I Racconti di Vincenzo Colledanchise

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In tema natalizio,
con la speranza che almeno per il prossimo Natale 2008 si torni ad allestire il
presepe nella Chiesa Madre finalmente riaperta al culto, pubblichiamo questo
racconto del Figlio del Fornaio. Parla delle peripezie esaltanti e con
botto finale che portarono alla costruzione di un presepe memorabile una
trentina d'anni fa nel cappellone di San Michele.

Noi ragazzi eravamo assidui in parrocchia. Galvanizzati
da un giovane missionario, ci riunivamo periodicamente con l'aspirazione a
vivere integralmente il Vangelo. Il parroco era molto felice di vederci riuniti
nella sua modesta canonica e sentirci raccontare le nostre esperienze religiose
piuttosto edificanti. Non si potè quindi deluderlo quando ci propose di
preparare un presepe in chiesa per l’imminente Natale.
Ci mettemmo in moto: alcuni di noi andarono sotto la Ripa per prelevare chili e
chili di muschio, altri raccolsero ciocchi tarlati per utilizzarli a mo' di
monti, altri si organizzarono per costruire case e castelli col cartone.
Fernando, da buon inventore ed esperto elettricista, si industriò per animare
con effetti speciali il fondo del cielo del presepe, che si espandeva per tutto
il cappellone di san Michele. In una bacinella satura di sale faceva affogare
delle lunghe lamelle di rame, che animate da un motorino elettrico,
provvedevano a far accendere alternativamente varie luci sullo sfondo di due
enormi lenzuola, che avevo prelevato furtivamente dal corredo di mamma.
Grazie alla mia enorme fantasia e alla mia megalomania mi organizzai per
arricchire quel presepe con una grande cascata e un lungo e tortuoso fiume, che
terminava la sua corsa proprio davanti alla grande capanna della sacra
famiglia.
Per fare ciò prelevai una potente motopompa, che mio padre utilizzava per
attingere l’acqua dalla neviera.
Quando terminammo, dopo giorni faticosi, quell’opera grandiosa, non credevamo
ai nostri occhi: nell’oscurità del cappellone di San Michele si ammirava
ciclicamente l’aurora, il giorno e la notte in un gioco di luci incredibilmente
suggestivo che abbracciava in un canto il castello fantasmagorico di Erode, e
dall'altro l'enorme capanna della Natività. Al potere del mondo e dello sfarzo
perduto sulle montagne di sacchi e gesso si contrapponeva, in basso, in un
contrasto di grande forza scenica, la rassicurante povertà del Bambinello
divino.
Quando poi si accendeva l’interruttore della potente pompa, una vorticosa
cascata animava un fiume tumultuoso, che al solo rumore dello zampillio
dell’acqua, sarebbe stato sicuro richiamo per i fedeli presso la capanna della
natività.
Don Camillo era visibilmente emozionato per quel capolavoro, ma ci esortò a non
far funzionare la cascata durante i riti liturgici perché il rumore per
l’impeto dell’acqua si riverberava per tutta la chiesa disturbando i fedeli.
Ubbidimmo alla sua richiesta, ma gli disubbidimmo proprio il giorno di Natale
perché la calca dei fedeli riversatasi presso il presepe esigeva lo spettacolo
completo. Qualcuno di noi, fiero della grande opera sacra, mise in moto la
motopompa che, forte dei suoi due cavalli di forza, animò la grande cascata.
Naturalmente avevamo collaudato tutti i vari meccanismi più volte, ma non
avevamo considerato un imprevisto: il cesto delle offerte dei fedeli posto
davanti alla grotta, sotto la quale si celava una grande conca, che raccoglieva
tutta l’ enorme massa d’acqua. Quel cesto a Natale si riempì inverosimilmente,
quando fu colmo, alcune residue monete finirono nella sottostante conca,
ostruendo il tubo della motopompa.
Mi trovavo in piazza ad aspettare alcuni parenti, quando fui avvertito con
grida isteriche di recarmi subito in chiesa perché si stava paurosamente
allagando e nessuno era in grado di mettere mano e interrompere quel diabolico
meccanismo, che animava la cascata e il fiume del presepe. Raggiunsi in un
baleno la chiesa. Il presepe era devastato da una inondazione biblica. Con
somma cautela chiusi tutti i comandi elettrici per scongiurare ulteriori
pericoli, poi, nell’imbarazzo più completo, munito di secchio e stracci,
cominciai a raccogliere l’acqua riversatasi sul pavimento, mentre alcuni fedeli
mi guardavano a muso duro per quel fuori programma riservato a loro proprio
nella solennità della messa cantata di Natale.