più povere. Per questo
vengono da noi, perché in qualunque altro
ospedale indonesiano devono pagare cifre molto
alte per partorire e, se non hanno denaro, non
possono portare via il bambino. Quello che però
ci spezza il cuore è sentire donne che vengono
da noi al secondo parto, dopo aver avuto il
primo figlio in un ospedale, e poi ci
ringraziano perché non le abbiamo picchiate
quando piangevano durante il parto”. Anche
la nonviolenza politica sta nascendo e le cose
da fare sono molte. Che cosa pensa del titolo
del nostro congresso? “La nonviolenza per me
è essenziale, ne abbiamo bisogno come dell'acqua
e del latte materno. Dobbiamo respirare,
mangiare e bere nonviolenza. Dopo lo tsunami
ogni giorno i soldati feriti venivano alla
nostra clinica e volevano che li curassimo. Noi
eravamo disposti a farlo, come per tutti i
cittadini, a patto che lasciassero le armi fuori
dalla clinica. Erano ragazzi, bambini in armi,
non è stato difficile convincerli a non portare
le armi con sé. Poco a poco è diventata
un'abitudine”. Vi è mai capitato di avere
paura? “Non direi. Noi non abbiamo preso
parte nel conflitto tra i ribelli e questo
voleva dire non avere nessuna protezione. In
realtà non eravamo neppure in pericolo. Quello
che ci ha preservato è stato il servizio dato a
chiunque ne avesse bisogno, al di là delle
appartenenze politiche e culturali, e l'aver
preso una posizione fortissima per la
nonviolenza. Una sola volta ho avuto
veramente paura. Ci avevano chiesto di
circoncidere degli orfani e io non volevo
eseguire l'ordine ma non sapevo come sottrarmi.
Al colloquio con le autorità sono andata insieme
a mio figlio 17enne e, quando ancora non sapevo
come gestire la situazione, è stato lui a
parlare per primo: 'Mi dispiace signore, la
religione di mia madre è la nonviolenza, non può
fare violenza a dei bambini'. A quel punto mi
hanno lasciata libera di scegliere”.
XXII CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO
NONVIOLENTO Verona, 1-4 Novembre 2007
Mozione generale
Le
amiche e gli amici della nonviolenza, riuniti in
Verona per il 22° Congresso del Movimento
Nonviolento, al termine di lavori articolati in
commissioni e sedute tematiche: - esprimono
adesione alle linee generali di analisi e di
programma esposti nell'introduzione del
Presidente; - assumono gli impegni risultanti
dai lavori delle commissioni come approvati
dall'assemblea e gli indirizzi delle mozioni
particolari approvate dall'assemblea
stessa; - ribadiscono la necessità
dell'apporto dei pensieri e delle pratiche della
nonviolenza, esercizio competente del potere di
tutti e di ciascuno, per affrontare la grave
crisi della politica e delle stesse strutture
della democrazia rappresentativa, evidentemente,
anche nei paesi di più lunga e consolidata
tradizione; - si impegnano nel confronto e
sono aperti alla collaborazione con quelle forze
politiche e sociali che si mostreranno più
consapevoli della profondità della crisi del
nostro paese e dell'illusorietà di soluzioni
affidate all'ingegneria istituzionale o alla
demagogia dell'antipolitica; - indicano nella
diffusione e approfondimento del lavoro dei
Centri del Movimento Nonviolento e dei singoli
aderenti, nel loro collegamento a livello
regionale, nel loro coordinamento affidato al
comitato nazionale, nella costante apertura,
proposta e pratica di collaborazione ai
movimenti o realtà diffuse che alla nonviolenza
si ispirano, la condizione necessaria perché
l'aggiunta della nonviolenza per la politica
buona sia credibile e possibile; - indicano
nella diffusione di Azione nonviolenta, nel suo
utilizzo come essenziale strumento di
comunicazione dei pensieri e delle pratiche
della nonviolenza, un impegno prioritario per
tutti gli aderenti. Il Movimento Nonviolento
impegna se stesso, tutti i propri iscritti, le
sedi e i centri, il comitato di coordinamento e
il direttivo, a realizzare entro l'autunno del
2010, a conclusione del Decennio per la
nonviolenza, una iniziativa (marcia, raduno o
altro) possibilmente di dimensioni europee
(coinvolgendo altri movimenti nonviolenti, in
collaborazione con War Resisters'
International), che riaffermi la priorità
dell'opposizione integrale alla guerra e alla
sua preparazione tramite il metodo della
nonviolenza attiva. Tale evento sarà preparato e
costruito con specifiche giornate – almeno due
all'anno, da individuare nelle date e nei
contenuti -, nella quale tutti i gruppi e i
singoli aderenti si attiveranno localmente in
modo pubblico per riaffermare l'identità del
Movimento Nonviolento e la sua visibilità. La
marcia o evento conclusivo del 2010 sarà
riempito dai contenuti emersi dalle iniziative
proposte da questo XXII Congresso ed
effettivamente realizzate nei prossimi 3 anni.
