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I Racconti di Vincenzo Colledanchise


LA MIA STORIA

 


 
            Fin da piccolo ho sofferto di vertigini. Solo affacciarmi dal balcone di casa, mi incuteva paura. Eppure le circostanze della vita mi hanno portato a divenire un giorno, nientemeno che paracadutista!

            Ero partito militare ad Albenga, in Liguria, dove mi esercitavo da semplice fante. Un giorno, degli ufficiali paracadutisti indissero delle gare ginniche alle quali partecipai. Essendomi distinto in quelle gare, mi ritrovai “volontario” nel corpo dei paracadutisti.


            Appena giunti alla Scuola Militare di Paracadutismo di Pisa, dopo accuratissima visita medica a Genova, tutti noi dieci aspiranti, ci impaurimmo. Sembrava fossimo approdati su altro pianeta, nel quale si facevano cose esagerate e anche rischiose. La grande paura ci portò tutti alla rinuncia di conseguire quell’ agognato brevetto.


            Fummo sbattuti in prigione per il “gran rifiuto” e lì meditai se potessi divenire anch’io un “marziano”. Lasciai aperta la sfida, e allora mi fu aperta anche la porta della prigione. Mi lanciai più volte da un torre alta, correvo per decine di chilometri ogni mattina, mi arrampicavo su una grossa fune, fino a dieci metri, saltavo il cavallo di legno, seppur con estrema tensione perché molti vi immolavano la propria virilità, mi lanciavo sul telo tondo, retto da venti uomini, strisciavo e rotolavo sotto fili spinati, con tutta la temerarietà e la pazzia dei miei venti anni.


            Seppure erano già trascorsi tre mesi di corso e sapevo che avrei dovuto salire su di un aereo per buttarmici giù, non essendo mai stato su un aereo, averlo preso solo per decollare , dovendo poi atterrare con i miei mezzi, mi fece rinvenire, sperando che fino ad allora avessi solo giocato. Ma niente! Le porte dell’aereo erano aperte allo scopo di essere varcate. Cercavo di non guardare giù, a causa delle vertigini, ma dall’oblò ero costretto a vedere le case che erano troppo piccole e lontane, da lassù.

            Ingurgitai tre bottigliette di cognac, cercai di cantare a squarciagola, ma non udivo il mio canto, perché il frastuono dell’aereo era insopportabile. Intanto vedevo che i miei compagni che si lanciavano venivano risucchiati dopo il lancio, sballottati in aria a gambe levate, con una velocità tale che non riuscivo più neanche a scorgerne la sagoma bianca del loro paracadute. Sembravano cicche di sigarette buttate dal finestrino da un treno in corsa. Vi erano due sottufficiali in fondo alla carlinga dell’aereo, che, come due novelli caronti, buttavano giù dalla porta dell’aereo i miei compagni, senza pieta: Gridavano : “Slacciare le cinture ! Avanzare! - – alla porta…. Via !!!


            Mi ritrovai catapultato in aria, improvvisamente, mentre imprecavo contro quei due dannati caronti che mi avevano dato la provvidenziale spinta. Fui improvvisamente strattonato dall’apertura del paracadute e di colpo mi ritrovai appeso in cielo, mentre osservavo l’areo andar via in un silenzio che mi parve arcano. Cercai di non guardar giù ma non avendo appiglio alcuno, fui costretto a farlo,E man mano che scendevo, mi accorgevo che la prospettiva dall’alto, alla quale non si è abituati, inganna parecchio. Infatti, pur vedendo il verde del prato, quando effettivamente atterrai, mi sentii quasi preso a calci dal suolo, perché vi rotolai con estrema velocità. Baciai quel sacro suolo, come Colombo, con il proponimento di non far più quella pazzia. Dopo il lancio fui elogiato dal mio capitano per la gran perizia usata in volo, infatti, molti, forse a causa della paura, più forte della mia, erano andati tutti fuori della zona di lancio.


            Uno fu recuperato putrido e nero da un pantano, altri sette andarono a finire su una mandria di mucche che pascolavano tranquillamente, rischiando di essere incornati da quegli innocui animali, nell’atterraggio.

 

 

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