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ESCE NELLE SALE  IL CAIMANO DI NANNI MORETTI

Esce nelle sale lattesissimo Il Caimano di Nanni Moretti. Film discusso, criticato, osteggiato, acclamato già molto prima che uscisse. Scioccamente. Perché il Caimano non è nulla di tutto quello che la critica (e parte della sinistra) si aspettava. E su cui vuotamente ha discusso per giorni.

Il Caimano è un film bello, suggestivo, intelligente, ironico, amaro.

Gli attori sono tutti bravissimi, da Silvio Orlando, a Margherita Buy, da Michele Placido allo stesso Moretti, da Jasmine Trinca alle varie comparse di registi quali Giuliano Montaldo, Paolo Virzì, Carlo Mazzacurati, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Jerzy Stuhr.

Teresa (Jasmine Trinca), sceneggiatrice e regista esordiente, affida a Sergio (Silvio Orlando), strampalato regista in crisi di film trash come “Maciste contro Freud", "Mocassini assassini", "Violenza a Cosenza", il copione del suo film “Il Caimano”, sulla storia - vera – dell’Italia degli ultimi anni, dall’irrefrenabile ascesa di Berlusconi in poi.

Ed è qui che si innesta la parte più originale del film, intrisa di citazioni metacinematografiche – il cinema che riflette su sé stesso – e dà la possibilità a Moretti di raccontare una storia nella storia, allontanandosi da quello che sarebbe potuto essere un freddo racconto documentaristico delle nefaste avventure berlusconiane che nulla avrebbe aggiunto ai tanti saggi o documentari circolanti sul premier, come quello, ultimo, di Deaglio “Quando c’era Silvio”.

E in realtà la parte di meta-cinema è affrontata su due livelli: il primo è quello del racconto dei film precedenti di Silvio Orlando con citazioni fumettistiche, visionarie, dal sapore almodovariano, con scene tragicomiche e persino pulp che hanno come protagonista Aidra (Margherita Buy) che tortura, nella cucina del ristorante dove lavora, un critico culinario, scagliandogli addosso cattivissimi crostacei, acqua bollente e infilzandolo con un forcone oppure uccide il suo novello sposo dopo aver celebrato un matrimonio maoista; il secondo livello è quello nel quale Silvio Orlando visualizza le scene del copione che sta leggendo e immagina Silvio Berlusconi interpretato da un somigliantissimo e ghignante Elio de Capitani che ripercorre tutte le tappe dell’oscura salita al potere del premier a cui, sempre in scene ironicamente visionarie, cadono in testa valige miracolosamente e inspiegabilmente ricolme di soldi. E poi le imprese edili, gli incontri con la Guardia di Finanza (Valerio Mastrandrea è il finanziere che si lascia sedurre dal Cavaliere e lo segue come il topo del pifferaio magico), i segreti movimenti di soldi verso le banche svizzere e i conti intestati falsamente a nome di terzi, il potere massmediatico, le vuote trasmissioni fatte di televendite e ballerine scosciate, i colloqui con giornalisti da lui strumentalizzati (un probabile Montanelli interpretato da Toni Bertorelli), la figura pessima fatta in Parlamento europeo dando del kapò nazista ad uno dei suoi membri…Insomma, la storia della nostra “Italietta”, che cade sempre più in basso, e che anche quando sembra avere toccato il fondo c’è sempre un colpo di scena che la rende ancora più ridicola, come non manca di sottolineare il produttore polacco (interpretato da Jerzy Stuhr) che dovrebbe produrre il film sul Cavaliere. Ma il film non si farà, perché Michele Placido, nella sua mirabile performance dell’attore professionista ma cialtrone che avrebbe dovuto interpretare il premier in una personalissima e istrionica personificazione, rinuncia alla sua parte. (Ancora una volta un esempio doppio di riflessione “meta”: un attore vero (Michele Placido) che interpreta un attore nel film che si sta svolgendo e a cui noi spettatori stiamo assistendo e che interpreta, a sua volta, un altro attore (Berlusconi) nel film che si dovrebbe svolgere nel film).

Il posto di Placido è preso da Moretti, che in precedenza aveva rifiutato la parte, con la motivazione che stava girando una commedia, e non era interessato ad un film così serioso su tematiche che tutti sanno e che, a quelli che non sanno, non interessa di sapere. La realizzazione del film fallisce. Come – nella cornice che fa da sottofondo alla narrazione – fallisce la vita di Sergio, in crisi con la moglie da cui si separa, con l’infinita dolcezza chapliniana che da sempre accompagna Silvio Orlando, i suoi sguardi, i suoi modi, le sue reazioni. Che troveranno conforto nel rapporto con i figli, leggero, sincero, pulito. È la storia della nostra Italietta, appunto, pubblica e privata, piccoloborghese, con le sue tragedie grandi e piccole, le gioie sconosciute, i dolori inaspettati, le cattiverie consumate. Dove non c’è più spazio per la verità, dove la censura incalza, e tutti fanno finta di non sapere, chiusi nel loro orticello, attenti al loro utile, incapaci di guardare al di là del proprio naso e di trovare la forza di ribellarsi. All’indifferenza. Anche Teresa ad un certo punto sembra sul punto di rinunciare, e si dichiara non all’altezza di fare un film di denuncia, perché, forse, avrebbe dovuto fare qualcosa di “più personale”, e non toccare una tematica così difficile, che riguarda tutti, anche se non tutti se ne rendono conto. Ma Sergio, alla fine, trova il modo di girare almeno una scena del film suo e di Teresa: quella del processo a Berlusconi, durato cinque anni, ma che si conclude con la condanna definitiva a sette anni di reclusione. È un finale amaro, con la lunga soggettiva su Moretti, che interpreta il Premier che, solo, in macchina, dopo la condanna, lancia un’arringa finale contro la magistratura, contro comunisti e la sinistra, colpevoli di aver egemonizzato il Paese, la stampa, le Tv, la cultura, e incita i cittadini che l’hanno votato alla rivolta contro tutto questo, mentre fiamme di odio crescono alle sue spalle. Novello Nerone seminatore di rabbia. Con il volto serissimo di Moretti che nulla cede alla parodia o all’imitazione. Anzi, semmai punta sulle differenze. E ci lascia col magone. Di un’Italia violenta, sì, ma non certo per le manifestazioni di pace o del popolo dei no-global che tanto terrorizzano Bush e la destra pronta a strumentalizzare i suoi vaneggiamenti.

È la violenza dell’arroganza. Del Caimano ferito che sa di andare incontro alla morte.

Con la coscienza sporca.

 

Marinella Ciamarra

 

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