Sarà il punto di arrivo di un percorso
collettivo, realizzato con “familiarità e
tensione” dagli aderenti al Movimento
Nonviolento che nuovamente si riuniranno nel
XXIII Congresso Nazionale, nel 2010.
Approvata (unanimità)
Mozioni delle Commissioni CORPI CIVILI DI
PACE (COMMISSIONE 1) Il XXII Congresso del
Movimento Nonviolento ribadisce la validità
della funzione svolta dall’Associazione IPRI
((Italian Peace Research Institute)-Rete CCP
(Corpi Civili di Pace), di cui il Movimento
Nonviolento è cofondatore con altre
associazioni. Il Movimento Nonviolento ritiene
che la funzione principale di questa
associazione che riunisce la ricerca sulla pace
(IPRI) e la proposta di interventi nonviolenti
in zone di conflitto (Rete CCP) debba continuare
ad essere quella di perseguire l’obiettivo di
proporre la costituzione da parte dello Stato o
dell’Europa di corpi Civili di Pace quale
alternativa dell’attuale politica di invio di
missioni militari spacciandole per interventi di
pace anche quando senza ombra di dubbio sono
interventi di guerra. Come obiettivi da
perseguire a livello istituzionale
identifichiamo: Legge per l’istituzione anche
nel nostro Paese di un Istituto di ricerca sulla
Pace; Legge che istituisca dei Corpi civili
di pace quale alternativa all’invio di militari
all’estero in zone di conflitto; Programma di
incontri culturali e seminariali di pratica
nonviolenta da proporre alle Amministrazioni
locali tramite la rete della associazioni
locali. Pur essendoci già delle iniziative di
volontari in zone di conflitto, il Movimento
Nonviolento ritiene che un riconoscimento di
questa funzione da parte dello Stato sia un
passo necessario di riconoscimento al ruolo che
posso esercitare i Corpi civili di pace :
Prevenzione Mediazione, interposizione e
soluzioni nonviolente in situazioni di
conflitto Interventi di
riconciliazione Tutte queste attività devono
essere necessariamente distinte da interventi di
aiuti umanitari o di “ricostruzione” che sono
ruoli normalmente gestiti dalle ONG. E’
necessario quindi che l’attività dell’ IPRI-Rete
CCP con l’attivo impegno del Movimento
Nonviolento, progettuale e anche autonomo,
continui ad essere di interlocuzione con le
nostre istituzioni parlamentari, governative ed
Enti Locali. Approvata (1 astenuto)
SERVIZIO CIVILE (COMMISSIONE 2) Il
Movimento Nonviolento si impegna
a: Salvaguardare il significato/valore del SC
(Servizio civile) come contributo alla DPN
(difesa popolare nonviolenta), e pertanto ad
essere informato sulle ricerche in atto e sulla
realtà operativa odierna del sistema SCN
(Servizio civile nazionale).E quindi a :
impegnare il Comitato di Coordinamento a
partecipare e contribuire criticamente al
dibattito sul processo di sviluppo del SC nelle
prospettive individuando modi, luoghi,tempi e
soggetti strategici più idonei, non appena i
dati delle ricerche sono
disponibili. Utilizzare la rubrica SC su
Azione nonviolenta come strumento di confronto
in modo costante e attinente ai “fatti” attuali
del SC. Curare la qualità della realizzazione
dei progetti di SC posti in essere aumentando lo
sforzo per : rafforzare la realizzazione di
percorsi formativi nelle specifiche tematiche
legate a nonviolenza, DPN, EDAP (Educazione alla
pace) individuare programmi operativi più
dettagliati e condivisi. Questo già a partire
dal progetto in avvio a Brescia il 5 Novembre
2007 per poi modificare i progetti da presentare
nel 2008. Avviare e curare il confronto per
la condivisione di attività progettuali con
associazioni, movimenti e soggetti affini al
Movimento Nonviolento a partire da quelli
presenti sui territori delle sedi del MN
accreditate per il SC, al fine di presentare i
progetti 2008 in forma co-progettante.
Individuare almeno un’idea progettuale in
materia di DPN, al fine di sperimentare con
volontari in SC forme di DPN, in Italia o in
collegamento con la WRI (War Resisters’
International). Obiettivo sarà presentare un
progetto di tale natura entro il
2009. Valutare l’opportunità di aggiornare
l’accreditamento al SC del Movimento Nonviolento
nei tempi consentiti da UNSC (Ufficio nazionale
Servizio civile) e Regioni al fine di
facilitare, appena possibile, la realizzazione
della presente mozione. Approvata (1
astenuto)
EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA (COMMISSIONE 3)La
commissione ha preso le mosse da una breve
analisi delle esigenze raccolte nella scuola e
al di fuori di essa rispetto alla formazione
alla nonviolenza, e di ciò che già viene fatto a
nostra conoscenza, dentro e fuori dal Movimento
Nonviolento. Nelle premesse è stato
concordato che: l'educazione è un campo
strategico, e già politico, per la crescita
della nonviolenza; le esperienze di
educazione alla pace e alla nonviolenza in
questi anni stanno crescendo presso Enti Locali,
scuole, associazioni, Università; i
contenuti trasmessi comprendono sia aspetti di
educazione alla proposta della nonviolenza
richiamandosi ai grandi autori e alle più
importanti esperienze della storia, sia proposte
mirate a sviluppare competenze nella gestione
dei conflitti interpersonali e sociali vissuti
da chi si avvicina alla formazione alla
nonviolenza; lo specifico della nonviolenza
consiste proprio nel guardare alla complessità
tenendo insieme i conflitti di livello micro,
meso e macro; ricerca e azione; violenza
diretta, culturale e strutturale; le più
importanti azioni che il Movimento Nonviolento
mette in campo rispetto alla formazione
sono: la pubblicazione di Azione nonviolenta,
fondamentale strumento di formazione; una
piccola linea editoriale che dà diffusione a
riflessioni ed esperienze altrimenti difficili
da reperire; i campi estivi per giovani e
adulti; la partecipazione ai lavori del
Comitato per il Decennio dell'educazione alla
pace e alla nonviolenza; la formazione ai
volontari in Servizio Civile, presso le proprie
sedi e, ove possibile, per altre realtà;
incontri sui temi della nonviolenza in tutti
i luoghi dove si è chiamati e dove è possibile
andare. Di fronte al compito di rinforzare
questi settori e di aprire a nuove possibilità,
sono stati individuati tre nuclei di lavoro che
nascono da esigenze specifiche: Obiettivo:
diffondere i contenuti della nonviolenza, per
nulla scontati, cominciando dagli ambiti
preposti alla formazione, ovvero la scuola,
l'università, il servizio civile nazionale.
Azioni: sono stati individuati alcuni impegni
diversamente graduati che ricordiamo fin da oggi
a tutti gli iscritti al MN e, per quanto
possibile, a tutti gli abbonati ad AN,
ovvero; - proporre personalmente
l'abbonamento ad Azione nonviolenta e l'acquisto
di materiale librario alle biblioteche comunali
e di quartiere dei luoghi dove abitiamo, alle
biblioteche scolastiche, agli uffici che si
occupano di servizio civile; - prendere
contatto con i Comuni di residenza affinché si
impegnino nella promozione dell'educazione alla
pace e alla nonviolenza, assumendo formalmente
il tema nei loro statuti comunali e agendo
coerentemente nella promozione di iniziative
nelle scuole e sul territorio; - far vivere
nella propria realtà gruppi aperti di
riflessione, di studio e di azione per la
formazione alla nonviolenza, sull'esempio dei
Centri di Orientamento Sociale di Aldo Capitini
e dei laboratori maieutici di Danilo Dolci.
2) Obiettivo: valorizzare la ricchezza di
esperienze già in atto, promuovendone lo scambio
e il confronto a scopo sia di autoformazione,
sia di moltiplicazione delle iniziative.
Azioni: proseguimento della rubrica
sull'educazione, eventualmente dandole uno
spazio più ampio per raccontare esperienze in
atto, e creazione di una sezione specifica del
sito dedicata all'educazione, di cui un primo
progetto è già stato abbozzato da Luca Giusti e
Raffaella Mendolia che valuteranno la
possibilità di seguirlo anche in seguito,
insieme al webmaster del sito del Movimento.
Questa sezione del sito potrebbe
comprendere: progetti ed esperienze di
educazione e formazione alla nonviolenza;
materiali di lavoro elaborati e sperimentati
da insegnanti iscritti al Movimento per condurre
lezioni delle loro discipline, evidenziando lo
specifico della nonviolenza o sviluppando una
formazione più completa e senso critico rispetto
alle discipline; indirizzi di persone del MN
disponibili a essere riferimento o a fare
formazione; bibliografie tematiche; uno
spazio per le scuole per la nonviolenza
presentate in Azione nonviolenta, con i
link; link ad associazioni amiche; un
blog di scambio tra gli insegnanti iscritti al
Movimento o impegnati sul tema, per una
comunicazione veloce e leggera sui contenuti e i
metodi che sperimentano nel loro
lavoro Obiettivo: favorire l'incontro tra chi
opera nel campo dell'educazione e formazione
alla nonviolenza, anche in un rapporto di
collaborazione e apertura con altre
realtà. Azioni: progettare un seminario
specifico sull'educazione alla nonviolenza
proponendone la realizzazione congiunta al
Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) e
preparandolo attraverso il sito e la rivista.
Anche su questo è stata individuata una
referente per la sua preparazione, in una amica
del Movimento Nonviolento che fa parte dell'MCE
da molti anni e può quindi fungere da figura di
collegamento tra le due associazioni.
Approvata (1 astenuto)
ECONOMIA, ECOLOGIA, ENERGIA (COMMISSIONE
4) La Commissione ha affrontato con notevole
interesse e partecipazione il complesso legame
tra economia, ecologia ed energia. E’ ormai per
noi ovvio come l’attuale sistema economico abbia
creato un’economia violenta, antropocentrica e
malata che sta rapidamente portando verso il
disastro. Ad essa va opposta un’economia
nonviolenta, rispettosa della natura e di tutti
gli esseri viventi. Nell’ottica capitiniana del
“ad ognuno di fare qualcosa” abbiamo raccolto
una serie di pratiche virtuose che chiediamo di
applicare e promuovere a tutti gli aderenti al
Movimento Nonviolento: sviluppare forme di
scambi non monetari anche attraverso la
creazione di banche del tempo; riciclare e
riparare le cose e gli oggetti, anche
supportando il piccolo lavoro artigiano legato a
questo, soprattutto nelle sue forme legate al
lavoro femminile e migratorio; creare momenti
di scambio di cose ancora utili che non usiamo
più, organizzando delle “feste del riuso” nei
nostri comuni; coltivare un orto,
autoprodurre alimenti; organizzare i nostri
acquisti in gruppi di acquisto solidale presso
agricoltori biologici locali, sia per ridurre
gli spostamenti della merce, sia per rafforzare
forme di economia locale; sempre in un’ottica
di promuovere forme di autoproduzione, si
propone di portare nelle scuole l’esperienza
degli orti a scuola e questo anche per far
capire ai bambini l’importanza dell’origine
degli alimenti e di un approccio consapevole ad
essi; ricordare l’importanza di potenziare e
facilitare l’uso della mobilità ciclo-pedonale
in città, scoraggiando l’uso
dell’automobile; praticare e promuovere forme
di turismo locale “di vicinato” e consapevole,
anche per ridurre il traffico
aereo; applicare e promuovere nei nostri
comuni forme di risparmio energetico
sull’illuminazione, sul riscaldamento e sul
riutilizzo dell’acqua piovana nelle nuove
costruzioni; sposare l’economia solare (forma
di energia alla quale si riconducono tutte le
altre energie rinnovabili alternative,
dall’eolico al legno) alla quale affidarci anche
nel piccolo delle nostre case attraverso i
pannelli solari. Questo decalogo è
consapevolmente un elenco incompleto delle buone
pratiche possibili che ci portano ad avere stili
di vita sostenibili che rientrano nel desiderio
di un vita più sobria e di una politica legata
alla decrescita felice del consumo. Il
Movimento Nonviolento si impegna ad una costante
informazione sui temi trattati (anche attraverso
la promozione dell’abbonamento cumulativo tra le
riviste Azione nonviolenta e Gaia) e soprattutto
a farsi promotore di forme di economia locali
che vadano verso la costruzione di vere e
proprie reti di economia solidale. Approvata
(unanimità)
RISPOSTE DI MOVIMENTO ALLA CRISI DELLA
POLITICA (COMMISSIONE 5) Per “crisi della
politica” si deve intendere innanzitutto la
crisi dei partiti e dei politici, a partire da
quelli di sinistra, che troppe volte hanno perso
il fondamento e il riferimento nella loro
cultura e storia di origine, sino al punto di
annullare ogni distinzione concreta fra destra e
sinistra. Tutti ciò ha contribuito, complice
la “cattiva maestra TV”, ad un diffuso
imbarbarimento e alla diffusione di una cultura
parafascista, intollerante, nichilista che
contagia gran parte della gioventù. Di fronte
a questo scenario, il Movimento Nonviolento
dovrà impegnarsi lungo le seguenti linee
direttrici: Operare per coinvolgere la
cittadinanza in una politica dal basso che
realizzi concretamente l’ideale della omnicrazia
capitiniana, dell’empowerment, dell’arte di non
essere governati, dell’autogoverno. Questo
processo sarà più facile da sviluppare nella
piccola scala, ovvero in singoli quartieri,
piccole cittadine e paesi dove tuttora sono più
forti i legami di solidarietà; In questa
opera di diffusione del “potere dal basso” il
Movimento Nonviolento privilegerà la
partecipazione a quelle esperienze di lotta già
radicate nel territorio, in difesa di comunità
minacciate dalla politica centralista,
sviluppista, corruttrice, delle “grandi opere” e
della militarizzazione del territorio (TAV,
autostrade, rigassificatori, inceneritori, basi
militari). Gli attivisti del Movimento
Nonviolento sono in grado di contribuire
all’addestramento alle lotte nonviolente
coinvolgendo anche settori non sempre in
sintonia con tale orientamento (centri sociali,
movimenti antagonisti). Si invita a costituire
una banca dati ed una mappatura delle esperienze
in corso; Il Movimento Nonviolento promuove
una cultura della nonviolenza intesa come
“rivoluzione permanente” e come “sovvertimento
di una società inadeguata” (Capitini) a partire
innanzitutto dal proprio specifico di
“opposizione integrale alla guerra”, con un
programma costruttivo che intende realizzare
forme di difesa popolare nonviolenta, interna ed
esterna, mediante i Corpi civili di pace, e una
diffusa capacità di trasformazione nonviolenta
dei conflitti, dal micro al macro, mediante
tecniche di mediazione; Il Movimento
Nonviolento continua il suo lavoro di
interlocuzione con il livello della politica
istituzionale sia su temi e proposte legislative
specifiche, sia su un confronto culturale che
richiami alla loro responsabilità quei politici
e quelle istituzioni che troppo spesso si
richiamano alla nonviolenza in termini
genericamente retorici; Consapevole
dell’enorme portata di questo impegno, il
Movimento Nonviolento si propone di potenziare
le proprie strutture e sedi organizzative,
aumentare la partecipazione degli attivisti,
migliorare gli strumenti di comunicazione, a
cominciare dalla rivista Azione nonviolenta, e
svolgere un capillare lavoro culturale e di
formazione in tutte le sedi e le occasioni
propizie, in sinergia con altre associazioni e
movimenti dell’area nonviolenta. Approvata (3
astenuti)
RESISTENZA NONVIOLENTA CONTRO IL POTERE
MAFIOSO (COMMISSIONE 6) La commissione, pur
ritenendo degna di grande attenzione
l'evoluzione della situazione nelle diverse aree
del paese interessate dal fenomeno mafioso, ha